Una risoluzione ONU per combattere i matrimoni forzati dei minori, ma che nasconde riferimenti espliciti all’educazione sessuale nelle scuole e un linguaggio ambiguo sui cosiddetti "diritti riproduttivi", storicamente associato alla promozione dell’aborto. Stiamo parlando di un documento, una bozza, attualmente in negoziato a Ginevra, ma che cela il sorprendente appoggio dell’Italia.
La sessione in corso a Ginevra
Tutto si colloca nel contesto del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, il quale sta negoziando, nella sessione in corso a Ginevra dal 15 giugno al 10 luglio 2026, una nuova risoluzione sul «matrimonio infantile, precoce e forzato». Si tratta di un aggiornamento di una precedente risoluzione adottata nel 2023 sullo stesso tema, ma la versione 2026 introduce nuovi paragrafi che nel testo precedente non esistevano. Le risoluzioni HRC non sono leggi vincolanti per gli Stati, ma non per questo sono prive di effetti: orientano le politiche nazionali, vengono richiamate dalle stesse agenzie ONU e sono spesso utilizzate dai tribunali internazionali come standard di riferimento. La loro portata normativa è dunque reale, anche se indiretta. Come accennato, l’intento primario del testo è più che condivisibile, ovvero porre uno stop e arginare la drammatica piaga dei matrimoni forzati, in particolare per le bambine. Ci sono però dei punti che non solo hanno poco a che fare con questo macro-tema, ma che sono oggettivamente irricevibili. Vediamo quali.
L’educazione sessuale senza i genitori
Innanzitutto, la bozza introduce un riferimento esplicito alla «comprehensive sexuality education (CSE)» come standard da promuovere nelle scuole. Si tratta di un modello spesso utilizzato in contesti internazionali per portare così avanti contenuti su identità di genere e orientamento sessuale a partire dall’infanzia, ben oltre la semplice educazione alla salute. Il punto più grave è che in tutto il testo non esiste alcun riferimento al ruolo dei genitori nell’educazione dei propri figli, un diritto che invece è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e da tutte le più basilari leggi internazionali, comunitarie e nazionali che si occupano, appunto, di diritti inviolabili.
Il linguaggio dell’aborto
Il testo, poi, utilizza espressioni come «reproductive rights» e «bodily autonomy», nonostante nessun trattato internazionale vincolante riconosca un vero diritto all’aborto. Anzi, i documenti ONU che hanno coniato questo linguaggio negli anni Novanta — dalla Conferenza del Cairo del 1994 a Pechino nel 1995 — escludevano esplicitamente l’aborto dal loro ambito. La bozza 2026, invece, riprende quel lessico senza più quella clausola di esclusione: un meccanismo collaudato per far avanzare, risoluzione dopo risoluzione, un significato sempre più esteso rispetto a quello originariamente negoziato.
Il matrimonio svuotato di significato
E ancora: il testo equipara le "convivenze" e le "unioni informali" al matrimonio. L’obiettivo, apparentemente, è tecnico — proteggere anche chi non è formalmente sposato, visto che si parla di matrimoni forzati — ma l’effetto collaterale è di consolidare in un documento ONU una nozione di famiglia senza più alcun legame con il vero istituto matrimoniale. A questo si aggiunge che le famiglie sono di fatto dimenticate, poiché il testo non riconosce in alcun modo che genitori e familiari possono essere essi stessi vittime delle aberranti pratiche di matrimoni forzati e precoci — si pensi ai casi di figli rapiti o sottratti — e non prevede per loro alcuna forma di tutela o accesso alla giustizia. Una grave lacuna, che tradisce una visione ideologica della famiglia, vista quasi come problema anziché come risorsa.
Il Self-ID
Inoltre, come se non bastasse, nel testo — guarda caso — c’è spazio anche per un po’ di propaganda LGBT. Tra i criteri previsti per la raccolta di dati statistici, infatti, compare il termine "self-identification", privo di qualsiasi ulteriore definizione o spiegazione concreta. Si tratta, lo sappiamo, di un termine riferito all’identità di genere autopercepita anziché al sesso biologico e, di conseguenza, di un possibile canale di ingresso per l’ideologia gender nei sistemi statistici nazionali.
Nessuna democrazia per questo documento
In tutto ciò, l’ONU ha chiesto agli Stati, per quanto riguarda tale documento, di avallarlo — o meno — integralmente, quindi senza prevedere per l’intero contenuto e neanche per ogni singola sua parte, nessun tipo di negoziato, tantomeno paragrafo per paragrafo. Approvare la risoluzione significa dunque approvare anche tutto ciò che contiene questo documento, a scatola chiusa, senza possibilità di emendamenti.
L’Italia complice
L’Italia, tramite il suo rappresentante designato dalla Farnesina, non è tra i Paesi che hanno scelto di votare contro o di astenersi. Risulta addirittura tra i promotori attivi di questa bozza in sede negoziale a Ginevra e dunque specchio di una posizione che sembra essere, per il nostro Governo, una contraddizione difficile da ignorare. Con questo documento, quindi, l’Italia sostiene a livello internazionale un linguaggio sull’educazione sessuale e sui "diritti riproduttivi" che non ha mai recepito nella propria legislazione nazionale e che è in palese tensione con principi costituzionali italiani — a partire dal ruolo dei genitori nell’educazione dei figli — e con la prassi scolastica nazionale, dove i progetti di educazione sessuo-affettiva sono vietati in scuole materne ed elementari e possibili solo con il consenso informato obbligatorio, grazie alla recentissima approvazione della Legge Valditara (che sarà ufficialmente in vigore ai primi di luglio). La domanda che sorge spontanea è dunque: perché il Governo italiano sostiene all’ONU princìpi che non applicherebbe mai nel proprio ordinamento e nelle proprie scuole?
Ecco perché ci si aspetta proprio dall’Esecutivo il ritiro del proprio sostegno alla bozza nella sua forma attuale, oppure di farsi promotore — nelle ultime settimane di negoziato, prima del 10 luglio 2026 — della rimozione o riformulazione dei punti critici, a partire dal riferimento alla «comprehensive sexuality education» e dal linguaggio sui «reproductive rights». L’obiettivo, ovviamente, non è ostacolare la lotta ai matrimoni forzati — causa da condividere e appoggiare pienamente e senza riserve — ma impedire che una buona causa venga trasformata in un cavallo di Troia per introdurre, senza alcun dibattito democratico e senza il voto di alcun Parlamento nazionale, princìpi ideologici che i cittadini non hanno mai scelto né tantomeno appoggiato.