14/07/2026 di Fabio Piemonte

Cremona. La rimozione del manifesto pro life arriva in Commissione Vigilanza

A Cremona la rimozione del manifesto pro life di SOS Vita arriva in Commissione di Vigilanza: sotto esame procedure, legittimità e possibili danni.

Un manifesto innocuo, anzi, informativo e che da ben sei anni tendeva una mano a donne e madri in difficoltà. Un manifesto pro life - quello di “SOS Vita”, realizzato anche con il contributo di Pro Vita & Famiglia - che è stato arbitrariamente rimosso dal sindaco di Cremona. Ebbene, la legittimità procedurale di tale atto - che Pro Vita ha già commentato come una vera e propria «censura ideologica e politica» - viene ora giustamente messa in discussione.

La decisione presa in autonomia dal sindaco dello stesso comune, Andrea Virgilio, sta per giungere infatti al vaglio della Commissione di Vigilanza convocata nei prossimi giorni. A seguito di una richiesta sottoscritta dai capigruppo dell’opposizione, sarà dunque l’organo di controllo a esprimersi nel merito dell’effettiva legittimità di tale atto.

Manifesto Sos Vita rimosso: le prime reazioni

All’indomani della rimozione effettiva del manifesto di Sos Vita - arrivata a metà giugno scorso - il Movimento per la Vita di Cremona, il Centro di aiuto alla Vita di Cremona, l’Associazione “Ora et labora in difesa della Vita”, Pro Vita & Famiglia APS e l’associazione Family Day avevano subito sottoscritto congiuntamente un comunicato stampa per esprimere pubblicamente il proprio sconcerto. «Tale iniziativa di “immediata rimozione” configura a nostro avviso un’evidente censura e un’indebita limitazione della libertà di opinione ed espressione (art. 21 Costituzione); una misconoscenza del dettato della legge 194; un’assente considerazione del valore sociale del volontariato per la Vita (tanto da non essere neppure stati contattati né prima né all’atto del provvedimento); un esercizio delle funzioni di pubblico amministratore che parrebbe scavalcare le corrette procedure amministrative, configurando un precedente preoccupante per la libertà di espressione», avevano infatti affermato senza mezzi termini le diverse associazioni, denunciando proprio tale censura, immotivata sul piano giuridico.

I dettagli al vaglio della Commissione di Vigilanza

«Evitare possibili situazioni di disagio per l’utenza». Sarebbe stata questa, invece, la motivazione addotta dal sindaco nell’ordinare la rimozione del manifesto di Sos Vita. Di qui lo stesso Andrea Virgilio avrebbe inviato lo scorso 22 aprile una comunicazione formale tramite PEC alla società titolare del trasporto pubblico locale Arriva Italia S.r.l., la quale avrebbe poi dato disposizione a IPAS S.p.A. di rimuovere fisicamente il pannello. Una modalità procedurale amministrativa e contrattuale sicuramente poco trasparente e che lascia intravedere molte zone d’ombra. La Commissione di Vigilanza gli imputa infatti diverse violazioni. In primo luogo, vi sarebbe una violazione del principio di legalità (art. 1 L. 241/90 e art. 97 Cost.), in quanto nella PEC non si contesterebbero violazioni del Codice della Strada o il mancato pagamento dei canoni, bensì si darebbe adito a una «mera e arbitraria valutazione soggettiva». In secondo luogo, sussisterebbe una violazione della libertà di espressione (art. 21 Cost. e art. 10 CEDU), in quanto il sindaco sarebbe entrato nel merito del messaggio, dimostrando un «preventivo e arbitrario sindacato di valore» sin nell’oggetto stesso della PEC recante l’espressione ‘Manifesto antiabortista’. In terzo luogo, tale ordinanza sarebbe manchevole di una motivazione giuridica, dal momento che si baserebbe solo su una sensazione personale di disagio e su presunte segnalazioni, e avrebbe leso il diritto di difesa, impedendo ai soggetti interessati di difendersi: eludendo l’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento (art. 7 L. 241/90), avrebbe così escluso di fatto ogni possibilità di contraddittorio.

Infine l’ingiunzione del sindaco costituirebbe anche un’invasione di campo con conseguente rischio di danno erariale, dal momento che il manifesto era regolarmente autorizzato e contrattualizzato già da circa sei anni. La rimozione forzata, data la scadenza del contratto in essere fissata al 23 luglio 2026, espone il Comune all’esigenza di dover risarcire i danni, anche perché la concessionaria IPAS ha già dovuto restituire il canone previsto per i mesi di mancato godimento. Di qui la Commissione di Vigilanza avrà l’onere di acquisire ed esaminare tutti gli atti, dalle segnalazioni agli esposti dei cittadini; dalla PEC del sindaco del 22 aprile ai contratti di locazione degli spazi pubblicitari e alle note di riscontro successive. Quindi, al fine di appurare la verità dei fatti, i commissari dell’organo di controllo, presieduto da Chiara Cappelletti, ascolteranno il sindaco Andrea Virgilio, il segretario generale e i dirigenti comunali competenti, il direttore di esercizio di Arriva Italia Srl, Franco Ferrada, l’amministratore delegato di IPAS Spa e i rappresentanti del Movimento per la Vita di Cremona.

L’impegno di Pro Vita & Famiglia per la libertà di espressione

Ma torniamo al messaggio del manifesto. Una mamma guarda il suo bambino appena nato. Sull’affissione si legge: «Non rinunciare alla felicità. Avrà il tuo sguardo, il tuo sorriso, il tuo coraggio. FALLO VIVERE, non abortire. Sei in difficoltà a causa di una gravidanza? Ti possiamo aiutare!». Un messaggio semplice, un numero di telefono - quello di Sos Vita - al quale poter telefonare per trovare il supporto morale, il sostegno concreto, ma soprattutto il coraggio necessario per accogliere la vita del proprio figlio in grembo. Un manifesto che tutela la maternità, quindi, e che dovrebbe essere apprezzato dall’opinione pubblica e che invece è stato sorprendentemente censurato, proprio come accade purtroppo quasi sistematicamente a molti manifesti di Pro Vita & Famiglia, la quale negli anni ha annoverato ben 12 campagne di affissioni censurate, in special modo da parte delle amministrazioni comunali di sinistra.

La Campagna “E io Parlo!”

Diversamente da quanto accaduto con il caso di Cremona, in tutti gli altri casi di censura il pretesto non è stato un atto arbitrario di un sindaco, ma la lettura ideologica di una legge, ovvero l’art. 23, comma 4-bis, del Codice della Strada - che parla in termini vaghi di «stereotipi di genere», «identità di genere» e «qualsiasi forma di pubblicità» - e perciò viene usato strumentalmente come un grimaldello per mettere a tacere chi la pensa diversamente. Si tratta quindi di un articolo che va strutturalmente modificato. Per questo motivo, in difesa della libertà di espressione, Pro Vita & Famiglia ha lanciato già da mesi la Campagna E io Parlo! con la relativa petizione dedicata, allo scopo di chiedere alla maggioranza di centrodestra la modifica di tale norma per impedire alle amministrazioni di censurare le affissioni ritenute non in linea con il loro indirizzo politico.

 

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