Nei giorni scorsi la Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri – autori, ormai lo sappiamo fin troppo bene, della guida Lgbt “Oltre lo sguardo” – hanno pubblicamente risposto alle critiche sollevate in queste settimane dalla nostra associazione e dalla Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Marina Terragni. Ebbene, oltre che per mezzo stampa, i due enti hanno diramato due brevi documenti – uno indirizzato alla Garante e uno, più generico, con 16 domande e altrettante risposte – con l’obiettivo di “chiarire” quanto contenuto nella Guida e il perché stesso di quel documento pubblicato lo scorso giugno. Vi spieghiamo perché secondo noi questi “chiarimenti” – le virgolette sono d’obbligo – non convincono e non risolvono i contenuti di una Guida che era e rimane ideologica e da ritirare, così come abbiamo fin dall’inizio chiesto e continuiamo a fare anche con una petizione che ha superato le 41.000 firme.
Il trucco dell’etichetta “non clinica”
Il perno attorno a cui ruota l’intera difesa di SIP e ACP – lo si ritrova identico sia nelle 16 domande e risposte sia nella nota inviata a Terragni – è semplice ma altrettanto discutibile: “Oltre lo sguardo” non sarebbe una linea guida clinica, ma un mero «documento informativo e formativo», e per questo non necessiterebbe della validazione del Sistema Nazionale Linee Guida prevista dalla legge Gelli-Bianco. È un’etichetta comoda, ma non regge. Un testo diffuso a tutti i pediatri associati, che detta la checklist dell’ambulatorio, l’uso di nome e pronomi elettivi, i criteri di invio e il rapporto con la scuola, orienta di fatto la condotta professionale esattamente come farebbe una raccomandazione clinica. E la contraddizione si tocca con mano leggendo la stessa risposta numero 5 del documento, dove SIP e ACP, per legittimare i contenuti della Guida, si appoggiano proprio a fonti dichiaratamente clinico-terapeutiche: la Clinical Practice Guideline dell’Endocrine Society, il PDTA della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, il Position Paper intersocietario italiano del 2024. Non si può invocare l’autorevolezza della letteratura clinica quando serve e dichiararsi estranei all’ambito clinico quando invece serve sfuggirne i controlli.
Rigore scientifico a targhe alterne
C’è poi un secondo, gravissimo, vizio – dimostrabile con i documenti stessi alla mano – ovvero il doppio standard con cui SIP e ACP trattano le evidenze scientifiche. Prendiamo la Cass Review, la più ampia revisione indipendente oggi disponibile sul tema, condotta nel Regno Unito e fondata sulle revisioni sistematiche commissionate all’Università di York: non viene citata, spiegano i pediatri, perché la Guida «non è una revisione sistematica o una metanalisi sulle terapie ormonali» e perché le sue conclusioni sarebbero comunque «state criticate nella comunità scientifica internazionale a causa di bias metodologici ed etici». Un rilievo, quest’ultimo, sostenuto citando un solo lavoro critico (Noone et al., 2025), mentre delle revisioni sistematiche sottostanti alla Cass non c’è traccia. Si tace, inoltre, sul fatto che a conclusioni convergenti sulla debolezza delle evidenze per i bloccanti della pubertà sono giunti, in modo indipendente, anche il NICE britannico, l’agenzia svedese SBU insieme al Karolinska Institutet, la finlandese COHERE e le autorità sanitarie norvegesi: non un’opinione isolata, dunque, ma l’orientamento prudenziale di più sistemi sanitari europei, sistematicamente ignorato dalla Guida.
Lo stesso schema si ripete sulla cosiddetta “desistenza”: gli studi di follow-up 2008-2013 (Drummond, Steensma, Wallien e Cohen-Kettenis) vengono esclusi dalla bibliografia per limiti nella selezione dei campioni, sulla base di un solo articolo di commento (Temple Newhook et al., 2018) che non è nemmeno una revisione sistematica. La stessa severità, però, non viene mai applicata agli studi posti a sostegno dell’affermazione precoce, come quelli di Olson (2015 e 2022) e di Durwood (2017), fondati su coorti di convenienza, campioni auto-selezionati e reclutamento tramite reti orientate. E quando si tratta di riconoscere gli Standards of Care WPATH-SOC 8 – semplici raccomandazioni di un panel di esperti, collocate nella gerarchia delle evidenze ben al di sotto delle revisioni sistematiche – il rigore scientifico dei pediatri italiani sembra scomparire del tutto. Persino sulla neurodivergenza, dove SIP e ACP applicano correttamente la cautela statistica contro il rischio di “causazione inversa”, il problema resta lo stesso: quella cautela, giustissima in sé, viene attivata solo per allontanare un’inferenza scomoda – che una parte delle richieste possa essere secondaria a condizioni neuroevolutive e richiedere quindi una diagnosi differenziale più attenta prima di qualunque percorso affermativo – e mai per rivedere le fonti che sorreggono la Guida.
