17/03/2026 di Redazione

Voto storico all’ONU: USA chiedono di blindare il concetto di ‘genere’. Da che parte sta l’Italia?

Giovedì prossimo, 19 marzo, al Palazzo di Vetro di New York, si deciderà una cosa apparentemente semplice ma dalla portata dirompente: cosa significa la parola «genere» nei documenti delle Nazioni Unite. Sembra banale, quasi scontato, ma in realtà nulla è più ovvio nell’era dell’ideologia gender, del woke e del politicamente corretto. Ecco perché sarà importante ciò che uscirà da questo voto in seno alla Commissione sullo Status della Donna (CSW70). I concetti di “uomo” e “donna” saranno quelli di sempre - come scienza e biologia insegnano - oppure qualcosa di fluido, soggettivo, indefinito? Lo deciderà un voto, al quale anche l'Italia prenderà parte.

Una risoluzione di buon senso

Dopo il vergognoso voto a favore del documento finale - che parla di aborto come “diritto”, di donne trans equiparabili alle vere donne, di finanziamenti a lobby Lgbt e transfemministe - gli Stati Uniti hanno presentato una proposta dal titolo preciso: “Protezione di donne e ragazze attraverso una terminologia appropriata”. Il testo non chiede nulla di nuovo. Non introduce principi rivoluzionari. Chiede soltanto che la parola «genere» venga interpretata nel senso scientifico, naturale e biologico del termine e nel senso che fu concordato a Pechino nel 1995, quando 189 paesi - Italia inclusa - la sottoscrissero: riferita a uomini e donne, secondo l'uso ordinario e comunemente accettato, senza nuove connotazioni ideologiche.

In altre parole, gli USA chiedono di rispettare un accordo che esiste già oltre che di rispettare le più basilari e ovvie conoscenze scientifiche. Di non riscrivere in silenzio, nei corridoi di un palazzo internazionale, ciò che i governi democraticamente eletti avevano deciso trent'anni fa alla luce del sole né tantomeno di riscrivere la realtà. È una richiesta di onestà intellettuale, di scienza, di realismo, di buon senso. Niente di più.

Come siamo arrivati fin qui

Per capire perché questo voto è urgente e importante, bisogna sapere cosa è successo nei giorni scorsi, sempre all’ONU. Il 9 marzo, primo giorno della Commissione sullo Status delle Donne (CSW70), le conclusioni concordate - ovvero il documento che orienta le politiche di genere globali per i prossimi anni, di cui si accennava poc’anzi - sono state adottate con un voto. Prima volta nella storia della Commissione: non per consenso unanime, ma a scrutinio registrato. Trentasette favorevoli, un contrario (gli USA), sei astenuti. E l'Italia ha votato sì, nonostante dentro quel testo c’erano - e ci sono ancora - vari richiami al documento del Cairo del 1994, vettore sistematico per affermare l'aborto come diritto universale; la parola «genere» viene usata decine di volte senza definirla mai biologicamente e si spinge per favorire finanziamenti pubblici obbligatori alle organizzazioni trans-femministe (LEGGI QUI I DETTAGLI DEL TESTO).

Prima del voto, gli Stati Uniti avevano proposto otto emendamenti correttivi, tra cui proprio una definizione biologica di «genere», ma gli altri Paesi - in primis quelli europei - li hanno fatti respingere tutti in blocco, dichiarando che ogni paragrafo del testo era «cruciale» e non andava toccato. Ma non solo, già prima dell’avvio delle discussioni, Pro Vita & Famiglia aveva chiesto al Ministro degli Esteri Antonio Tajani di rendere nota la posizione italiana alla CSW70, anche con un camion-vela davanti al Ministero degli Esteri e con una petizione pubblica, ma non ha mai ricevuto nessuna risposta da Tajani.

Perché questa volta è diverso

La risoluzione americana che verrà votata il prossimo 19 marzo può quanto meno mettere una toppa a quel silenzio e a quel voto favorevole del nostro Paese. La proposta, infatti, non chiede all'Italia di ribellarsi all'Unione Europea né di stravolgere anni di politica estera, ma semplicemente di tornare a Pechino 1995, ovvero a un documento che l'Italia ha già firmato, che nessuno ha mai formalmente modificato, e che stabilisce in modo inequivocabile che «genere» significa uomini e donne.

Votare sì giovedì, quindi, non è un gesto di rottura. È un atto di coerenza. E la posta in gioco, come abbiamo visto, è alta, perché quando il concetto di «genere» perde il suo ancoraggio biologico - soprattutto nei documenti internazionali come quelli dell’ONU - quella vaghezza si propaga. Entra nelle leggi nazionali, nelle sentenze dei tribunali, nelle politiche scolastiche, nelle corsie degli ospedali. Le donne, quelle vere, perdono spazi, tutele, diritti conquistati in decenni di battaglie. Non in modo improvviso e visibile, ma lentamente, paragrafo dopo paragrafo, definizione dopo definizione.

Ministro Tajani, giovedì non si può sbagliare ancora

Come abbiamo visto, lo scorso 9 marzo l'Italia ha votato sì a un testo sbagliato. Non per distrazione, non per inerzia burocratica, ma perché mettere in discussione il mainstream politico e mediatico europeo richiede un coraggio diplomatico che il nostro Governo, al Palazzo di Vetro, non ha avuto. Ebbene, giovedì quel Palazzo tornerà a parlare e l’Italia ha un’ultima, irripetibile, occasione. Un governo conservatore - che dice di difendere la famiglia, la vita e la donna - ha la possibilità concreta, immediata, a portata di mano, di votare sì a una risoluzione che chiede semplicemente di chiamare le cose con il loro nome. Donna significa donna. Uomo significa uomo. Genere significa sesso biologico, esattamente come fu scritto a Pechino trent'anni fa, esattamente come ci insegna la scienza. Se anche questa occasione verrà sprecata, non sarà più possibile invocare la diplomazia o la lealtà europea. Sarà una scelta. E sarà difficile da spiegare agli italiani.

 

Firma qui la petizione e chiedi al Ministro Tajani di votare sì alla risoluzione americana sulla definizione biologica di genere. Il voto è giovedì 19 marzo

 

 

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