Sono serie e numerose le ragioni di criticità davanti a “Oltre lo sguardo”, la guida della Società Italiana di Pediatria, pubblicata lo scorso giugno, che, di fatto, trasforma i pediatri in attivisti Lgbt sotto mentite spoglie – ma neppure troppo. Infatti, tale documento – per il ritiro del quale Pro Vita & Famiglia ha avviato un’apposita petizione che ha superato le 41.000 sottoscrizioni – di fatto chiede ai pediatri di affiggere simboli arcobaleno in ambulatorio, di esporre libri che promuovano l’utero in affitto, di espungere dalle modulistiche le parole «padre» e «madre», di validare il disagio di genere nei bambini secondo il discusso approccio affermativo e, dulcis in fundo, di indirizzare le famiglie verso associazioni Lgbt.
Gli studi scientifici che smontano la transizione
Ora, davanti a tutto questo, come si diceva poc’anzi, le ragioni di perplessità sono numerose. In primo luogo, ricordiamo le più recenti evidenze scientifiche. A partire da quelle che, attraverso uno studio scientifico pubblicato ad aprile sulla rivista Acta Paediatrica (2026) – esito di un’analisi di oltre 2.000 persone monitorate per un lasso di tempo di 23 anni, tra il 1996 e il 2019 – hanno messo in luce come la transizione peggiori, anziché migliorarla, la salute dei giovani con disforia. E non solo. A fine maggio, infatti, un altro lavoro pubblicato sull’European Journal of Developmental Psychology (2026) ha sollevato forti perplessità sul cosiddetto "protocollo olandese", che è il modello terapeutico tale per cui – quando il disallineamento fra genere percepito e biologico, che a volte insorge nella prima infanzia, persiste nel tempo – si può interrompere il proprio sviluppo bloccando la pubertà sin dalla fase iniziale, per «guadagnare tempo», e poter quindi decidere con calma la propria identità di genere, senza “l’ostacolo” del corpo. Non è quindi Pro Vita & Famiglia, bensì la più affidabile e recente letteratura internazionale a sconfessare quell’approccio affermativo allegramente indicato nella nuova guida della Società Italiana di Pediatria.
Chi ha cambiato idea: «in coscienza non posso tacere»
Un documento dinnanzi al quale giova anche ricordare alcuni eloquenti casi di pediatri o medici vicini al mondo dei bambini che hanno cambiato idea rispetto all’entusiasmo che, inizialmente, avevano verso la transizione dei minori. Un esempio illuminante, già ricordato su queste colonne, è quello affiorato all’onore delle cronache all’inizio del 2023 quando Jamie Reed – ex case manager al Centro per la transizione dei minori della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital – ha reso note le motivazioni per le quali, semplicemente, non se la sentiva più di fare il lavoro che faceva. Il motivo? In estrema sintesi, la donna – peraltro assolutamente non tacciabile di conservatorismo, dato che nel fare la sua pubblica denuncia sul portale The Free Press si era presentata come «una donna queer politicamente alla sinistra di Bernie Sanders», sposata con un uomo transgender, con cui cresce i suoi due figli biologici e tre adottivi – aveva notato una totale anarchia terapeutica. Se n’era accorta osservando casi inquietanti di ragazzi trattati come trans. Come quello di «un giovane che soffriva di un intenso disturbo ossessivo-compulsivo che si manifestava con il desiderio di tagliarsi il pene dopo essersi masturbato». Costui non aveva «manifestato disforia di genere, ma assumeva ormoni. Ho chiesto al dottore quale protocollo stesse seguendo, ma non ho mai avuto una risposta», aveva raccontato Reed, secondo cui i medici, anche nei casi di disforia di genere, riconoscono come si tratti spesso di «false autodiagnosi», eppure procedono lo stesso coi trattamenti.
Transizioni anche senza consenso dei genitori
In tutto ciò, a colpire la donna era stato il comportamento tenuto con i genitori dei pazienti del Transgender Center. «Durante la mia permanenza al Centro», aveva affermato Reed, «ho visto coi miei occhi gli operatori sanitari mentire ai genitori dei pazienti sul trattamento, o sulla mancanza di trattamento, e sugli effetti del trattamento fornito ai loro figli». A proposito di famiglie, «in diverse occasioni» i medici dell’ospedale di St. Louis pare abbiano «continuato a prescrivere la transizione medica anche quando un genitore ha dichiarato che non dava il suo consenso». Il tutto non senza conseguenze per i pazienti. «Ho visto i bloccanti della pubertà peggiorare i risultati della salute mentale dei bambini», continuava infatti il documento-denuncia di Reed, la quale racconta anche che «i bambini che non avevano contemplato il suicidio prima d’essere sottoposti alla somministrazione dei bloccanti della pubertà, l’hanno tentato dopo». Un’altra anomalia all’epoca notata dalla Reed era la condotta di medici che, sebbene affermassero di non eseguire «interventi chirurgici di transizione di genere su minori», nei fatti poi li eseguivano. Insomma, come già si diceva, Jamie Reed – che sa quello che dice dato che lavorava in un centro dove solo negli ultimi due anni della sua permanenza erano stati trattati oltre 600 bambini – aveva visto, restandone disgustata, un far west terapeutico sulla pelle dei bambini. Vogliamo davvero che, anche attraverso prese di posizione a dir poco incaute come quelle contenute nell’ultima guida della Società Italiana di Pediatria, si rischi di arrivare a questo anche in Italia? La letteratura scientifica e i tanti ripensamenti internazionali ci sconsigliano vivamente di continuare su questa strada ideologica e pericolosa.