Pubblichiamo di seguito il testo integrale della Lectio Magistralis che il cardinale Robert Sarah ha tenuto durante l’evento "Europe and Africa. In conversation with cardinal Robert Sarah", che si è tenuto nel pomeriggio del 15 luglio presso la Sala Spaak 5B1 del Parlamento europeo, a Bruxelles, organizzato dal gruppo ECR in collaborazione con Pro Vita & Famiglia, su invito degli eurodeputati Paolo Inselvini (FdI) e Nicolas Bay.
L’incontro ha riunito parlamentari europei, rappresentanti istituzionali e delegazioni della società civile per discutere degli strumenti con cui l’Unione europea condiziona la cooperazione per lo sviluppo dell’Africa all’adozione di agende in materia di aborto, ideologia di genere ed educazione sessuale e ha visto gli interventi istituzionali anche della vicepresidente del Parlamento europeo, Antonella Sberna (FdI), e del nunzio apostolico presso l’Unione europea, monsignor Bernardito Cleopas Auza.
«EUROPA E AFRICA. IN DIALOGO CON IL CARD. ROBERT SARAH»
1. Logos, parola e visioni del mondo contrapposte
Signor Presidente,
Onorevoli membri del Parlamento europeo, Amici di ProVita e Famiglia,
Gentili Signore ed Egregi Signori,
vi ringrazio per l’invito a condividere con voi, in questa casa dei popoli d’Europa, alcune riflessioni che mi stanno a cuore come figlio dell’Africa e come pastore della Chiesa cattolica. Non vengo a voi con un discorso di circostanza, ma con una domanda che considero decisiva per il futuro dei nostri due continenti: possiamo ancora intenderci? Le parole che usiamo – “diritti umani”, “dignità”, “sviluppo”, “libertà”, “salute”, “genere”, “famiglia” – significano ancora la stessa cosa per chi le pronuncia a Bruxelles, a Strasburgo, a Kampala o a Conakry?
Papa Leone XIV, ricevendo lo scorso gennaio il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha pronunciato una frase che vorrei porre come chiave di lettura dell’intera mia riflessione di oggi. Il Papa ha affermato: «Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti». Ci dice che la crisi che attraversiamo – crisi geopolitica, crisi dei diritti, crisi del multilateralismo – è, alla radice, al di là del linguaggio: una crisi del logos, della ragione.
Nel dossier che è stato preparato per questo incontro, e che ho studiato con attenzione, emerge con chiarezza documentata come, nel rapporto fra l’Unione Europea e l’Africa, le parole siano oggi usate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per rovesciarla. Si parla di “salute sessuale e riproduttiva” e si intende, in molti casi, l’accesso all’aborto. Si parla di “uguaglianza di genere” e si intende, talvolta, la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna iscritta nel corpo dell’essere umano. Si parla di “diritti umani” per Paesi africani, e si intende l’imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica. Se le parole non significano più ciò che esse dicono, come può esserci dialogo autentico? Come può l’Africa fidarsi di un’Europa che parla con parole equivoche, a doppio senso?
Questo non è un problema di semantica accademica: è un problema politico, un problema di verità, di onestà nei rapporti umani, di prima importanza. Un trattato, una risoluzione, un piano d’azione che usano un vocabolario impreciso e ambiguo non sono strumenti di cooperazione, ma strumenti di perversione e di potere silenzioso, di neo-colonialismo culturale ed economico: chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l’esito del negoziato, senza che l’altra parte se ne accorga. È esattamente ciò che accade e che in questa Lectio cercherò di illuminare, alla luce del Vangelo e della ragione.
Vorrei collegare questa diagnosi a un testo che considero di straordinaria attualità: l’enciclica Magnifica Humanitas, che Papa Leone XIV ha firmato lo scorso maggio. In essa il Pontefice denuncia l’uso di un linguaggio tecnico, manipolatorio ed ingannatore – pensato per l’era dell’intelligenza artificiale, ma applicabile, io credo, a molti ambiti della cooperazione internazionale – che rischia di ridurre la persona umana a categorie statistiche di poteri economici, invece di riconoscerla come soggetto libero e dotato di dignità trascendente. Leone XIV chiede un pensiero, per usare le sue parole, “dinamico e fedele al Vangelo”, capace di custodire la verità della persona anche quando le tecniche di potere – economiche, giuridiche, comunicative – cercano di riscriverla a proprio uso. L’Enciclica ci dice che la questione è ancora e sempre antropologica.
