Alcune settimane fa, precisamente il 10 luglio, si è ricordato il 50esimo anniversario del cosiddetto “Disastro di Seveso”. Quello stesso giorno del 1976, infatti, nel comune di Seveso, in provincia di Monza e della Brianza, avvenne un gravissimo incidente industriale all’interno dell’azienda svizzera Icmesa, che causò la fuoriuscita e la dispersione nell’atmosfera di una nube di diossina TCDD, una sostanza artificiale estremamente tossica. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza. Torniamo oggi sull’argomento per ricordare quella che fu però anche una vergognosa bugia e campagna di disinformazione sul tema dell’aborto, e lo facciamo riproponendo qui di seguito un articolo del nostro giornalista collaboratore Giuliano Guzzo già pubblicato sulla rivista Notizie Pro Vita & Famiglia n. 65 di luglio 2018.
Una volta messe a fuoco le strategie comunicative generali volte a diffondere la cultura abortista, si è fatto nei due ultimi numeri della rivista, ora pare opportuno, per meglio comprendere le logiche del condizionamento mediatico su questo versante, soffermarsi su una specifica campagna. Tra le tante, una che vale la pena ricordare è quella inscenata a seguito del disastro di Seveso. Benché si tratti infatti di una vicenda risalente a decenni or sono, e della quale i più giovani mai avranno sentito parlare, è assai utile per capire in che modo i mass media operino in modo non soltanto parziale, ma apertamente propagandistico; se c’è infatti un caso in cui, sulle cosiddette battaglie civili, i media hanno mostrato tutta la loro forza, questo è sicuramente quello di Seveso. Ripercorriamo allora quegli eventi.
È il 10 luglio 1976 e siamo appunto a Seveso, in Lombardia, a poco più di un’ora di strada da Milano, quando presso l’Icmesa – acronimo che sta per Industrie Chimiche Meda Società per Azioni –, alle ore 12:37, si rompe la valvola di sicurezza di uno dei due reattori del reparto B, l’A-101, che sfiata direttamente nell’atmosfera. Si leva subito nell’aria una nube densa e rossiccia che resta visibile per 5 minuti, prima di dissolversi. Si tratta di vapore formato da triclorofenolo (TCP) e da un composto intermedio estremamente tossico, il TCDD (2,3,7,8-tetracloro dibenzo paradiossina), un veleno potentissimo presente negli erbicidi e anche nei defolianti che gli americani impiegano in Vietnam.
All’inizio, tuttavia, le proporzioni del disastro parevano contenute. Scrive il giornalista Giancarlo Sturloni: «Quella di Seveso è una vicenda tragica ma, sotto molti aspetti, in quei primi giorni sembra che la vicenda possa restare una storia minore, relegata nelle pagine di cronaca locale e destinata a far parlare di sé per una manciata di settimane, prima di essere dimenticati. In fondo, Seveso è un paese di provincia e l’area colpita dalla nube tossica è rimasta abbastanza circoscritta». In effetti il 10 luglio non succede altro oltre a quanto riportato, anche se già il giorno successivo, quando il sindaco di Seveso, Francesco Rocca, ha un incontro coi dirigenti dell’Icmesa, che lo informano dell’accaduto, iniziano a morire gli animali da cortile, l’erba diventa gialla e dagli alberi si stacca la corteccia.
Cinque giorni dopo l’incidente si inizia a raccomandare alla popolazione di non raccogliere frutta né di toccare animali infetti, ma è tardi: una ventina di bambini accusa gonfiori al volto con arrossamenti e poche ore dopo i primi vengono ricoverati, anche se i sanitari non sanno quali terapie applicare. Il 20 luglio l’Icmesa rende noto che il gas di cui era composta la nube è il TCDD e il 26 gli abitanti della zona A, quella risultata più inquinata, vengono fatti evacuare. L’allarme diossina, che oltre a Seveso investe una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, a quel punto esplode in tutta la sua gravità, tanto che solo mesi dopo gli sfollati riusciranno a fare rientro nelle loro case. Decenni dopo, nel 2010, la rivista Time classificherà quello di Seveso come l’ottavo tra i peggiori disastri ambientali della storia.
