02/07/2026 di Redazione

Documento storico dell’ONU: condanna aborto eugenetico e utero in affitto

Storico rapporto ONU sulla violenza contro madri e nascituri: condanna l’utero in affitto, chiede di criminalizzare l'aborto eugenetico e critica il linguaggio gender-neutral.

Arriva dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani un documento storico per quanto riguarda la tutela della maternità e della vita nascente. Si intitola Violence Against Mothers ed è firmato da Reem Alsalem, Relatrice Speciale ONU sulla violenza contro le donne e le ragazze. Presentato nella sua versione preliminare - per la 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani, che si sta tenendo in queste settimane (dal 15 giugno al 10 luglio) - il documento si basa sui contributi di centinaia di stakeholder, di cui 24 provenienti da Stati, e su consultazioni con 60 esperti internazionali.

Pur trattandosi di un’edizione ancora non definitiva, la circostanza che sia già stata resa pubblica dall’OHCHR fa ritenere che i suoi contenuti abbiano tutte le possibilità di restare sostanzialmente invariati nella versione finale. E quei contenuti, per chi si batte per la vita, la famiglia e la maternità, rappresentano una voce istituzionale di straordinario valore.

L’utero in affitto è violenza

Uno dei passaggi più dirompenti del rapporto riguarda la maternità surrogata, trattata nella Sezione K al paragrafo 68. La Relatrice Speciale la cataloga senza ambiguità come fonte di violenza in quattro dimensioni: economica, poiché è una forma di sfruttamento; psicologica, attraverso la coercizione e il trauma della separazione forzata dal bambino; fisica, per l’esposizione a farmaci pericolosi, a volte anche con gravi complicanze; riproduttiva, con trasferimento embrionale forzato e casi di aborti imposti dai committenti. Le madri surrogate vengono inoltre descritte come prive di riconoscimento legale nonostante abbiano partorito, in condizioni quindi assimilabili a tratta, servitù o schiavitù. Non solo: il paragrafo 77 precisa che anche i tribunali possono perpetrare violenza imponendo la separazione forzata della madre surrogata dal bambino. A rafforzare il quadro, il rapporto raccomanda agli Stati di stabilire per legge che la maternità «non può essere contrattualmente riassegnata, trasferita o estinta». Si tratta di una formulazione giuridica che sancisce l’impossibilità stessa di contrattualizzare la maternità.

La criminalizzazione dell’aborto eugenetico

Sul fronte dell’aborto, il rapporto contiene passaggi di straordinaria rilevanza. Al paragrafo 98e la Relatrice Speciale raccomanda esplicitamente agli Stati di criminalizzare l’aborto coercitivo o forzato, incluso quello selettivo per sesso o per disabilità, dunque il cosiddetto aborto eugenetico. La stessa raccomandazione chiede che alle donne che considerano l’aborto vengano fornite informazioni «accurate e complete» sulle alternative disponibili e sui servizi di supporto, e che nel caso dell’aborto farmacologico venga introdotto uno screening obbligatorio da parte di personale sanitario qualificato, in grado di individuare indicatori di coercizione, violenza o sfruttamento prima della somministrazione del farmaco.

Il paragrafo 41 va ancora più in profondità: denuncia che spesso il rifiuto di abortire, anche in presenza di una diagnosi di disabilità del nascituro, ha portato a stigmatizzazione, negazione di assistenza, aggressioni e persino uccisioni delle madri, citando a supporto uno studio comparativo su famiglie con figli con sindrome di Down in Germania e Israele. Allo stesso tempo, il rapporto denuncia la povertà come fattore determinante nelle scelte abortive. In tal senso, infatti, alcuni dati francesi mostrano che le donne nel 10% più povero della popolazione hanno il 40% di probabilità in più di abortire rispetto alle coetanee più abbienti, smontando con i numeri la retorica dell’aborto come «libera scelta».

Va infine registrata, per completezza informativa e onestà intellettuale, una parte del rapporto con cui Pro Vita & Famiglia è totalmente in disaccordo. Stiamo parlando del paragrafo 96h, dove la Relatrice raccomanda di garantire alle sopravvissute a uno stupro l’opzione dell’aborto come parte delle «cure complete».

Stop al linguaggio gender-neutral

Il documento, però, non parla solo di aborto e nascituri. Anche la parte sul linguaggio gender ha tutti i tratti per poter essere dirompente. Il rapporto, infatti, critica apertamente la sostituzione del termine «madre» con espressioni come birth givers, gestational carriers, chestfeeding, definite «terminologia riduzionista» che danneggia l’accesso delle donne a servizi dedicati e oscura le condizioni materne. Il testo, inoltre, denuncia che chi si oppone a questo linguaggio viene spesso «insultato o ostracizzato». La raccomandazione è quindi esplicita: usare un linguaggio specifico e reale per sesso e maternità e preservare spazi e servizi riservati alle madri. Altrettanto significativa, poi, è la parte del documento che include tra le madri «che difendono i propri figli da pratiche dannose» anche quelle che rifiutano la transizione sociale, legale o medica del figlio. Queste madri, come documenta il rapporto, vengono minacciate, attaccate, isolate e in alcuni casi private della custodia, classificate come «madri inadatte», pur in assenza di un’informazione scientifica adeguata sulle conseguenze per la salute dei minori.

Il valore (anche economico) della maternità

Il rapporto non risparmia critiche neanche alla cultura e alle politiche economiche che penalizzano le madri. Emerge infatti un quadro impietoso: il 41% delle madri europee dichiara che il proprio ruolo non è riconosciuto dalla società, mentre il lavoro di cura vale circa il 9% del prodotto interno lordo globale senza mai essere davvero conteggiato. In tal senso, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ben 800 milioni di donne nel mondo sono prive di sicurezza economica durante la gravidanza. In 41 Paesi il licenziamento in gravidanza non è vietato, il 24% delle donne abbandona il mercato del lavoro nel primo anno di maternità e, dopo dieci anni, il 15% non è ancora rientrato. Reem Alsalem denuncia poi apertamente che il crescente allarme per il calo della fertilità non produce un reale apprezzamento della maternità, e critica le risposte degli Stati definendole «discriminatorie o parziali».

Secondo Alsalem, infatti, solo pochi Stati mettono restrizioni su contraccezione e aborto, mentre altri Stati promuovono vergognosamente la maternità surrogata come pseudo-soluzione demografica. Praticamente un circolo vizioso - e ipocrita - che il rapporto imputa a una cultura che ha smesso di considerare la maternità per quello che è: un bene pubblico fondamentale.

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