27/10/2022 di Giuliano Guzzo

Gender, Carriera Alias e libertà educativa. Cosa ne pensano i vescovi?

La Chiesa cattolica non sta a guardare e non si accoda all’agenda del mondo in materia di diritti, rivendicazioni opinabili e gender. È quanto emerge dal significativo numero di vescovi italiani che si sono esposti e sono stati ultimamente intervistati da Pro Vita & Famiglia. Conformemente al Magistero della Chiesa e alle nette prese di posizione di Papa Francesco contro ogni «colonizzazione ideologica», non le hanno di certo mandate a dire.

Si pensi, per cominciare, a quanto dichiarato dal vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, il quale, incontrati i responsabili del Pride locale, ha poi spiegato che non ritiene affatto «di poter essere definito omofobo, semplicemente perché ho una visione diversa dalla loro». E tanti saluti, viene da commentare, al (defunto) ddl Zan e a quanti invece attribuiscono al dissenso con la linea arcobaleno una connotazione violenta. Come non ricordare poi, venendo al tema del gender, la presa di posizione del vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti, il quale a giugno, poco prima del pensionamento e in piena campagna elettorale, aveva richiamato l’importanza di spendersi per la «famiglia voluta da Dio e non alterata dall’ideologia del gender»?

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Sul tema dell’allignare del gender nelle scuole, invece, corre l’obbligo di ricordare le condivisibili preoccupazioni espresse da monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo, che a Pro Vita & Famiglia ha dichiarato: «Vedo purtroppo una prevalenza abusiva e pericolosa di queste teorie nel mondo della scuola e, in generale, in qualunque ambiente. Si tratta di concessioni che vengono pretese da taluni e poi elargite con il contagocce, in una maniera che potrà sembrare quasi innocua ma che, a poco a poco, plasma una mentalità».

Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso, sempre parlando di scuola, monsignor Douglas Regattieri, vescovo di Cesena-Sarsina: «L’espressione “identità di genere” mira chiaramente ad annullare la differenza, il dualismo uomo-donna, a vantaggio di un’autopercezione individuale, tesa a cancellare la differenza sessuale, a creare una confusione antropologica che confonde e sicuramente lede il principio di condivisione, reciprocità uomo-donna, su cui si fondano la famiglia e l’educazione». Come sappiamo, le insidie ai danni dei più piccoli oggi non riguardano solo il gender in senso stresso, ma anche la cosiddetta educazione sessuale, che spesso si traduce in una vera e propria apologia della contraccezione.

Su questo aspetto, parole assai chiare son venute da monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo metropolita di Campobasso-Bojano, secondo cui «l’educazione sessuale è un tema che va ben concordato. In primo luogo, è compito dei genitori e della famiglia tutta. I genitori hanno il diritto di intervenire, con una parola autorevole e chiara. Nei confronti della scuola, poi, è necessario concordare bene insieme il cammino educativo da compiere. È infatti importante che le famiglie sappiano cosa viene detto a scuola, chi lo dice e come lo si dice». L’educazione sessuale, ha chiosato mons. Bregantini, «non va delegata tutta alla scuola, ma concordata bene insieme alla famiglia, in un equilibrio gestionale saggio e maturo». Peccato, viene da aggiungere, che oggi spesso così non sia.

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Tornando al gender, corre l’obbligo di ricordare le parole molto battagliere di monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo emerito di Ascoli, che ha dichiarato senza mezzi termini: «Ho sempre sostenuto che bisogna lottare e continuerò a farlo, perché credo che il gender rappresenti la distruzione dell’essere umano nella sua struttura più profonda, e che sia un’ingiusta e pericolosa ingerenza nei confronti della famiglia». Anche monsignor Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, ha saputo esporsi richiamando un versante se possibile ancora più delicato di quelli fin qui ricordati: quello dei ragazzini che desiderano “cambiare sesso”.

«Sul tema della disforia di genere», ha infatti dichiarato monsignor Giulietti, «riteniamo che assecondare troppo presto questo tipo di disagio può essere molto pericoloso. Nella maggior parte dei casi, con un buon accompagnamento, il disagio si supera». Monsignor Simone Giusti, vescovo di Livorno, non ha invece mancato di segnalare la pericolosità delle iniziative di “carriera alias” nelle scuole: «Si tratta di atti improvvidi, senza alcun supporto legislativo, per cui si deve intervenire nei confronti di quelle che sono soltanto fantasie e denunciarle come provvedimenti improvvidi e abusi».

Che dire, dinnanzi a questo ricco e confortante insieme di prese di posizione, se non quello che si diceva in apertura, e cioè che – per quanto ignorata o ridicolizzata dai grandi media – ancora ci sono, per quanto il tema sia squisitamente laico, una Chiesa e dei vescovi che non cedono affatto all’indottrinamento ideologico; e che su questi versanti si pongono dalla sola parte davvero vulnerabile: quella delle famiglie e, soprattutto, dei bambini.

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