Ecco dunque il primo invito che vorrei rivolgere: torniamo a parlare secondo la verità della persona, della famiglia, dei popoli, anche, e soprattutto, nel contesto della cooperazione fra l’Unione Europea e l’Africa.
1.1 Benedetto XVI e il primato del logos
Per comprendere fino in fondo questa crisi delle parole, dobbiamo risalire a una sorgente più profonda: la crisi della ragione stessa. E qui devo rendere omaggio alla lucidità profetica del grande Papa, Benedetto XVI, che per primo, in tre discorsi memorabili, ha diagnosticato il male che oggi vediamo dispiegarsi con pienezza.
A Regensburg, nel settembre 2006, papa Benedetto XVI ricordò che il Dio cristiano agisce, per usare l’espressione greca dell’imperatore Manuele II Paleologo (1348-1425) da lui commentata, “σὺν λόγῳ”, con logos. Logos – spiegò il Papa – significa insieme ragione e parola. una ragione creatrice, capace di comunicarsi, appunto in quanto ragione. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, scrisse citando l’imperatore bizantino. Ne segue una conseguenza che vorrei sottolineare con forza dinanzi a questa assemblea: una ragione che, di fronte al divino, si fa sorda e relega la religione nell’ambito delle sottoculture private, diventa essa stessa incapace – sono ancora parole di Benedetto – di inserirsi nel dialogo delle culture.
Applichiamo questo principio al tema dei “diritti” che oggi tanto occupa i nostri dibattiti europei. Quando l’Europa costruisce diritti sganciati dalla verità sull’uomo – l’aborto che si vorrebbe elevare a “diritto fondamentale”, l’identità sessuale ridotta a pura autoproduzione soggettiva – la ragione stessa si deforma: da strumento di conoscenza della verità diventa strumento di potere, capace di imporsi con la forza del diritto e del denaro a chi non condivide quelle premesse.
Papa Benedetto XVI aggiungeva, sempre a Regensburg, che una ragione sorda al divino diventa incapace di autentico dialogo interculturale, perché pretende di imporsi come l’unica cultura razionale possibile, relegando ogni altra visione dell’uomo – a cominciare da quella cristiana e da quella delle grandi tradizioni religiose africane – al rango di superstizione da correggere. Ecco perché, quando oggi si presenta un pacchetto di condizionalità ideologica come sinonimo di “modernità” o di “progresso”, dovremmo riconoscervi non l’ampliamento, ma il restringimento della ragione.
Due anni dopo, al Collège des Bernardins di Parigi, Papa Benedetto XVI additò all’Europa la via del quaerere Deum: “cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati”, disse ai rappresentanti della cultura francese. E aggiunse un avvertimento che, letto oggi, suona quasi profetico: “Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo, come non scientifica, la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più grandi”. Il cristianesimo, spiegava ancora il Papa in quella sede, percepisce nelle parole umane la Parola, il Logos stesso: le parole, per un cristiano, non sono mai puro strumento, ma partecipano della verità che comunicano.
Ancora tre anni dopo, al Bundestag tedesco, Papa Benedetto XVI portò questa riflessione al cuore stesso della prassi legislativa europea. “Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità”. E si chiese, davanti ai legislatori tedeschi: “Come può la ragione ritrovare la sua grandezza, senza scivolare nell’irrazionale?”. È esattamente la domanda che vorrei porre oggi a voi, Onorevoli parlamentari: una legislazione europea che pretenda di essere “neutrale” verso ogni visione antropologica, ma che di fatto impone in tutto il mondo – tramite trattati, aiuti, condizionalità commerciali - una specifica e contestabile visione dell’uomo, non sta forse scivolando proprio in quell’irrazionalità contro la quale Papa Benedetto XVI ci metteva in guardia? Da questi tre grandi discorsi nasce il ponte che voglio gettare verso il tema di oggi: la critica a quelle forme di “colonizzazione ideologica” che usano il diritto internazionale e i finanziamenti europei o internazionali per imporre visioni antropologiche discutibili e contestabili, a popoli che non le hanno scelte.
1.2 I tre Papi e la colonizzazione ideologica
Questo primato del logos, minacciato dal positivismo giuridico ed economico, trova la sua applicazione più diretta e più dolorosa proprio nella questione dell’ideologia di genere. Fu ancora Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso natalizio alla Curia Romana, nel dicembre 2012, a offrirci la chiave teologica per comprenderla. Citando le riflessioni del rabbino capo di Francia dell’epoca, Gilles Bernheim, il Papa ricordò come Simone de Beauvoir avesse scritto: “Donna non si nasce, lo si diventa” – e commentò: “l’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizzi l’essere umano come uomo o come donna [...] Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela”. E ne trasse una conclusione severa: “Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso”. “Chi difende Dio – concluse Benedetto – difende l’uomo”.
