19/07/2026 di Redazione

Ecco come e perché l’Africa è assoggettata dai diktat Lgbt e abortisti dell’Europa

Al Parlamento europeo il cardinale Sarah e Pro Vita & Famiglia denunciano gli aiuti UE all’Africa condizionati ad aborto, agenda Lgbt e gender.

Si è tenuta lo scorso 15 luglio, nella Sala Spaak 5B1 del Parlamento europeo a Bruxelles, la conferenza “Europe and Africa. In conversation with cardinal Robert Sarah”, organizzata dal gruppo ECR in collaborazione con Pro Vita & Famiglia, su invito degli eurodeputati Paolo Inselvini (FdI) e Nicolas Bay. L'incontro ha riunito parlamentari europei, rappresentanti istituzionali e delegazioni della società civile per discutere degli strumenti con cui l'Unione europea condiziona la cooperazione per lo sviluppo dell'Africa all'adozione di agende in materia di aborto, ideologia di genere ed educazione sessuale. I lavori si sono aperti con gli interventi di Paolo Inselvini e Nicolas Bay, seguiti dai saluti istituzionali della vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna (FdI) e del nunzio apostolico presso l'Unione europea, mons. Bernardito Cleopas Auza. Al dibattito ha preso parte anche Jean Valier, in rappresentanza di SOS Chrétiens d'Orient, con un contributo dal punto di vista della società civile impegnata sul terreno.

Il dossier di Pro Vita & Famiglia

Al centro dell'incontro, Pro Vita & Famiglia ha presentato un proprio dossier dal titolo “Aiuti Condizionati - L'Unione europea e l'Africa: strumenti finanziari, giuridici e commerciali in materia di aborto, agenda LGBTIQ+ ed educazione sessuale”: una ricostruzione basata su fonti ufficiali che copre il periodo 2000-2026 e raccoglie tredici schede su trattati, regolamenti, risoluzioni parlamentari e programmi di finanziamento dell'Unione, insieme alle prese di posizione ufficiali di Stati e parlamenti africani. Il dossier documenta cinque elementi principali. Innanzitutto il cosiddetto “Samoa Agreement”, ovvero un trattato internazionale vincolante che contiene impegni in materia di salute sessuale e riproduttiva per l'Africa e, soprattutto, una clausola secondo la quale nessun accordo tra Stati membri UE e Stati OACPS (Africa, Caraibi, Pacifico) può ostacolarne l'attuazione, quindi nemmeno una legge nazionale africana. Dopodiché c'è lo strumento NDICI–Global Europe che, come una vera e propria leva finanziaria, destina all'Africa subsahariana almeno 29,18 miliardi di euro per il 2021-2027, con l'obiettivo di arrivare a circa 60,5 miliardi per il periodo 2028-2034, il tutto sostituendo gli obiettivi quantitativi vincolanti in materia di genere con un approccio di «mainstreaming» trasversale. Il dossier denuncia inoltre le risoluzioni del Parlamento europeo di questi anni che, pur non essendo vincolanti, sono mandati formali di indirizzo verso Commissione e SEAE (Servizio europeo per l'azione esterna), le quali hanno chiesto, nel 2022, di dare priorità all'accesso universale all'aborto sicuro e legale nelle relazioni esterne dell'Unione. Viene poi denunciato un apparato operativo capillare per arrivare a tali obiettivi, come dimostra il Gender Action Plan III, che impegna l'85% delle nuove azioni esterne UE a contribuire all'uguaglianza di genere, mentre in ultimo il dossier documenta la resistenza africana, come nel caso dell'Uganda, che ha depositato una dichiarazione interpretativa formale che esclude l'aborto dai riferimenti alla salute riproduttiva, e delle due Conferenze Interparlamentari di Entebbe (2023 e 2025) che hanno proposto una Carta Africana per la sovranità culturale.

