08/08/2026

La testimonianza di un ginecologo: «Chi salva una vita salva il mondo intero»

Pubblichiamo la testimonianza di un ginecologo che racconta della sua vita e delle sue scelte, anche dolorose, volte a combattere l’aborto e la cultura della morte che si è andata affermandosi negli anni, salvando così ben più di una vita.

Di Ermete Valter Scotti

 

Sono un ginecologo da poco in pensione e un diacono permanente. La mia vocazione a difesa della vita nasce nel 1978, anno del referendum sull’aborto in cui ho conosciuto personalmente una santa, Madre Teresa di Calcutta. Ero studente al primo anno di medicina a Palermo e Madre Teresa era lì impegnata a parlare a favore della vita in vista del referendum sull’aborto. Ho sentito delle parole forti e decise, piene di fede, di amore e di coraggio, che mi hanno aiutato a fare delle scelte molto importanti per la mia vita: la professione di ginecologo a sostegno della vita, il matrimonio per costruire una famiglia e il diaconato permanente per il servizio alla Chiesa. Sono sposato con Daniela, una donna meravigliosa che ha sempre sostenuto e incoraggiato le mie scelte. Insieme ci siamo impegnati per educare le giovani coppie alla procreazione responsabile, proponendo e insegnando i metodi naturali di regolazione delle nascite, sostenendo le coppie di sposi nel loro cammino di relazione e di apertura alla vita.

Nei miei primi anni da diacono, nella Giornata per la vita che si celebra la prima domenica di febbraio, sono stato invitato a fare la predica durante la Messa. Alla fine, un prete mi rimproverò perché avevo sconvolto le coscienze. Ma io non avevo fatto altro che dire la verità sull’aborto a voce alta, parlando della mia esperienza professionale. Al momento sono rimasto molto deluso da quel prete, ma poi me ne sono fatto una ragione e a distanza di tempo ho avuto la conferma da molte persone semplici che non avevo sconvolto le coscienze, ma le avevo svegliate.

Ho lavorato per 25 anni in ospedale e ogni giorno ho vissuto il dramma dell’aborto. Essendo obiettore di coscienza, non eseguivo gli interventi abortivi, ma parlavo con le donne per la cartella clinica ed eseguivo la visita e l’ecografia. In questo modo ho potuto conoscere da vicino il dramma di molte donne lasciate sole a decidere della vita del proprio figlio, ma anche a conoscere la superficialità, l’ignoranza e l’incoscienza di molte altre donne che venivano ad abortire per motivi spesso banali, convinte di fare la cosa giusta. Mi sono sempre sforzato di far sentire loro la mia vicinanza, di non giudicarle e di ascoltarne le ragioni cercando di far loro capire che quella dell’aborto non è l’unica strada e che ci possono essere delle alternative positive. Dicevo loro che se avessero aperto il cuore alla vita non se ne sarebbero mai pentite. E raccontavo loro le esperienze di quelle donne che, nel momento in cui avevano deciso di accogliere la vita del figlio, avevano visto l’angoscia trasformarsi in gioia e quasi misteriosamente trovavano la forza e il coraggio di affrontare le difficoltà e anche i contrasti con i loro mariti o compagni e genitori. Penso a una ragazza di 16 anni che non voleva abortire, ma era costretta dalla madre che l’aveva minacciata di cacciarla via di casa se non avesse obbedito. Messa di fronte a una scelta decisiva ha optato per la vita del figlio, nonostante fosse consapevole che la madre non l’avrebbe più accolta in casa: un episodio che mi ha fatto capire che non bisogna mai giustificare il male e che non bisogna mai coprire la verità. Come dice san Paolo (2 Tm. 4, 2), dobbiamo essere fedeli nella predicazione del Vangelo, anche in situazioni difficili o sfavorevoli. Ho compreso che bisogna chiamare sempre le cose con il loro nome e dire bene di ciò che è bene e male di ciò che è male. Non bisogna far finta di niente per il quieto vivere o per il rischio di ferire o di essere criticati.

Una mattina di parecchi anni fa, dopo una notte di lavoro in cui non avevo dormito, mi ritrovai a compilare la cartella a una signora al suo quarto aborto. Ero molto stanco e arrabbiato perché dopo una notte di lavoro ero costretto a stare ancora in ospedale. Ho chiesto alla signora quale fosse il motivo della sua decisione, rimproverandola aspramente perché giocava con la vita usando l’aborto come un contraccettivo. Mi ha risposto che era una forte fumatrice e questo avrebbe nuociuto certamente a quei bambini. Sono rimasto sconvolto e senza parole da quella risposta. Mi sono portato a casa però il senso di colpa per averla offesa. Alcuni anni dopo, nei corridoi dell’ospedale, mi ferma una signora insieme a un bimbo di circa quattro anni che mi chiede se mi ricordassi di lei. Poi indicando il figlio mi dice: «Ringrazio il Cielo di avere incontrato lei quel giorno in cui avevo deciso di non far nascere neanche questo bambino. Il suo rimprovero mi ha fatto capire il male che avevo fatto e quello che stavo per fare e mi sono vergognata di me stessa. Ora sono felice di avere questo bambino che mi aiuta a sentirmi meno in colpa». In seguito sono stato costretto a licenziarmi dall’ospedale perché non riuscivo più a sostenere ulteriormente il superlavoro a cui ero sottoposto.

Ho quindi fatto domanda nei consultori familiari pubblici, ma non mi hanno accettato essendomi dichiarato obiettore di coscienza.

In seguito ho rifatto le domande, dichiarandomi non obiettore. Oltre alla visita e all’ecografia avrei dovuto solo compilare il certificato per l’aborto e questo mi avrebbe dato la possibilità di interagire con quelle donne intenzionate ad abortire a cui avrei potuto dare una parola di speranza e la possibilità di intravedere un’altra soluzione.

Nei cinque anni in cui ho lavorato nei consultori ho potuto avere la gioia di vedere diverse donne determinate ad abortire che hanno poi deciso di proseguire la gravidanza. Non certo per merito delle assistenti sociali e/o delle psicologhe che, non solo per coscienza ma anche per legge, dovrebbero aiutare la donna a trovare delle soluzioni alternative all’aborto. L’art. 5 della legge 194, infatti, dice che i consultori devono «aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza». Ebbene, quando dopo la mia visita la donna cambiava idea e invece di proseguire l’iter per abortire prendeva appuntamento per proseguire la gravidanza, venivo rimproverato dall’assistente sociale e/o dalla psicologa di non essere neutrale, che mi sarei dovuto limitare a fare il ginecologo e che al resto ci avrebbero pensato loro. Rispondevo sempre che quello che facevo non solo era mio dovere di medico e di cristiano, ma anche di cittadino, perché mettevo in pratica quello che diceva la legge. A un’assistente sociale una volta ho detto in tono di rimprovero che lei invece di tendere la mano a una donna sull’orlo di un burrone, non faceva altro che aiutarla a buttarsi giù. Ero molto irritato e forse l’ho offesa, ma era la verità. E la verità, come ben sappiamo, spesso fa male.

 

Articolo già pubblicato sulla Rivista Notizie Pro Vita & Famiglia di maggio 2026

 

 

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