Questa chiave teologica ci permette di leggere in profondità categorie come S.O.G.I. (orientamento sessuale e identità di genere), C.S.R.H.E. (educazione sessuale e riproduttiva “comprensiva”), che ricorrono con tale insistenza nei trattati fra l’Unione Europea e i Paesi africani. Non sono categorie neutre: sono l’applicazione politica e giuridica di quella medesima negazione della natura data, di quel medesimo rifiuto del Creatore, di cui Benedetto ci parlava.
Notate, Onorevoli parlamentari e cari amici, come queste categorie non compaiano isolate in un singolo documento, ma si ripetano sistematicamente – nelle risoluzioni parlamentari, nei protocolli commerciali, nei piani d’azione settoriali – fino a costituire quello che possiamo chiamare – giustamente – un vero e proprio sistema. Un sistema non nasce per caso: nasce da una visione del mondo coerente, che è precisamente quella visione secolarizzata ed irrazionale, nel senso più tecnico del termine – contraria al logos – che ho descritto in apertura.
Papa Francesco, dal canto suo, ha dato a questo sistema, a questo fenomeno un nome che è ormai entrato nel linguaggio comune: “colonizzazione ideologica”. Nell’incontro con le famiglie a Manila, nel gennaio 2015, disse con parole che meritano di essere riascoltate integralmente: “Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia [...] Non nascono […] dalla preghiera, dall’incontro con Dio [...] vengono da fuori, e per questo dico che sono colonizzazioni”. Pochi giorni dopo, nella conferenza stampa sul volo di ritorno, Francesco fu ancora più esplicito, ricordando le lamentele dei vescovi africani riuniti in Sinodo: “Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo [...] è lo stesso che per certi prestiti si impongano certe condizioni”.
Quadro magisteriale – Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV – vorrei ora applicare, in tre tappe, a tre grandi temi: la dignità della persona e la libertà religiosa; l’autodeterminazione dei popoli; l’Africa e le sue relazioni con l’Europa e con la Chiesa.
2. La dignità della persona umana e la libertà religiosa
2.1 Principio ontologico: la dignità della persona e il logos
Cominciamo dal fondamento di tutto: la dignità della persona umana. Magnifica Humanitas – il cui titolo stesso è già un programma – ci ricorda che la persona umana, creata da Dio, è appunto “magnifica”, irriducibile a dato statistico, a funzione produttiva, a preferenza soggettiva mutevole. Ogni ordine sociale, economico, tecnologico - insiste l’enciclica – deve essere giudicato a partire da questa dignità e dalla vocazione della persona alla comunione con Dio, non il contrario.
Da questo principio ontologico discende, come sua prima e più radicale conseguenza, la libertà religiosa. Essa non è un diritto fra gli altri, aggiunto accanto ad altri diritti: è, come ha ricordato Papa Leone XIV proprio nel citato discorso al Corpo diplomatico, la radice di ogni altra libertà, perché riguarda il rapporto costitutivo dell’uomo con la verità e con Dio. Negarla, restringerla, o peggio manipolarla per fini di politica estera, significa colpire l’uomo al cuore stesso della sua dignità.
Non è senza significato che Papa Leone XIV abbia voluto ricollegare esplicitamente la sua prima enciclica al magistero sociale di Papa Leone XIII. La Rerum Novarum, nel 1891, difese la famiglia, il lavoro, il diritto di associazione, presentando la Chiesa come garante di una visione integrale dell’uomo contro le ideologie del secolo – allora il collettivismo socialista e il liberalismo individualista, oggi, io credo, la tecnocrazia economica e l’ideologia di genere. Questa continuità fra i due Pontefici non è casuale: essa ci dice che la dignità della persona, prima ancora di essere un principio assiologico - un valore da promuovere – è un principio ontologico: un dato dell’essere, che nessuna maggioranza parlamentare, nessun trattato internazionale, ha il potere di ridefinire.