L'intervento del cardinale Sarah

Il momento centrale della conferenza è stata la lectio magistralis del cardinale Robert Sarah (LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE) incentrata sulla crisi del linguaggio nei rapporti tra le istituzioni europee e il continente africano. Rilanciando la celebre denuncia di Papa Francesco sulle «colonizzazioni ideologiche» imposte dall'esterno ai Paesi in via di sviluppo, spesso in cambio di aiuti economici, il cardinale ha affermato che «la mancanza di accesso all'aborto viene definita come ‘violenza’, mentre il concepito – il più debole, il più innocente fra noi – è privato di qualunque parola, di qualunque rappresentanza, di qualunque diritto», sostenendo che un'educazione sessuale imposta «senza consultazione reale dei popoli interessati» costituisce essa stessa una forma di ingerenza esterna. Il cardinale ha inoltre ricordato l'appello di Papa Leone XIV al Corpo diplomatico dello scorso gennaio: «Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti». Il porporato ha richiamato l'esempio delle Costituzioni africane, ricordando che quella del Kenya «stabilisce che ‘la vita della persona ha inizio al concepimento’» e quella dell'Uganda dispone che «nessuna persona ha il diritto di porre fine alla vita di un nascituro, salvo quanto autorizzato dalla legge», definendole non un residuo arretrato ma «un frammento di saggezza giuridica… che l'Occidente farebbe bene a riconsiderare invece di correggere». Parlando come “figlio dell'Africa”, il cardinale ha denunciato un episodio concreto: «in alcuni Paesi africani sono stati creati veri e propri ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico». E ha ricordato la propria replica a un Segretario Generale delle Nazioni Unite giunto in Africa a chiedere la depenalizzazione dell'omosessualità come condizione di civiltà: non si può imporre ai poveri questo genere di richieste, ha osservato, mentre a mancare sono ospedali, scuole e acqua potabile.

Brandi: «Si risvegliano pregiudizi razzisti»

Il presidente di Pro Vita & Famiglia, Antonio Brandi, ha poi denunciato senza mezzi termini quella che ha definito una «condizionalità ideologica», ovvero «il meccanismo con cui le istituzioni europee vincolano gli aiuti economici all'accettazione di istanze radicali, ovvero il piegarsi all'Agenda Lgbt e alle pressioni per accettare o introdurre, culturalmente e legalmente, strumenti per facilitare l'aborto, la propaganda gender e l'educazione sessuale». Anche Brandi ha citato i piani di azione dell'Europa che condizionano decine di miliardi di euro destinati all'Africa all'adozione di politiche ideologiche. Durissimo, inoltre, il giudizio di Brandi sul metodo: «Trattare nazioni sovrane come soggetti immaturi da guidare con il guinzaglio del denaro significa risvegliare un pregiudizio razzista, che nega all'altro pari dignità umana e morale». Brandi ha inoltre ricordato l'impegno diretto dell'associazione contro la Strategia LGBTIQ+ 2026-2030 della Commissione europea, oggetto di una petizione promossa da Pro Vita & Famiglia che ha raccolto oltre 33.000 firme, e ha reso omaggio alla resistenza di Paesi come Uganda, Nigeria e Guinea Equatoriale di fronte alle pressioni di Bruxelles, chiudendo anch'egli con un appello diretto alle istituzioni europee: «Cessino i loro diktat ideologici. Si rispettino la Carta delle Nazioni Unite, che sancisce il diritto all'autodeterminazione dei popoli – oggi invece calpestato dall'UE –, e la libertà dei popoli africani di vivere secondo le proprie usanze, le proprie tradizioni e la propria fede».

Inselvini: «Europa ritrovi radici»

«L'Europa deve ritrovare le sue radici, mettendo al centro l'uomo e risolvendo la crisi antropologica in corso» sono invece state le parole pronunciate dall'eurodeputato di FdI-ECR Paolo Inselvini. «L'Unione europea – ha sottolineato – sta vivendo un inverno demografico e una crisi non solo dal punto di vista geopolitico ed economico, ma anche morale. Ritrovando le nostre radici, che affondano soprattutto nella spiritualità e cristianità che hanno caratterizzato l'Europa per millenni, possiamo ridare una direzione all'UE, fornendo allo stesso tempo ai giovani una speranza di poter creare qualcosa di grande o mettere su famiglia. I valori di cui è portatore il cristianesimo, come vita, famiglia e princìpi morali, non sono negoziabili».

 

 

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