16/07/2026 di Redazione

La Guida Lgbt dei pediatri è «sconcertante». Ecco cosa ha detto la Garante per l'Infanzia

La Garante per l'Infanzia Marina Terragni definisce «sconcertanti» alcuni contenuti della Guida Lgbt per pediatri di SIP e ACP e chiede un dibattito scientifico fondato sulle evidenze.

La Guida Lgbt “Oltre lo Sguardo” pubblicata da SIP e ACP ha contenuti, richieste e consigli «impensabili» e «sconcertanti». A smontare e denunciare il contenuto ideologico del documento dei due enti dei pediatri italiani (LEGGI QUI I DETTAGLI DELLA GUIDA) non siamo più solo noi di Pro Vita & Famiglia, altri pediatri e organi di stampa, ma ora anche la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Ebbene sì, perché qualche giorno fa Marina Terragni è intervenuta sul caso della Guida gender, anche a seguito di un’altra importante e durissima presa di posizione, quella dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha preso le distanze dal documento e chiarito categoricamente che nessuna presentazione della guida è prevista, come precedentemente annunciato, nell’ambito del congresso dell’ACP in programma il 5 e 6 novembre prossimi presso lo stesso Istituto.

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La “bambina trans” di 3 anni

Ma torniamo alle dichiarazioni di Terragni. La titolare dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza innanzitutto prende spunto, per i suoi commenti, dall’inquietante caso riportato proprio sulla Guida, ovvero quello di Anna, tre anni, che anagraficamente si chiamerebbe Alan ma che si identifica al femminile, con preferenze di gioco, abbigliamento e ruoli sociali tipicamente associati al genere femminile. Il pediatra, si legge nella guida, fornisce in questi casi riferimenti di centri specialistici, associazioni e materiali informativi, mentre al momento dell’iscrizione alla scuola primaria viene attivata una carriera alias per superare le criticità legate all’uso del nome anagrafico, del grembiule e dei bagni scolastici: già dalla materna, dunque, Alan sarebbe a tutti gli effetti Anna. Per la Garante, se il caso di Alan-Anna fosse reale, meriterebbe l’attenzione delle autorità sanitarie italiane: «L’idea di avviare una carriera alias per un bambino di tre anni appare sconcertante, sebbene coerente con gli standard di cura del WPATH e di altre associazioni transgender e Lgbtqia+ citate nella sitografia della guida».

Gli standard smentiti del WPATH

Ma proprio su questi “standard” del WPATH si focalizza Terragni, la quale ricorda che «non offrono sufficienti garanzie di scientificità» e sono «da tempo oggetto di discussione dopo lo scandalo dei cosiddetti WPATH Files, mentre è in corso un’azione legale della Federal Trade Commission americana, che accusa l’associazione di frode nei confronti dei consumatori per affermazioni false o non supportate da prove sul trattamento dei minori». Garanzie da cui, sottolinea la Garante, una società scientifica come quella dei pediatri italiani non dovrebbe prescindere. Sull’avvio delle carriere alias, Terragni richiama inoltre il rapporto Cass del 2024, ovvero la revisione indipendente commissionata dal governo britannico sulla disforia di genere nei minori, secondo cui nelle decisioni sulla transizione sociale dei bambini in età prepuberale si dovrebbe garantire una visita il prima possibile da parte di un professionista clinico con esperienza in materia. La transizione sociale, avverte la Garante, «troppo spesso si è rivelata un passo senza ritorno, punto di avvio della cosiddetta terapia affermativa che passa dai bloccanti della pubertà fino a 16 anni, agli ormoni cross sex e alla chirurgia». Perfino il WPATH, ricorda Terragni, ammette che un ritorno al genere originale può essere molto angosciante e comportare il rinvio di questa seconda transizione da parte del bambino.

8 casi su 10 si risolvono da soli

La Garante evidenzia inoltre che «in almeno otto casi su dieci il momento di incertezza sul proprio genere si risolve spontaneamente», un dato che è stato paradossalmente affermato dalla stessa Società Italiana di Pediatria, secondo cui solo nel 12-27% dei casi la disforia permane nel passaggio all’adolescenza. Per Terragni si tratterebbe dunque di «dare tempo al tempo, fornendo se necessario un sostegno psicologico» e «appare perciò singolare che la SIP parli oggi di affermare socialmente un bambino di soli tre anni». La stessa guida “Oltre lo Sguardo”, segnala ancora Terragni, suggerisce opportunamente un principio di precauzione per i minori intersex, termine ombrello che descrive le variazioni congenite delle caratteristiche sessuali, prevedendo l’intervento medico urgente solo nei casi in cui sia in pericolo la vita del bambino e indicando di rimandare gli interventi medico-chirurgici in tutti gli altri casi: non è chiaro, per la Garante, «perché questa stessa strategia prudenziale non valga anche per i minori con varianza o disforia di genere». Terragni rileva inoltre che la Guida, oltre a disforia e intersessualità, affronta anche l’orientamento sessuale e l’omogenitorialità, ridefinendo la gestazione per altri, vietata dalla legge italiana, come «gestazione di sostegno», senza fare alcun riferimento al divieto vigente: un’operazione che, secondo la Garante, «aggiunge confusione a confusione».

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L’appello a un dibattito scientifico

Per Terragni, quindi, la guida di SIP e ACP «non sembra tenere conto dei documenti istituzionali che negli ultimi anni hanno ridisegnato il dibattito internazionale», come la già citata Cass Review britannica, le nuove linee guida finlandesi e svedesi, il rapporto del Dipartimento della salute e dei servizi umani statunitense (HHS) e il documento sul consenso pubblicato nel 2024 dalla European Academy of Paediatrics, «tutti accomunati dal richiamo alla prudenza, alla valutazione multidisciplinare e alla tutela del diritto del minore a un futuro aperto». La riflessione critica sulla terapia affermativa, ricorda ancora la Garante, ha condotto alla chiusura di centri specializzati che in passato hanno trattato migliaia di minori, dalla Tavistock Clinic di Londra al Karolinska Institute di Stoccolma, fino al Center for Transyouth Health and Development del Children’s Hospital di Los Angeles, «con la raccomandazione di procedere con cautela e compassione, privilegiando un approccio olistico e un’accurata valutazione psicologica per escludere eventuali comorbidità psichiatriche». Terragni cita infine un recente rapporto delle Nazioni Unite curato da Reem Alsalem, Relatrice Speciale contro la violenza su donne e ragazze, secondo cui le probabilità di ricevere una diagnosi di disforia sono tre volte maggiori per bambini e adolescenti con una diagnosi di disturbo dello spettro autistico; il rapporto ha classificato tra le violenze di genere la transizione sociale e medica dei bambini, con le ragazze particolarmente colpite, chiedendo il divieto di transizione legale e sociale dei minori.

L’auspicio, conclude Terragni, è che il caso mediatico e medico – nonché ideologico – suscitato dalla pubblicazione di questa Guida possa costituire l’occasione per aprire anche in Italia un ampio dibattito scientifico, presieduto dalle massime istituzioni sanitarie, che tenga conto delle più recenti acquisizioni scientifiche internazionali sulla disforia nei bambini e nei ragazzi, mantenendo saldamente al centro il superiore interesse del minore.

 

 

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