02/09/2025 di Francesca Romana Poleggi

Alcune bugie sull'aborto che sentiamo ripetere ogni giorno

Dall’embrione agli aborti clandestini, dai costi sanitari ai rischi fisici e psicologici: le principali bugie sull’aborto smentite dai dati.

La diffusione di notizie false su questioni di salute, di vita o di morte, come quelle relative all’aborto volontario, non riguarda soltanto le “fake news” che circolano in rete: informazioni incomplete, dati non contestualizzati e reticenze possono provenire anche dai grandi media, dalla comunicazione istituzionale e dalla letteratura scientifica. Il confronto tra fonti, la verifica dei dati e la trasparenza metodologica sono quindi indispensabili.

La propaganda abortista, da circa mezzo secolo, si avvale della diffusione sistematica di notizie false, incomplete o prive del necessario contesto per legittimare moralmente, prima ancora che legalmente, la soppressione della vita innocente nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre.

Rileveremo allora alcuni esempi eclatanti – senza alcuna pretesa di essere esaustivi – di domande a cui da decenni si risponde in modo menzognero.

Il tema dell'aborto volontario è un campo in cui il dato reale e il dato scientifico cedono dinanzi a impostazioni ideologiche preconcette, con grave detrimento per la salute delle persone (figlio, madre, parenti e operatori sanitari coinvolti) e per il benessere della collettività.

“L’embrione è solo un grumo di cellule”?

Ancora nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40/2004, i genetisti Edoardo Boncinelli e Antonino Forabosco, firmatari del documento «Ricerca e Salute» sottoscritto da più di 120 scienziati italiani, tra embriologi, genetisti e biologi, tra cui Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi, Renato Dulbecco, Lucio Luzzatto, Andrea Ballabio, Giulio Cossu, Alberto Piazza e Carlo Alberto Redi, sostenevano: «L'evidenza scientifica è che l'embrione, un insieme di cellule, non è ancora un individuo». E quindi lo ripetevano a pappagallo giornali e giornaloni: «Un grumo di cellule non è un embrione».

La scienza, invece, attesta che quando uno spermatozoo feconda un ovocita si forma una nuova cellula, chiamata zigote, che si sviluppa attraverso la fase embrionale (prime otto settimane) e fetale (dall’ottava settimana fino alla nascita), poi attraverso l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la “terza età”, senza soluzione di continuità: è un individuo umano che presenta cinque caratteristiche:

1 - L’identità umana (46 cromosomi).

2 - La sua individualità e unicità (modelli matematici ne hanno dichiarato la fondatezza).

3 - La sua autonomia biologica (noi tutti siamo vissuti per circa 8 giorni, dal concepimento fino all’impianto, senza fonti ossigenative dirette ma utilizzando l’energia trasformata dal materiale tubarico che circondava le nostre cellule iniziali).

4 - L’assunzione del piano-programma genomico con una “capacità manageriale” eccezionale tra gli esseri viventi, con gradualità, continuità e coordinazione.

5 - Il cross-talk (colloquio incrociato con la madre) ai fini dell’impianto e della tolleranza immunologica. Giustamente il British Medical Journal, nell’editoriale del novembre 2000, affermava: “L’embrione non è passivo: è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro”.

 

Se non intervengono incidenti di percorso, lo sviluppo dell'embrione cessa con la morte 80 o 90 anni dopo la nascita: lo spiegavano già a suo tempo i manuali classici di embriologia (come T. V. N. Persaud e K. L. Moore, The Developing Human: Clinically Oriented Embryology, 2007, Elsevier - Health Sciences Division, oppure T.W. Sadler, Langman’s Medical Embryology, 2014, Wolters Kluwer).

Recentemente uno studio americano, The Scientific Consensus on When a Human's Life Begins, ha rilevato che il 95% dei biologi interpellati riconosce che biologicamente la vita di un nuovo essere umano inizia al momento della fecondazione (concepimento) (Jacobs SA. The Scientific Consensus on When a Human's Life Begins. Issues Law Med. 2021 Fall;36(2):221-233. PMID: 36629778).

Eppure, le notizie false in questione hanno raggiunto lo scopo: ad esempio, l’opinione pubblica ignora che il battito cardiaco inizia alla fine della 4ª settimana di gestazione, quando l’embrione inizia la sua terza settimana di vita (Valenti O. et al. Journal of Prenatal Medicine 2011; 5 (3): 59-62); il concepito inizia a succhiarsi il pollice alla 10ª settimana (Walker HK. The Suck, Snout, Palmomental, and Grasp Reflexes. In: Walker HK, Hall WD, Hurst JW (eds) Clinical Methods: The History, Physical, and Laboratory Examinations, 3rd edition, Boston: Butterworths, 1990; Festila D et al. Clujul Medical 2014 Vol. 87 – no. 1, pp. 11-14).