Questa distinzione fra ontologico ed assiologico non è un tecnicismo da scuola teologica: è la chiave di volta di tutto il mio intervento. Se la dignità fosse solo un valore, essa potrebbe essere negoziata, bilanciata, sospesa in nome di altri valori concorrenti – l’efficienza economica, la stabilità geopolitica, il consenso elettorale. Ma se la dignità è un dato ontologico, essa precede ogni deliberazione politica e la giudica: nessun parlamento, europeo o africano, la crea; ogni parlamento, degno di questo nome, ha il compito di riconoscerla e di proteggerla.
2.2 Aborto e Salute e Diritti Sessuali e Riproduttivi [SRHR]: dal diritto alla vita al preteso diritto di sopprimere
È proprio su questo terreno ontologico che si consuma, ai nostri giorni, uno dei più gravi rovesciamenti del logos. Nel giugno e nel luglio 2022, il Parlamento europeo ha adottato risoluzioni che chiedono alla Commissione e agli Stati membri di “dare priorità all’accesso universale all’aborto sicuro e legale” nelle relazioni esterne dell’Unione, e che propongono di includere l’aborto fra i diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’Unione Europea.
Qui il rovesciamento del logos o della ragione raggiunge il suo punto più drammatico: la mancanza di accesso all’aborto viene definita come “violenza”, mentre il concepito – il più debole, il più innocente fra noi – è privato di qualunque parola, di qualunque rappresentanza, di qualunque diritto. Le parole “salute”, “diritti”, “libertà” cessano allora di indicare realtà certe, per usare ancora l’espressione di Papa Leone XIV, e diventano retorica al servizio della soppressione del più debole. Non si tratta di un’opinione fra le tante: si tratta della più radicale negazione possibile del principio ontologico che ho appena richiamato – perché nega, alla radice, che il concepito sia persona, anche solo l’ipotesi che possa davvero esserlo.
Vorrei aggiungere una considerazione che riguarda direttamente la libertà religiosa. Un sistema giuridico che eleva l’aborto a diritto fondamentale nei trattati e nelle relazioni esterne, e che pretende di condizionare a questo la cooperazione con Paesi terzi, obbliga di fatto Stati, comunità religiose, personale sanitario e educativo ad adeguarsi a una visione dell’uomo incompatibile con le loro convinzioni di fede. Questo non è neutralità: è imposizione e oppressione inaccettabile. È imporre per via giuridica e finanziaria una specifica antropologia, a comunità che non la condividono, costituendo, in senso proprio, una violazione della libertà religiosa e della libertà di coscienza – quella stessa libertà che Papa Leone XIV ci ha ricordato essere la radice di ogni altra libertà.
Vale la pena ricordare che l’ordinamento giuridico di molti Paesi africani custodisce ancora, nel proprio diritto costituzionale, un legame esplicito fra dignità della persona e tutela della vita nascente; un legame che l’Europa, in tanti dei suoi ordinamenti, ha invece reciso. La Costituzione del Kenya, all’articolo 26, stabilisce che «la vita della persona ha inizio al concepimento». Quella dell’Uganda, all’articolo 22, dispone che «nessuna persona ha il diritto di porre fine alla vita di un nascituro, salvo quanto autorizzato dalla legge». Non è un residuo arretrato: è, semmai, un frammento di saggezza giuridica, radicato tanto nel diritto naturale quanto nelle tradizioni religiose africane, che l’Occidente farebbe bene a riconsiderare invece di correggere. Non a caso, proprio quest’anno la Corte d’Appello del Kenya ha riaffermato con fermezza tale principio costituzionale, respingendo l’interpretazione che voleva fare dell’aborto un diritto fondamentale. Ecco un esempio concreto di ciò che intendo quando parlo di autodeterminazione dei popoli, conforme alla dignità della persona: un continente che, pur povero di mezzi materiali, non ha smarrito la memoria di cosa sia un essere umano.
2.3 Gender, educazione e la persona riscritta
Il terzo momento di questo rovesciamento riguarda l’educazione, luogo per eccellenza in cui una civiltà trasmette alle nuove generazioni la verità su se stessa. L’articolo 40.6 del Protocollo Africa dell’Accordo di Samoa – l’accordo quadro che oggi regola le relazioni fra l’Unione Europea e i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico – richieda ai governi partner di garantire l’accesso a una “educazione sessuale e riproduttiva comprensiva” (CSRHE), con esplicito rimando alle linee guida tecniche internazionali sull’educazione sessuale. Il “Gender Action Plan III” dell’Unione Europea, dal canto suo, impone un approccio dichiaratamente “gender-transformative” e stabilisce che almeno l’85% delle nuove azioni esterne dell’Unione debba integrare obiettivi di parità di genere.
