16/08/2022 di Luca Marcolivio

Gender. Monsignor Giulietti: «Pericoloso assecondare certe istanze»

Approfondire, accompagnare ma, soprattutto, non banalizzare. Sui temi dell’educazione sessuale, della sessualizzazione precoce e dell’ideologia gender, monsignor Paolo Giulietti ha le idee abbastanza chiare: serve il massimo livello di collaborazione tra laici e clero, tra famiglie e scuola. Raggiunto telefonicamente da Pro Vita & Famiglia, il vescovo di Lucca, che è anche presidente della Commissione Episcopale della CEI per la Famiglia, i Giovani e la Vita, ha spiegato anche il motivo per il quale, nonostante l’approccio più comprensivo e accogliente degli ultimi anni, la dottrina della Chiesa sull’omosessualità non può cambiare.

Eccellenza, quello dell’educazione sessuale è un tema sempre più sentito nella popolazione. Qual è il suo approccio come vescovo?

«Nella mia diocesi stiamo aprendo un nuovo consultorio che avrà anche lo scopo di offrire servizi alle parrocchie per quanto riguarda l’educazione affettiva delle nuove generazioni. Ormai non si può più prescindere da questo servizio educativo. Da questo punto di vista, gli stimoli che arrivano non solo ai ragazzi e agli adolescenti ma anche ai preadolescenti e ai bambini, non hanno precedenti per quantità, qualità e mancanza di controllo. Se un bambino ha in mano uno smartphone, accede a contenuti inimmaginabili per le generazioni precedenti. A tal proposito, sarebbe utile discutere su quale debba essere l’età minima per la fruizione del telefonino. Per non parlare dei messaggi all’insegna di una fluidità sessuale che arrivano dal mondo della musica o della moda, indirizzati a persone senza alcuna capacità critica o di discernimento. Sono quindi urgenti non soltanto un controllo ma anche delle proposte per educare in positivo a una visione equilibrata, serena, armonica della sessualità secondo il progetto di Dio. Poco prima dell’estate, a livello regionale toscano, abbiamo anche tenuto un incontro dedicato al tema, nella consapevolezza che, probabilmente, la strada virtuosa è nella proposizione di temi e figure positivi, per far sentire il buon profumo di una sessualità vissuta all’interno di una visione cristiana della persona e della coppia. Questo è il miglior antidoto al messaggio culturalmente prevalente, che è un po’ difficile da contrastare in maniera efficace».

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In ambito educativo in senso stretto, continua a rimanere alta l’attenzione sulla libertà educativa: nonostante la legge sul consenso informato, a scuola l’ideologia gender viene spesso inculcata ai minori con metodi scorretti quando non palesemente illegali. La Chiesa italiana come si pone di fronte a questa emergenza?

«La Chiesa ribadisce che il principale soggetto educativo sono i genitori. Tutte le agenzie educative, quindi, vanno concepite come un supporto alla famiglia. A livello pratico, però, sappiamo che molto spesso la famiglia fa fatica ad esercitare questo ruolo primario. C’è bisogno, allora di famiglie e genitori che non abdichino alla loro finalità educativa, per affidarla a qualcun altro. I genitori devono realmente impegnarsi nel seguire i propri figli, anche offrendo loro le prime nozioni per quanto riguarda la sessualità e la crescita nell’amore, con la testimonianza della loro vita e con le opportune spiegazioni. La famiglia deve dunque cooperare con le altre agenzie educative – scuole, parrocchie, centri sportivi – per educare i ragazzi a vivere in maniera serena e armonica la dimensione della sessualità, che, in particolare durante l’adolescenza, è fonte di grandi disagi e di grandi entusiasmi. È un’età in cui l’orientamento sessuale si forma non senza fatica e non senza ambiguità. Soprattutto a quest’età è necessario offrire ai ragazzi una proposta seria e motivata, sostenuta dall’accompagnamento, poiché viviamo in un’epoca indifferenziata e ambigua, in cui è necessario aiutare chi vive queste incertezze».

Si parla molto di disforia di genere, un tema delicato, al quale alcune scuole stanno rispondendo attraverso dispositivi come la “carriera alias”. Che conseguenze rischia di portare questa rivoluzione pedagogica e antropologica?

«Sul tema della disforia di genere, riteniamo che assecondare troppo presto questo tipo di disagio può essere molto pericoloso. Nella maggior parte dei casi, con un buon accompagnamento, il disagio si supera. Cominciano ad esserci persone che arrivate a un’età matura si pentono di aver fatto, da adolescenti, scelte troppo affrettate, poco ponderate. Oggi non c’è più quella visione omogenea della sessualità e della famiglia, che un tempo era condivisa da tutti, non solo dai credenti. Oggi è più complesso costruire percorsi comuni assieme alle istituzioni e alla scuola. Sarebbe necessario impegnarsi a fare proposte che non siano ideologiche ma che, piuttosto, parlino a dimensioni dell’essere umano poco attenzionate: intendo dire che oggi c’è una grande attenzione alla dimensione genitale o emotiva, mentre ce n’è molta di meno riguardo alla dimensione valoriale, all’aspetto progettuale, alla dimensione affettiva profonda. Da questo punto di vista, è chiaro che una sessualità ridotta al banale esercizio di una facoltà apre la porta a diverse problematiche. Riparlare della sessualità come qualcosa di serio e di impegnativo, non di ludico o di banale, credo possa incontrare anche l’attenzione e la collaborazione di educatori che magari non condividono in tutto e per tutto la visione cristiana della persona ma che, su alcuni punti, non possono che essere d’accordo».

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Negli ultimi anni, la Chiesa ha mostrato una certa apertura nei confronti delle persone omosessuali, pur continuando a rifiutare l’ideologia gender. Al tempo stesso, però, i gruppi LGBT+ continuano ad avere atteggiamenti irrisori e blasfemi nei confronti della fede cristiana, come si è visto ad alcuni recenti Pride. Che atteggiamento servirebbe rispetto al fenomeno?

«Ci sono molte persone omosessuali che dissentono dall’ostentazione ludica, banale e irriverente che viene fuori durante i Pride, compresi i gesti blasfemi. Si tratta di manifestazioni piuttosto superficiali, in cui non vengono toccati alcuni nodi problematici come l’omogenitorialità o l’utero in affitto. Su tutto ciò sarebbe più utile sedersi davanti a un tavolo e discutere. Anche all’interno della Chiesa, c’è chi protesta contro le offese ricevute, altri preferiscono non dare ulteriore rilievo a manifestazioni irriverenti: si rischia l’effetto controproducente di diffondere il messaggio che si vuol contrastare. Indubbiamente, nella Chiesa, si sta sviluppando un percorso di accoglienza di queste persone all’interno della comunità e di non giudizio rispetto ad alcuni aspetti della loro vita. Al tempo stesso, la dottrina non permette un’integrazione totale delle coppie omosessuali nella comunità, però, se ci riflettiamo, si tratta di una condizione comune, ad esempio, a quella dei divorziati risposati. Bisognerebbe trovare la strada per valorizzare il bene possibile, senza accreditare quello che bene non è. Anche qui c’è un percorso che la Chiesa sta facendo con qualche errore ma anche con qualche successo. Finché vi sarà un’incertezza scientifica sulla tendenza omosessuale (in particolare su cosa la determini), però, la dottrina e la morale cattoliche su questo tema non potranno cambiare».

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