09/08/2026 di Fabio Piemonte

La comunità Lgbt censura chi smentisce la Wpath sui “bambini trans”

In Australia ritirato un articolo che contestava la Wpath sul rischio di suicidio nei minori transgender: accuse di censura contro dati scientifici.

Dall’Australia arriva l’ennesimo tentativo di censurare la verità, con lo scopo – inquietante – di insabbiare i rischi legati ai percorsi di transizione di genere, in special modo per i minori. Infatti il sindacato degli infermieri australiani ha ritirato con tanto di scuse un articolo apparso sulla sua rivista ufficiale che riassumeva accuratamente una ricerca che smentiva i rischi di suicidio nelle persone transgender. Il motivo? L’articolo stava causando «notevole disagio alla comunità transgender». E questo a seguito delle lamentele della lobby Lgbt presente anche tra le fila del sindacato.

Ideologia contro scienza

La Federazione australiana degli infermieri e delle ostetriche ha espresso «sincero rammarico» per la pubblicazione di tale articolo che illustrava una serie di studi a lungo termine, i quali mettono in discussione la tesi secondo cui il rischio di suicidio aumenterebbe drasticamente se a bambini e adolescenti desiderosi di ‘cambiare sesso’ non vengono forniti trattamenti medici secondo l’approccio affermativo di genere. E in effetti l’articolo ritirato dalla rivista del sindacato riassumeva sei studi storici a lungo termine condotti nei Paesi Bassi, in Svezia, nel Regno Unito, in Danimarca e in Finlandia, i quali – in maniera analoga alla celebre Cass Review del 2024 – decostruiscono dati alla mano le affermazioni della World Professional Association for Transgender Health (Wpath) circa l’aumento del rischio di suicidio. L’autore è Jason Watson, un infermiere neozelandese che ha lavorato nel reparto psichiatrico per oltre 40 anni e ha conseguito un master in scienze dell’educazione. Sulla base di un’analisi attenta dei dati raccolti ha potuto dimostrare nel suo articolo che la narrazione della Wpath sarebbe «quantomeno tenue e, nella migliore delle ipotesi, semplicemente errata».

Le dichiarazioni dell’infermiere al quotidiano The Australian

«Ho esaminato gli studi di follow-up a lungo termine che utilizzano dati raccolti nell’arco di 30-40 anni. Si tratta di ricerche basate su dati concreti, non ho manipolato le informazioni, sono semplicemente fatti», ha dichiarato Watson in un’intervista al quotidiano The Australian. Di qui, entrando nel merito del suo interesse per il tema affrontato, ha poi aggiunto: «Lavoro in un team di supporto per bambini e adolescenti in situazioni di crisi, quindi il suicidio è la nostra priorità assoluta, lo vediamo ogni giorno». Che si tratti di un atto di censura assolutamente ingiustificato, lo attesta il fatto che Watson non abbia ricevuto alcuna comunicazione da parte della redazione della rivista del sindacato in merito al motivo per cui l’articolo sia stato ritirato. Anche per questa ragione l’infermiere neozelandese minaccia ora di querelare il sindacato, dopo che quest’ultimo lo ha anche accusato di «odio» verso le persone Lgbt e di aver perciò danneggiato la comunità transgender.

Insomma questa vicenda testimonia ulteriormente come il ritornello «meglio un figlio vivo che una figlia morta» sia a tutti gli effetti un mantra strumentale soltanto per la propaganda ideologica, che i dati scientifici sconfessano, perché non trova alcun riscontro nella realtà dei fatti.

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