Qui possiamo applicare direttamente la critica di Papa Benedetto XVI all’ideologia di genere che ho richiamato: l’educazione diventa il laboratorio in cui si insegna ai bambini a considerare la propria identità sessuale come puramente fluida e autodeterminata, sganciata dal corpo, dalla storia familiare, dalla relazione; contro quel logos della creazione di cui Papa Ratzinger ha parlato a Regensburg, a Parigi, a Berlino. Non dobbiamo temere di chiamare le cose con il loro nome, come ci chiede Papa Leone XIV: quando un “protocollo”, o un “piano d’azione” tecnico, impone ad un intero continente un unico modello educativo sulla sessualità umana, senza consultazione reale dei popoli interessati, siamo di nuovo in presenza di quella colonizzazione ideologica e oppressiva, più volte drammaticamente denunciata da Papa Francesco.
Essa si manifesta qui nell’uso di programmi educativi e di aiuti condizionati per penetrare nel tessuto culturale dei Paesi africani, ridefinendo la persona e la famiglia secondo standard occidentali secolarizzati che non appartengono alla storia di quei popoli. Ebbene, Onorevoli parlamentari, io chiedo, con rispetto, ma con altrettanta fermezza, che le parole: “uomo”, “donna”, “matrimonio”, “famiglia” non siano ridotte a costrutti sociali manipolabili a piacimento delle mode ideologiche del momento, ma custodite come dati ontologici della realtà, della realtà creata e non auto-prodotta dall’uomo, e, per chi è credente, dati della rivelazione biblica. È proprio questo che Papa Leone XIV intende quando chiede che le parole tornino a esprimere realtà certe.
3. L’autodeterminazione dei popoli
L’articolo 1, paragrafo 2, della Carta delle Nazioni Unite pone fra i fini stessi dell’Organizzazione lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli. I principi dell’OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico] sull’efficacia degli aiuti allo sviluppo, richiamati nel dossier, ribadiscono che la cooperazione internazionale deve allinearsi alle priorità definite dai Paesi riceventi, e non imporle dall’esterno.
Da questo principio discende una conseguenza che vorrei sottolineare con chiarezza: il rispetto della storia religiosa e culturale di un popolo - tanto più lodevole quanto più essa tutela la famiglia, la vita, la trasmissione della fede – non è un ostacolo allo sviluppo, come talvolta si insinua nei corridoi di Bruxelles, ma un requisito elementare di giustizia. Dignità della persona e libertà religiosa hanno anche una dimensione comunitaria e storica: un popolo ha il diritto di vivere, custodire e trasmettere la propria tradizione religiosa, culturale e familiare, così come la persona singola ha il diritto di professare la propria fede.
Non è forse superfluo ricordare, in questa sede, che il cristianesimo non è per l’Africa un’importazione recente né un residuo del colonialismo europeo, come talvolta si insinua in certi ambienti secolarizzati. Ben prima che l’Europa evangelizzasse l’Africa subsahariana in epoca moderna, l’Africa del Nord e del Corno aveva già dato alla Chiesa universale alcuni dei suoi più grandi maestri: Tertulliano, Cipriano, Atanasio, e, sopra tutti, Agostino di Ippona, la cui riflessione sul rapporto fra fede e ragione ha nutrito per secoli la teologia e l’intera cultura occidentale, incluso, non a caso, lo stesso Papa Benedetto XVI. L’Etiopia conserva una tradizione cristiana ininterrotta fin dal IV secolo. Quando dunque parliamo di autodeterminazione religiosa dei popoli africani, non stiamo difendendo un “particolarismo tribale”, contrapposto a un preteso universalismo europeo: stiamo difendendo la libertà di un continente che ha contribuito, fin dalle origini, a plasmare quel medesimo logos cristiano di cui l’Europa oggi rischia di perdere la memoria. Questo capovolge, se ci pensiamo bene, la narrazione implicita di certa cooperazione allo sviluppo, che tratta l’Africa come discente perenne e l’Europa come maestra definitiva: la storia della Chiesa ci dice, al contrario, che il dono della fede è sempre stato reciproco, e che l’Africa ha tanto da restituire quanto ha ricevuto.