Ora, ci si potrebbe chiedere cosa c’entri tutta questa storia con l’aborto. Ebbene, c’entra moltissimo. Infatti sin dai primi giorni di agosto di quel 1976 inizia a porsi il problema delle donne incinte, con la locale commissione medico-epidemiologica che denuncia la possibilità di un aumentato rischio di malformazioni nei figli delle gestanti esposte alla diossina. Presso la scuola di Seveso entra così in funzione un consultorio ginecologico e i casi di gravidanza vengono esaminati dal professor Giovanni Battista Candiani della clinica Mangiagalli di Milano. Anche se quella delle malformazioni fetali, per quanto grave, è solo una possibilità, su questo aspetto i toni della stampa saranno tutto fuorché prudenti.
La condotta dei mass media su Seveso è stata in particolare oggetto di un pregevole e – curiosamente – quasi introvabile studio di Barbara Mascherpa intitolato La stampa quotidiana e la catastrofe di Seveso pubblicato nel 1990 per Vita e Pensiero. L’Autrice ha preso in esame la narrazione del disastro com’è stata offerta, in quella occasione, da sei importanti testate – Corriere della Sera, Il Giorno, la Repubblica, Il Giornale Nuovo, La Stampa e il Messaggero – soprattutto tra il luglio ed il dicembre 1976, per un totale di 383 articoli pubblicati suddivisi in tre periodi. Il primo è quello che va dal 17 luglio al 31 luglio, riguardante quindi i giorni immediatamente successivi alla notizia del disastro. Un periodo subito segnato da un clima catastrofista.
Il quotidiano la Repubblica, per esempio, titola «Sgombero per 100 mila?» anche se, in realtà, le persone allontanate saranno 736. Ma soprattutto, con riferimento alle gravidanze, la mancanza di documentazione scientifica sugli effetti della diossina sull’uomo porta le fonti informative a cercare risposte in alcuni precedenti storici, che consentano di creare un parallelismo con Seveso. L’accostamento che viene proposto con più insistenza è quello tra l’incidente dell’Icmesa e il Vietnam, ma – osserva Mascherpa – «non tanto per pura documentazione, quanto per creare un allarmismo esasperato intorno alla vicenda e un surplus di significato in apparenza naturale: i bambini nati in Vietnam da donne contaminate dalla diossina hanno presentato gravi malformazioni: essendo uguale la situazione, la stessa sorte attende i bambini di Seveso».
La carta giocata dai mass media, insomma, è da subito quella dell’allarmismo più spinto. Basti dire che il Corriere della Sera, il 27 luglio, pubblica un articolo assai eloquente sin dal titolo («E’ peggio che in Vietnam») e volto a mettere in luce come «la nube tossica» sia «senza dubbio più pericolosa delle sostanze chimiche usate dalle truppe americane durante la guerra del Vietnam». Per rincarare la dose, il giorno dopo il quotidiano crea un collegamento anche con un incidente simile avvenuto in un’industria di Londra del 1968, riportando le tragiche conseguenze allora subite dalle popolazioni. Anche La Stampa e la Repubblica raccontano Seveso con toni allarmistici. Il solo a distinguersi per prudenza è Il Giornale Nuovo di Indro Montanelli.
La seconda fase mediatica del caso Seveso è quella dei primi undici giorni di agosto, durante i quali, dalla possibilità di malformazione dei nascituri, si passa ad una vera e propria psicosi della mostruosità. Guida questa ulteriore accelerazione allarmistica sempre il Corriere della Sera, che «abbandona» ogni barlume di «neutralità informativa» per disvelare – nota Mascherpa – «il suo punto di vista soprattutto nelle interviste dei pezzi in questione e nella terminologia usata». Il tema dell’aborto entra così di prepotenza nel dibattito. Basti dire che il 2 agosto, su La Stampa, il giornalista Nicola Adelfi arriva a proporre addirittura di rendere l’aborto coatto, così «si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate».
Con l’eccezione ancora una volta del Giornale di Montanelli, oltre che di testate cattoliche quali Avvenire, L’Osservatore Romano e Solidarietà, la grande stampa, dopo aver evocato lo spettro delle malformazioni del Vietnam, passa dunque direttamente, per le donne esposte a diossina, a proporre – o perfino ad auspicare l’imposizione, come si è visto – dell’aborto; tutto ciò mentre gruppi di femministe fanno la spola tra la clinica Mangiagalli e il consultorio di Seveso mostrando alle donne incinte foto di bambini focomelici. Dopo aver evocato gli spettri di neonati microcefali, macrocefali, con arti deformi o dita in sovrannumero, la pressione mediatica rivela dunque la sua vocazione abortista, tanto che a rileggere anni dopo quei giornali sembra che il loro «unico problema consista nel trovare il modo di liberarsi il più presto possibile dei futuri “deformi”».
