20/03/2026 di Redazione

ONU. L'Italia ha votato per seppellire la definizione biologica di genere. Ecco cosa è successo alla CSW70

La delegazione italiana alla CSW70 ha appoggiato la mozione che ha impedito persino la discussione di una risoluzione americana sul tema. Un fallimento diplomatico e politico senza attenuanti. La ricostruzione di una vicenda che il governo ha preferito ignorare fin dall'inizio.

Ieri, 19 marzo, la delegazione italiana all'ONU ha votato per impedire anche solo la semplice discussione in merito alla definizione - biologica e scientifica - del termine "genere”, ovvero che esso stia a significare uomini e donne. Non si è astenuta. Non ha votato contro nel merito. Ha votato a favore di una mozione di "no action" - presentata dal Belgio - che ha seppellito la risoluzione americana prima ancora che potesse essere esaminata. Un vero e proprio boicottaggio arrivato con 23 favorevoli alla mozione belga, 3 contrari (Cile, Pakistan, Stati Uniti) e 17 astenuti. L'Italia era tra quei 23.

È il punto di arrivo di una vicenda che dura settimane e che racconta, con una chiarezza purtroppo brutale e forse inaspettata, cosa significa per questo governo "essere contro l'ideologia gender" quando si tratta di farlo davvero, in un contesto internazionale.

Il testo pro aborto e pro Lgbt che l'Italia aveva già appoggiato

Facciamo un passo indietro. Il 9 marzo scorso, primo giorno della 70esima Commissione ONU sulla Condizione della Donna (CSW70), le “Conclusioni Concordate” - cioè il documento che orienta le politiche globali su donne e famiglia per i prossimi anni - vengono adottate con un voto registrato. Prima volta nella storia della Commissione: non più consenso unanime, ma schede individuali. 37 favorevoli, uno contrario (sempre gli USA) e 6 astenuti. Ebbene, anche in quel caso l’Italia ha votato sì. Ha votato sì non a un documento qualunque né innocuo, ma a un testo dove la parola "genere" è usata decine di volte senza mai definirla biologicamente e con richiami a un documento del Cairo del 1994 usato sistematicamente nelle sedi internazionali per affermare l'aborto come diritto universale. Inoltre, come se non fosse abbastanza, nel testo vengono sollecitati finanziamenti pubblici obbligatori alle organizzazioni transgender e femministe radicali. Prima del voto, gli USA avevano proposto otto emendamenti correttivi, tra cui uno che stabiliva esplicitamente che "genere" significa sesso biologico, ma l’Unione Europea li ha fatti respingere tutti in blocco, dichiarando che ogni paragrafo del testo era "cruciale" e non andava toccato. Anche in quel frangente l’Italia ha seguito la linea europea, il tutto senza una parola di spiegazione agli italiani.

L'appello ignorato

Pro Vita & Famiglia non è rimasta a guardare. Già prima del voto del 9 marzo aveva inviato una PEC formale al Ministro degli Esteri Antonio Tajani, chiedendo di istruire la delegazione italiana affinché si opponesse ai paragrafi più critici del testo o quantomeno sostenesse gli emendamenti correttivi americani. La PEC non ha mai ricevuto risposta. Nelle settimane successive, l'associazione ha portato un camion-vela davanti al Ministero degli Esteri, alla Farnesina, ha inoltre raccolto oltre 16.000 firme di italiani che chiedevano a Tajani di avere il coraggio di votare sì alla risoluzione americana del 19 marzo e ha anche prodotto delle analisi giuridiche dettagliate del testo ONU, disponibili pubblicamente, suggerendo alla delegazione italiana quali passi compiere per tutelare le donne, le famiglie e la realtà biologica e scientifica. Ma nulla: Tajani non ha mai risposto. Non alla PEC. Non al camion-vela. Non alle migliaia di firme. Non a una sola domanda pubblica per chiarire la posizione italiana alla CSW70.

La risoluzione USA e la mozione belga

Ecco dunque che si è arrivati al già citato 19 marzo, quando gli USA hanno riprovato a far tornare la bussola dell’Onu all’interno delle evidenze scientifiche e biologiche. La delegazione statunitense ha infatti presentato una risoluzione autonoma - dal titolo "Protection of women and girls through appropriate terminology" - che chiedeva una cosa sola e semplice, anzi ovvia: che nei documenti ONU "genere" tornasse a significare quello che significava quando fu scritto e firmato da 189 paesi - tra i quali anche l’Italia - a Pechino nel 1995. Sesso biologico. Uomini e donne. Nient'altro. Non sarebbe stata una rivoluzione, ma un ripristino. Un atto di onestà intellettuale verso un accordo che esiste già da trent'anni. Invece quello che è accaduto è che il Belgio ha presentato una mozione procedurale di "no action", uno strumento che serve a bloccare un testo prima ancora che venga discusso nel merito, senza lasciare traccia di un voto sulla sostanza. È la tecnica più cinica disponibile in quella sede: non si vota contro, si vota per il silenzio. La mozione, come detto, è passata 23 a 3. L'Italia ha votato sì e ha scelto attivamente il silenzio.

Un fallimento senza attenuanti

In tutta questa storia c’è una differenza precisa tra seguire un blocco e guidarlo, tra astenersi e affossare, tra non fare abbastanza e fare attivamente il contrario. Ieri l'Italia ha attraversato quella differenza. Non si tratta di lealtà europea mal riposta o di inerzia diplomatica. Si tratta di una scelta politica esplicita: impedire che il merito venisse discusso, schierarsi con chi ha presentato la mozione-bavaglio, votare contro la possibilità stessa che "genere" fosse definito biologicamente in un documento internazionale. Il Ministro Tajani ha nominato personalmente l'Ambasciatore Giorgio Marrapodi - Rappresentante Permanente dell’Italia presso l’Onu - a guidare la delegazione italiana alla CSW70. Quella delegazione, in entrambi i casi sopra descritti, ha votato nella direzione sbagliata. La responsabilità è di Tajani. Diretta, incontestabile. Un governo che si definisce conservatore, che dice di difendere la famiglia naturale e di opporsi all'ideologia gender, ha avuto due occasioni in dieci giorni per dimostrarlo in una sede internazionale con effetti concreti. Le ha sprecate entrambe, soprattutto nella seconda in un modo ancora più attivo, consapevole e documentato.

Cosa rimane

Rimangono le oltre 16.000 firme di italiani che hanno chiesto a Tajani di fare diversamente. Rimane la PEC, anche se senza risposta. Rimane il fatto che la delegazione italiana all'ONU ha votato per rendere le parole "donna" e “uomo” un po' meno certe, un po' più negoziabili, un po' più sostituibili con concetti fluidi e aleatori. Proprio come vuole l’Agenda Lgbtqia+. 

E rimane una domanda, che chiediamo al Ministro Tajani pubblicamente e per la seconda volta: perché? Non è una domanda retorica. È una domanda a cui gli italiani hanno diritto di ricevere una risposta.

 

 

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