Papa Benedetto XVI, ancora una volta al Bundestag, ci offre qui una categoria decisiva: quella di “ecologia dell’uomo” e di diritto naturale, un diritto che precede il potere politico positivo e lo giudica dall’esterno. “La legge non è pura produzione della volontà del legislatore, ma deve riconoscere una verità sull’uomo e sulla società che nessun parlamento può decretare a piacimento”. Nessuna potenza, per quanto ricca o influente, può pretendere di ridefinire per altri popoli il senso stesso dei “diritti umani”, contro la loro coscienza morale e religiosa. Farlo non è promuovere i diritti umani: è negarne il fondamento, che è appunto la dignità di ogni popolo a essere soggetto, e non oggetto, della propria storia.
Vorrei aggiungere, a questo principio, un secondo cardine della dottrina sociale della Chiesa che illumina bene il nostro tema: il principio di sussidiarietà. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus Annus, ricordò che una società di ordine superiore non deve mai sostituirsi all’iniziativa e alla responsabilità delle comunità di ordine inferiore, privandole delle loro competenze, ma deve piuttosto sostenerle in caso di necessità e aiutarle a coordinare la propria azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune. Applicato alle relazioni internazionali, questo principio ci dice che l’Unione Europea, per quanto animata da buone intenzioni, non ha il compito di riscrivere dall’esterno il diritto di famiglia, il diritto penale, i sistemi educativi degli Stati africani sovrani: ha piuttosto il compito di sostenerli, quando essi lo richiedano, nel raggiungimento dei propri fini legittimi. Il capovolgimento di questo ordine – la pretesa cioè che l’ordine superiore, sovranazionale, disciplini nei minimi dettagli la vita morale e familiare dei popoli - non è sussidiarietà, ma il suo esatto contrario: è un accentramento ideologico, che la dottrina sociale della Chiesa ha sempre condannato, da qualunque parte provenga.
4. L’Africa: le esigenze, i travagli ed il contributo richiesto all’Occidente e alla Chiesa
4.1 Il sistema di condizionalità dell’Unione Europea
Dobbiamo riconoscere che esiste un sistema “a tre livelli” attraverso il quale il principio di autodeterminazione viene – di fatto - eluso. Al livello normativo, si collocano le risoluzioni del Parlamento europeo che ho già richiamato su aborto e diritti LGBT+. Al secondo livello, quello giuridico-convenzionale, si colloca l’Accordo di Samoa, che contiene una clausola di supremazia capace di condizionare l’intero impianto delle relazioni tra Unione Europea e l’African Caribbean and Pacific group of States. Al terzo livello, quello finanziario e commerciale, si collocano lo Strumento di Vicinato, Cooperazione allo Sviluppo e cooperazione internazionale [NDICI], la proposta COM(2025)0551 ora in discussione, e i regimi commerciali preferenziali.
Un caso concreto, illustra bene come questi tre livelli si saldino fra loro: quello dell’Uganda. Con la risoluzione del 20 aprile 2023, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di usare tutti i mezzi diplomatici, giuridici e finanziari disponibili per dissuadere il Presidente ugandese dal promulgare la legge approvata dal Parlamento di quel Paese e, in caso di promulgazione, di valutare il ritiro delle preferenze commerciali concesse all’Uganda nell’ambito del regime “Everything But Arms”, di attivare la clausola “elementi essenziali” dell’Accordo di Cotonou e di considerare il regime globale di sanzioni dell’Unione in materia di diritti umani; il Parlamento ha chiesto inoltre una strategia dell’Unione per la decriminalizzazione universale dell’omosessualità. Ebbene, Lo dico con linguaggio sobrio ma fermo: qui appare in forma compiuta e verificabile la “colonizzazione ideologica”, l’uso del commercio e della finanza per intervenire nella legislazione penale e familiare di uno Stato sovrano, violando frontalmente il principio di autodeterminazione dei popoli.
La proposta di regolamento COM(2025)0551, attualmente in discussione, prevede una dotazione complessiva di 200,3 miliardi di euro a prezzi correnti per l’azione esterna dell’Unione, con un’allocazione indicativa per l’Africa subsahariana più che raddoppiata rispetto al minimo garantito del ciclo in corso – da 29,18 a circa 60,5 miliardi di euro. Il linguaggio sulla Piattaforma di Pechino, sull’ICPD, sulla salute sessuale e riproduttiva e sull’educazione sessuale completa è mantenuto nel testo di base e riprodotto nei pilastri settoriali dell’intervento europeo, mentre i precedenti obiettivi quantitativi vincolanti vengono sostituiti da un approccio di “mainstreaming” trasversale: la condizionalità ideologica non scompare, si fa più capillare e meno misurabile. È qui che vorrei richiamare ancora una volta Magnifica Humanitas: la tecnica e il potere economico, ci ricorda l’Enciclica di Papa Leone, diventano strumenti di dominio e di oppressione perversa quando non sono regolati dalla carità e dalla giustizia. La Chiesa non chiede all’Europa di smettere di aiutare l’Africa – tutt’altro - ma chiede che quella che la “cultura della potenza” si trasformi in “civiltà dell’amore”.