La “neolingua”, quando si parla di aborto, ha provveduto a cancellare da mezzo secolo le parole bambino e figlio, sostituendole con “grumo di cellule”, “materiale abortivo”, “prodotto del concepimento”, o al massimo zigote, embrione, feto. Ma è un bambino, la stessa persona che più tardi si chiamerà adolescente, o adulto o anziano…

Gli aborti diminuiscono grazie alla legalizzazione?

Gli ultimi dati disponibili, nelle ultime relazioni ministeriali al Parlamento sulla 194, mostrano che gli aborti sono in crescita (63.653 nel 2021, 65.661 nel 2022, 65.746 nel 2023). Ma – dicono – negli anni ’80 gli aborti erano più di 200.000. Si sorvola sul fatto che la legalizzazione nel 1978 ha fatto impennare il numero di aborti da 68.668, nel 1978, a 234.801 nel 1982.

Il calo di lungo periodo del numero annuale, dagli anni '80 in qua, comunque, va interpretato considerando il declino della popolazione femminile in età fertile, l’invecchiamento della popolazione e la diminuzione delle nascite.

Se si guarda al tasso di abortività totale – cioè il numero stimato di donne su mille che abortiscono almeno una volta durante la vita fertile – esso è in crescita, fino ad oggi, quando si attesta a più di 200 su 1000: cioè oggi muore un figlio ogni 5 concepiti. Il quadro ufficiale, inoltre, non comprende gli aborti clandestini (10.000-13.000 secondo stime del Ministero) e i cosiddetti criptoaborti, cioè le decine di migliaia di piccoli allo stato embrionale che vengono eliminati dalle pillole post-coitali. Norlevo (pillola del giorno dopo) ed ellaOne (pillola dei 5 giorni dopo), infatti, impediscono l'impianto dell'embrione se il giorno prima o 5 giorni prima il piccolo era stato concepito.

L’aborto è un costo per la collettività?

Il Primo Rapporto dell'Osservatorio Permanente sull'Aborto (OPA) ha realizzato una stima dei costi sostenuti dal Servizio sanitario nazionale per l’applicazione della legge 194. Per il periodo 1979-2018 ha calcolato un costo cumulato compreso tra 4,1 e 5,3 miliardi di euro; nella stima mediana, 4 miliardi e 847 milioni, con un costo medio di 847 euro per aborto e una spesa media annua di 120,1 milioni di euro. Il Secondo Rapporto ha aggiornato al 2020 il costo cumulato a 5 miliardi e 289 milioni di euro. Il Terzo Rapporto, espresso a prezzi 2022 e con una metodologia aggiornata, lo stima in 7 miliardi e 290 milioni di euro. Per il solo 2022 il costo calcolato è di poco superiore a 56 milioni; a questo l’OPA aggiunge quasi 15,7 milioni di euro quale prezzo al dettaglio delle pillole post-coitali. Un ipotetico fondo nel quale fossero state accantonate e investite ogni anno le somme destinate alle procedure abortive avrebbe raggiunto, secondo il Rapporto, 16 miliardi e 616 milioni di euro.

Queste cifre sono calcolate applicando costi standard regionali ai percorsi sanitari e ai dati ufficiali sugli aborti. Proprio la mancanza di una rilevazione pubblica sistematica costituisce uno dei principali problemi informativi denunciati dai tre Rapporti (OPA, I costi di applicazione della legge 194/1978, 2021, pp. 11-13; Verso la privatizzazione dell’aborto, 2023, pp. 9-10; Tra clandestinità e indifferenza, 2024, pp. 17-27): qualsiasi politica statale va monitorata dal punto di vista costi-benefici. Quali benefici concreti (economici e sociali) ha portato la legalizzazione dell'aborto?

Vedremo i costi stimati nel Quarto Rapporto, che al momento è in lavorazione.

Gli obiettori di coscienza impediscono alle donne di esercitare un loro “diritto”?

L’elevata percentuale di medici obiettori viene frequentemente descritta come un ostacolo sistematico all’applicazione della legge 194. Anni fa una donna veneta finì sulle prime pagine dei giornali perché avrebbe dovuto rivolgersi a 23 ospedali per abortire: la magistratura accertò che non era assolutamente necessario chiamare diversi ospedali: l’aborto era stato effettuato nel rispetto dei termini previsti dalla legge, senza alcun intoppo.

I dati più recenti delle Relazioni ministeriali confermano che non esiste alcun impedimento. Dove si manifestano ritardi o disservizi e nei pochissimi casi in cui le donne debbono fare qualche chilometro per abortire, la cosa è dovuta alla cattiva organizzazione del SSN. Del resto, quali pazienti riescono ad ottenere un esame diagnostico o una visita specialistica in tempi brevi e all’ospedale vicino a casa?

Secondo uno studio Istat pubblicato nel 2024, la percentuale di ginecologi obiettori è scesa al 63,4% nel 2021 e il carico medio nazionale per ogni medico non obiettore è di 0,9 aborti alla settimana: una mole di lavoro insostenibile?