La contraddizione della transizione (non) reversibile
C’è poi una contraddizione interna che basta mettere a confronto due risposte dello stesso documento per farla emergere. Alla domanda 8 si legge infatti che l’«affermazione sociale» – termine che, lo ammettono gli stessi autori, ha sostituito quello di «transizione sociale» – è «completamente reversibile e priva di implicazioni cliniche», quindi non sarebbe un trattamento sanitario. Alla domanda 11, però, si riconosce che «l’affermazione sociale in età prepuberale può persistere dopo la pubertà» e che solo l’eventualità di una ri-transizione dimostrerebbe che non si tratta di un percorso «senza ritorno». Le due affermazioni non possono coesistere: se un intervento psicosociale è in grado di persistere, orientare una traiettoria evolutiva e in certi casi richiedere una successiva ri-transizione, allora non è per definizione «privo di implicazioni cliniche», e l’avverbio «completamente» usato nella risposta 8 è scientificamente indifendibile. Non è un dettaglio lessicale: la stessa letteratura richiamata dalla Guida, a partire da Olson 2022, documenta tassi molto bassi di ritorno tra i bambini socialmente transizionati, un dato che suggerisce come la transizione sociale possa consolidare un esito anziché limitarsi a rifletterlo in modo neutro – esattamente il contrario del «diritto del minore a un futuro aperto» che SIP e ACP dichiarano di condividere con la Garante Terragni. Anche il richiamo alla European Academy of Paediatrics soffre dello stesso difetto: viene citato solo il passaggio favorevole all’affermazione sociale non medicalizzata, tacendo che lo stesso documento insiste con pari chiarezza sulla debolezza della base di evidenze e sulla necessità di cautela.
Infine, sulle storie di Anna e Liam inserite nella Guida come casi reali, la stessa nota dei pediatri ammette che «l’estrema sintesi delle due narrazioni... può non restituire adeguatamente la complessità delle valutazioni compiute»: un modo elegante per riconoscere, sotto la pressione delle critiche, che il racconto così come pubblicato era fuorviante. Le precisazioni aggiunte solo ora – ovvero che il pediatra non avrebbe definito l’identità della bambina né disposto la carriera alias – non compaiono nel testo della Guida, e restano comunque su un impianto narrativo che accosta Anna, accolta e affermata, a Liam, descritto come vittima di «ostilità e rifiuto» in famiglia: un accostamento che codifica implicitamente la cautela dei genitori come ostilità, la prudenza come discriminazione.
Le crepe nelle fonti citate da SIP e ACP
Anche l’apparato delle fonti citate a sostegno della Guida, se osservato da vicino, mostra crepe. I pediatri presentano gli Standards of Care WPATH-SOC 8 come riferimento centrale e ne confermano l’autorevolezza richiamando il PDTA della Società Italiana di Endocrinologia Pediatrica e il Position Paper intersocietario italiano del 2024: peccato che entrambi questi documenti assumano a loro volta i SOC-8 come fonte. Non è pluralità di evidenze indipendenti, ma la stessa fonte che ritorna sotto sigle diverse. C’è poi un argomento che ci sembra essere quantomeno prematuro: la SIP dichiara di attendere le determinazioni del Tavolo tecnico sulla Disforia di Genere, istituito nel 2024 e di cui la stessa società fa parte, mentre ha già diffuso a tutti i pediatri italiani un documento che quell’orientamento in parte presuppone. Se il quadro delle evidenze è ancora al vaglio di un tavolo istituzionale, la pubblicazione della Guida appare quindi quantomeno prematura. Lo stesso vale per il principio di precauzione: la nota distingue le variazioni congenite delle caratteristiche sessuali – dove la prudenza impone di rinviare interventi medico-chirurgici irreversibili – dalla varianza di genere, per la quale si sostiene che «non vi è alcun intervento medico». Ma è proprio questo il punto in discussione, non un dato acquisito: dare per dimostrata la neutralità dell’affermazione sociale per poi escluderla dal principio di prudenza è un ragionamento circolare. Discorso non troppo diverso vale per l’omogenitorialità: le fonti citate a sostegno dell’assenza di differenze negli esiti di sviluppo dei bambini – Golombok 2003, Patterson 2009, Perrin 2013 – sono datate, su campioni piccoli e non rappresentativi, insufficienti a escludere differenze; «nessuna differenza dimostrata» in studi così limitati non equivale a «differenza assente». Inoltre ricordare, come fa la Guida, che l’utero in affitto è vietato dall’ordinamento italiano non basta a rendere neutrale la trattazione di situazioni “familiari” che da quella pratica possono avere origine.
Le domande senza risposta
Il perimetro scelto da SIP e ACP – sedici domande formulate dall’interno, più una nota di cortesia istituzionale alla Garante – permette soprattutto di aggirare le contestazioni più scomode. Non una parola sulla governance e sui possibili conflitti di interesse, nessun riferimento all’articolo 13 e all’articolo 19 dello Statuto SIP, che impongono la verifica di qualità del Comitato Scientifico «sulla base di indici validati dalla comunità scientifica internazionale». Un documento che omette le revisioni sistematiche più rilevanti lascia intatto il dubbio che quella verifica non sia mai stata compiuta davvero. Non risponde neppure alla domanda sulla legittimazione istituzionale: la mancata validazione da parte del Sistema Nazionale Linee Guida viene presentata come prova che quella validazione non fosse necessaria, un ragionamento che si morde la coda. Resta poi il nodo della rete di invio: la Guida insiste sul dovere del pediatra di «orientare verso professionisti competenti», senza mai chiarire quali. Se quella rete coincide con servizi a impostazione affermativa, l’«invio neutrale» diventa semplicemente l’imbocco di un percorso dall’esito già orientato, e la neutralità dichiarata andrebbe verificata sulla destinazione, non solo sulle intenzioni. Infine, il silenzio più eloquente riguarda il mandato culturale della Guida: nessun accenno ai passaggi del testo che spostano il baricentro dalla cura a una «partecipazione a un processo di cambiamento» culturale, né al termine «adultismo» usato per qualificare l’esercizio della responsabilità genitoriale, in aperta tensione con gli articoli 30 e 31 della Costituzione e con l’articolo 316 del Codice civile.
Per questo continuiamo a ritenere che i “chiarimenti” non chiariscano granché: spostano il terreno del confronto da che cosa dice davvero la Guida a come vada etichettata, ma non toccano nel merito nessuna delle criticità sollevate. La nostra richiesta resta quindi la stessa di sempre: il ritiro di “Oltre lo sguardo”.