4.2 Voci e sofferenze dell’Africa, il ruolo della Chiesa e dell’Occidente
Permettetemi ora di dare voce, in questa sede così simbolica, a chi non ha voce: gli africani stessi. Il dossier raccoglie testimonianze dirette di funzionari governativi africani che denunciano l’insistenza dell’Unione Europea su categorie come SOGI [Sexual Orientation and Gender Identity] nei negoziati, a fronte del sistematico rifiuto europeo di discutere temi altrettanto urgenti per l’Africa, come la restituzione degli artefatti coloniali; altri parlano apertamente di un “fatto compiuto”, riassumibile nella formula: “Se non firmi, ci sono conseguenze”. Non sono parole mie: sono parole raccolte da analisi accademiche indipendenti e da testimoni diretti, e ci dicono che la diagnosi di un neo-colonialismo culturale non è propaganda politico-ecclesiastica, ma un’esperienza vissuta da chi siede dall’altra parte del tavolo negoziale.
Non stupisce allora che, nel maggio del 2025, ad Entebbe, in Uganda, parlamentari e rappresentanti istituzionali africani si siano riuniti, in una conferenza inaugurata dal Presidente Museveni, per proporre una Carta africana per la famiglia e la sovranità culturale. Il Presidente Museveni ha dichiarato in quell’occasione, riferendosi esplicitamente all’Accordo di Samoa: “vi esorto a studiare quel documento di Samoa che parla di tutte queste cose di cui discutete: se davvero contiene quanto si dice sui diritti riproduttivi, allora dovremo ritirarci da quell’assurdità, e dire all’Unione Europea che non possiamo far parte di quella iniquità”. Parole dure, che rivelano una sostanza da prendere sul serio: la dignità di popoli che non vogliono più essere trattati come minori d’età sotto tutela, ma come soggetti morali, capaci di dire “no” a ciò che contraddice la loro visione della persona e della famiglia.
Ma sarebbe ingiusto, da parte mia, limitarmi alla denuncia. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione apostolica post-sinodale Africae Munus, indicò con chiarezza ciò che l’Africa attende legittimamente dall’Occidente e dalla Chiesa: non un’ingerenza ideologica, ma un’autentica solidarietà nella riconciliazione, nella giustizia e nella pace, capace di accompagnare, senza sostituirsi e di dare, senza pretendere di rimodellare l’anima dei popoli a propria immagine.
Questo significa, in concreto, un impegno rinnovato per la remissione del debito, per il trasferimento di tecnologie utili alla salute e all’agricoltura, per il sostegno alle reti scolastiche e sanitarie che la Chiesa cattolica gestisce da secoli in tutto il continente, spesso in supplenza dello Stato, e per la lotta comune contro la corruzione e il malgoverno, che pesano sui popoli africani quanto le ingerenze esterne. Significa anche, per la Chiesa d’Occidente, riscoprire nell’Africa non un campo missionario da assistere, ma una sorgente viva di fede, di vocazioni, di famiglie numerose e gioiose, da cui l’Europa, invecchiata e stanca, ha molto da imparare e da ricevere.
Come figlio dell’Africa, voglio aggiungere una mia parola. Ho più volte denunciato, e lo ripeto oggi in questa sede, la volontà di alcune potenze di imporre falsi valori attraverso argomenti politici e finanziari: in alcuni Paesi africani sono stati creati veri e propri ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico. Ho anche ricordato, quando un Segretario Generale delle Nazioni Unite venne in Africa a chiedere la de-criminalizzazione dell’omosessualità come condizione di civiltà, che non si può imporre ai poveri questo genere di assurdità, mentre mancano ospedali, scuole, acqua potabile. La povertà materiale dell’Africa non le toglie dignità, né il diritto – anzi le conferisce forse un titolo più forte - di giudicare da sé cosa sia bene per i propri figli.
