«Portare avanti una gravidanza fino alla fine e poi scegliere di lasciare il proprio figlio in ospedale resta comunque un gesto che regala a quel bambino una possibilità di futuro». Tali parole profondamente vere illuminano uno strumento giuridico troppo spesso sconosciuto dall’opinione pubblica, ossia la possibilità del parto in anonimato, che risulta decisivo per la tutela di una vita nascente. A pronunciarle, come ha riportato Repubblica lo scorso agosto, è stata la dottoressa Enza Roma, responsabile della Neonatologia del Pineta Grande Hospital di Castel Volturno, in provincia di Caserta.
Le parole della dottoressa Roma
«Dietro ogni abbandono c’è quasi sempre una fragilità che viene da lontano. Madri giovanissime, donne senza documenti, senza una casa, altre alle prese con una dipendenza», ha dichiarato ancora la responsabile della struttura ospedaliera casertana. «Situazioni – ha aggiunto – che il reparto impara a riconoscere e che fanno scattare in automatico l’allerta ai servizi sociali e al Tribunale dei minori. Il nostro compito non è giudicare, il nostro compito è accogliere, curare, proteggere e trovare la soluzione migliore per il bambino. In attesa che qualcuno decida, un giudice, un tutore, una famiglia, l’ospedale diventa il luogo più sicuro che si possa offrire a un neonato senza nessuno accanto». D’altra parte in reparto un neonato abbandonato dai suoi genitori non rimane solo, ma «diventa un nostro bimbo», ha spiegato. C’è infatti sempre chi se ne prende cura per tutto l’arco della giornata. Vi sono le infermiere che gli danno da mangiare, gli cambiano il pannolino, lo lavano e lo coccolano, mentre contestualmente i medici lo visitano e ne monitorano costantemente le condizioni di salute.
I casi di Michele e Matteo
Per quanto tali dichiarazioni della neonatologa Roma siano valide sempre e comunque, nel dettaglio sono state pronunciate dopo la notizia della nascita – appunto con il parto in anonimato – di Michele e Matteo, proprio nel reparto del Pineta Grande Hospital di Castel Volturno, a distanza di un solo giorno l’uno dall’altro. I nomi sono stati decisi di comune accordo tra i membri del personale sanitario, oppure dal ginecologo presente al momento del parto, mentre ad accomunarli tutti è il cognome «Castellani». Nel caso di specie, uno dei due sarà presto accolto in adozione, mentre per l’altro – i cui genitori naturali sono noti all’ospedale – si presume possano esserci eventuali familiari dei genitori disponibili ad accudirlo. Non si tratta comunque dei primi casi nel nosocomio campano: negli anni, infatti, sono passati dalle culle del parto in anonimato del Pineta Grande Hospital tanti bambini, tra cui un bambino che alla nascita aveva sofferto di crisi convulsive tali da far temere che sarebbe stato costretto su una sedia a rotelle per tutta la vita. Invece, «il bambino non solo cammina, ma corre. Non riuscivo a crederci», ha raccontato la stessa dottoressa con commozione, mostrando a Repubblica una foto che le ha girato la famiglia adottiva.
Il parto in anonimato, una scelta di vita
«Sapere che esiste la possibilità di partorire in anonimato e lasciare il proprio bambino in ospedale in modo protetto può evitare abbandoni ben più drammatici e rischiosi, sia per la madre sia per il neonato. È un atto d’amore», ha evidenziato ancora la dottoressa Roma in un accorato appello alle madri alle prese con gravidanze difficili o indesiderate. Insomma, il parto in anonimato resta uno strumento giuridico fondamentale che costituisce senza dubbio una preziosa scelta di vita, anche e soprattutto per una madre che, forse, abbia inizialmente intravisto nell’aborto l’unica – ma falsa – via d’uscita a una gravidanza non voluta e inaspettata o fragile e difficile. Infatti, tale strumento «premia» la decisione sofferta della madre e del papà di abbandonarlo in culla in ospedale tutelandone il diritto alla vita, offrendogli così la possibilità di essere accolto, amato e di avere una vita.