Degni di nota, a questo proposito, sono gli epiteti riservati ai figli, ancora in grembo, delle donne di Seveso e dintorni, che in quel periodo il quotidiano La Stampa – prima di ogni riscontro scientifico sul caso –, apostrofava sistematicamente come «mostri», «malformati», «mongoloidi», «folli», «criminali», «mostri», «masse di carne informi». Non era più tenero il registro adottato dal Messaggero, che a sua volta definiva quei nascituri «pazzi», «criminali», «esseri di cui liberarsi perché o isolati dalla società o pericolosi per la stessa». Si ricorda poi lo slogan minaccioso «Aborto o mostro in pancia» impiegato da alcune testate in una escalation che ancora oggi, a distanza di decenni, colpisce per una totale mancanza di equilibrio; tanto più che quella narrazione non corrispondeva al sentire delle donne.
A confermarlo è stato l’insospettabile Francesco D’Ambrosio, volto storico della battaglia per l’approvazione dell’aborto legale, il quale, intervistato da Gente, ha ammesso: «Ho ricavato l’impressione che nessuna delle gestanti voglia abortire. Chiedono consigli, spiegazioni, nient’altro». Il punto è che ai media tutto quello non interessava. Isa Fumagalli, sevesina allora incinta, ricorda come tutti quelli non utili alla narrazione abortista venissero ignorati: «La giornalista faceva segno di non filmare più quando parlava qualcuno di noi». Questo perché l’obbiettivo della gran parte dei giornalisti, allora, non era affatto informare ma manipolare.
Un obiettivo che è stato perseguito anche nella terza fase della cronaca di quegli eventi, dal 12 agosto in poi, con una naturalizzazione mediatica della tesi abortista. In concreto, creato l’allarmismo e sottolineata la praticabilità dell’aborto – confermata già il 7 agosto dal ministro Dal Falco, che si era basato sulla sentenza della Corte Costituzionale del 18 febbraio del 1975 per ammettere l’aborto terapeutico per le donne di Seveso – i giornali non hanno fatto che riportare giorno per giorno il numero degli interventi effettuati, sottolineando la facilità degli stessi e la soddisfazione delle donne che vi erano sottoposte. Da lì alla tappa successiva – perché consentire l’aborto, ci si è iniziato a chiedere solo alle donne di Seveso? – il passo è stato politicamente breve, se pensiamo che la legalizzazione della pratica abortiva arriverà non molto dopo, nel 1978.
Quel che qui è però doveroso rimarcare è l’enorme pressione mediatica esercitata dalla grande stampa, a eccezione del Giornale e delle testate cattoliche, in favore dell’aborto. Una pressione che, in realtà, sul campo ha avuto un successo contenuto - su un migliaio di gestanti, sono stati 42 gli aborti volontari e 4 gli spontanei – e che si basava non solo su un allarmismo eccessivo, ma sulla menzogna, come dimostra il fatto che quando, tra il gennaio e il febbraio del 1977 sono nati i primi «figli della diossina», scampati all’aborto politico, essi risultavano tutti perfettamente sani. Non solo: nella zona non è verificato alcun aumento di bambini e focomelici, e gli stessi esami effettuati su 42 feti abortiti hanno rivelato che nessuno di essi mostrava traccia di danni.
Questo non significa, sia ben chiaro, che il disastro di Seveso sia stato una passeggiata. Si è infatti verificato un aumento di decessi per cause cardiovascolari causate dallo stress e uno studio pubblicato decenni dopo sull’autorevole The Lancet ha rilevato come la diossina abbia provocato conseguenze permanenti sull’apparato riproduttivo degli uomini, in modo più significativo quanto più precoce è stata la contaminazione. La pressione mediatica a favore dell’aborto però è stata – si può dirlo senza timore di smentita – una colossale montatura, utile solamente a creare un precedente politico.
Al punto che il sindaco di Seveso di allora, Rocca, che in un libro intitolato I giorni della diossina ha riportato le sue memorie di quel periodo, si diceva convinto che lo Stato avesse utilizzato l’incidente affinché passasse la legge sull’aborto, come stratagemma per cambiare la mentalità della gente. Chissà. Di certo senza l’allarmismo e senza la campagna abortista promossa forsennatamente dai media, il pur grave incidente dell’Icmesa avrebbe avuto 42 vittime in meno. Invece la verità è stata sommersa da montagne di bugie, che hanno finito per prevalere, e tuttora si aggira a Seveso e dintorni. Solitaria. Dimenticata. In cerca di chiunque voglia ascoltare come, quella volta, sono davvero andate le cose.