Nel 2015, durante il Sinodo sulla famiglia, ebbi a dire, e non ritratto oggi una sola parola, che l’ideologia del gender e il fondamentalismo islamico rappresentano, ciascuno a suo modo, due “bestie apocalittiche”, che minacciano di distruggere non solo la famiglia, ma l’uomo stesso, immagine di Dio. Alcuni giudicarono l’immagine eccessiva; io continuo a credere che essa colga qualcosa di vero: entrambe queste forze, pur diversissime per origine e per forma, condividono la pretesa di riscrivere l’uomo a proprio piacimento – l’una in nome di un preteso progresso, l’altra in nome di un preteso ritorno a una purezza originaria – negando in ogni caso quella libertà religiosa e quella dignità della persona, che ho posto al centro di questa Lectio.
Vorrei chiudere, condividendo una convinzione più profonda, che ho maturato in tanti anni di servizio alla Chiesa: la crisi della Chiesa in Occidente e la crisi dell’Occidente stesso sono, in fondo, la stessa crisi. È perché la Chiesa in molte nazioni europee ha smarrito la propria identità, la propria voce profetica, che l’Occidente stesso ha smarrito il senso della propria civiltà. E aggiungo: anche in Occidente, oggi, la libertà religiosa è minacciata. Qui i tre Papi che ho evocato in questa Lectio si intrecciano in un’unica testimonianza: Papa Benedetto XVI difende l’ecologia dell’uomo e della famiglia, contro il positivismo giuridico; Papa Francesco denuncia le colonizzazioni ideologiche e invita a un dialogo interculturale autentico; Papa Leone XIV chiede che le parole tornino a esprimere realtà certe e propone un multilateralismo purificato dalle ideologie. Un appello che rivolgo, con rispetto ma senza reticenze, all’Europa e alla Chiesa d’Occidente: fate un serio esame di coscienza. Ascoltate l’Africa. Rispettatene la sovranità culturale. Offrite una cooperazione libera, non condizionata da agende ideologiche. Siate disposti a ricevere dall’Africa ciò che essa può ancora offrire all’Occidente stanco: la testimonianza di una fede viva e di un senso della famiglia, che possono aiutare l’Europa stessa a ritrovare il proprio logos.
Conclusione: Ritornare al logos e alle realtà certe
Onorevoli parlamentari, permettetemi di chiudere là dove ho cominciato: con le parole di Papa Leone XIV. Senza parole che tornino a indicare realtà certe, ci ha detto il Santo Padre, non esiste un dialogo autentico, anche dentro la Chiesa cattolica. E io aggiungo: senza logos, la diplomazia e la cooperazione internazionale degenerano in un gioco di forza mascherato da linguaggio tecnico. Vorrei allora invitare tutto il Parlamento europeo ed i rappresentanti qui presenti, ad un vero e proprio esame del linguaggio: dire con chiarezza, senza ambiguità diplomatiche, cosa si intende davvero quando si parla di “diritti umani”, di “salute sessuale e riproduttiva”, di “gender”, di “famiglia”, e chiedersi, con onestà intellettuale, se queste definizioni rispettano davvero la dignità della persona e la libertà religiosa, oppure se le tradiscono, sotto un linguaggio apparentemente neutrale.
Ho cercato di offrirvi, in questa Lectio, tre chiavi di lettura che si tengono insieme come le pietre di un solo edificio. 1) La dignità della persona e la libertà religiosa, come radice di ogni convivenza umana, che nessuna ideologia di genere o pretesa “salute riproduttiva” può cancellare. 2) L’autodeterminazione dei popoli, come spazio di libertà in cui ogni popolo può incarnare questa dignità nella propria storia religiosa e culturale, senza subire condizionalità mascherate da cooperazione. 3) E infine l’Africa – non come oggetto di un’ingegneria sociale pensata altrove, ma come soggetto di cultura, di fede, di sofferenza e di speranza, per la Chiesa e per lo stesso Occidente.
Un’ultima parola che nasce dal cuore di un pastore africano: la storia della fede sul mio continente ci insegna che la Chiesa cresce, spesso, proprio nelle stagioni di prova, e che i popoli che custodiscono la propria identità religiosa e culturale, contro ogni pressione esterna, sono, alla fine, quelli che meglio servono la causa di una vera fraternità universale. Non chiedo al Parlamento europeo un atto di fede, ma un atto di ragione: verificate, con gli stessi strumenti della vostra sapienza giuridica, se le parole che pronunciate onorano davvero la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli. Se lo fanno, l’Africa e l’Europa cammineranno insieme. Se non lo fanno, nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le “parole tradite” avranno scavato fra noi.
Vi ringrazio.