Morivano 20.000 donne ogni anno di aborto clandestino?

Nel dibattito che precedette la legge 194 furono diffuse stime comprese tra un milione e mezzo e due milioni di aborti clandestini all’anno e tra ventimila e venticinquemila donne morte. Alcuni quotidiani arrivarono a parlare di tre o quattro milioni di aborti annui.

Ma nel 1974, per esempio, l’Istat registrò complessivamente 8.748 decessi, per qualsiasi causa, tra le donne dai 14 ai 45 anni. Una cifra incompatibile con l’asserzione di decine di migliaia di morti per il solo aborto clandestino. Gli stessi calcoli demografici dell’epoca mostrarono che, per raggiungere un milione di aborti clandestini annui, metà delle donne avrebbe dovuto abortire in media più di cinque volte durante la vita riproduttiva.

Analizzando poi i dati Istat sulla mortalità delle donne in età fertile dal 1974 al 1983, la progressiva diminuzione della mortalità non presenta una discontinuità statisticamente significativa collegabile all’entrata in vigore della legge 194; anche nelle regressioni che tengono conto di età, regione, occupazione e tendenza generale, la variabile relativa all’applicazione della legge non risulta significativa. Quindi si può dire che la legalizzazione non abbia determinato la riduzione della mortalità femminile narrata dai suoi sostenitori.

I dati ufficiali dell’OMS, inoltre, registrano gli indici più bassi di mortalità materna nei Paesi dove le norme sull'aborto sono più restrittive (per es., la Polonia). Infine, negli Usa, sono falliti miseramente i tentativi degli abortisti di denunciare una maggiore mortalità materna a seguito delle norme pro-life adottate in diversi Stati federati. La legalizzazione, inoltre, non ha eliminato il fenomeno clandestino. La Relazione ministeriale del 2017 richiamava una stima Istat di 10.000-13.000 aborti clandestini annui nel triennio 2014-2016. Negli anni successivi è cresciuta anche la preoccupazione per l’aborto “fai-da-te” mediante farmaci assunti fuori dai percorsi previsti dalla legge, il cui uso è caldeggiato e promosso dai siti radicali e femministi. La correttezza dell’informazione richiede dunque di respingere sia le cifre propagandistiche degli anni Settanta sia l’affermazione che la legge abbia cancellato la clandestinità.

L’aborto legale è aborto sicuro?

La legalità non equivale ad assenza di rischi, fisici e psichici, per la madre.

Quanto agli effetti avversi fisici, le stesse relazioni ministeriali riportano complicazioni anche gravi, perfino la morte, nonostante il fatto che i dati siano molto sottoriportati: il sistema italiano di sorveglianza non rileva in modo completo gli eventi avversi immediati e, ancor meno, le possibili conseguenze a medio e lungo termine.

La questione è divenuta ancora più rilevante con la diffusione dell’aborto chimico, con RU486, che ormai è usata nella maggioranza dei casi. La narrazione dell’aborto chimico come procedura semplice, privata e sostanzialmente priva di rischi è decisamente menzognera: emorragie, infezioni, aborti incompleti, necessità di successivi interventi chirurgici sono documentati ed è dimostrato che sono sottoriportati.

I dati dell’Istat, delle relazioni ministeriali e delle Schede di dimissione ospedaliera sono contraddittori. L'OPA ha calcolato che la rilevazione ospedaliera indica valori quasi tre volte superiori a quelli ufficiali e conferma, con un rapporto di circa due a uno, la maggiore incidenza di complicazioni nelle procedure farmacologiche.

Alle conseguenze immediate si aggiungono quelle possibili nelle gravidanze successive. Chi abortisce rischia più delle altre un successivo parto molto prematuro, lesioni cervicali o uterine, infertilità o subfertilità, placenta previa.

L’aborto indotto può aumentare il rischio di cancro al seno?

Il possibile legame tra aborto indotto e cancro al seno è controverso perché le principali autorità sanitarie rifiutano l’evidenza per preconcetto ideologico. Le metanalisi cinesi e indiane (dove gli aborti forzati e il numero delle donne interessate offrono dati pressoché incontestabili) sono una solida base per rilevare un rapporto causa-effetto tra l’aborto volontario e l’aumento del rischio di cancro al seno.

In questo caso, come per tutti gli altri effetti collaterali avversi dell'aborto, volendo accettare il beneficio del dubbio, ci chiediamo perché, in nome della trasparenza e del consenso informato, non si possa mettere le donne al corrente. Se l'interesse “supremo” è la salute delle donne, perché non informarle correttamente, affinché possano calcolare tutti i rischi consapevolmente e liberamente?

Le conseguenze psicologiche dell’aborto non esistono?

L’espressione “sindrome post-aborto” non identifica una diagnosi autonoma universalmente riconosciuta e non tutte le donne reagiscono nello stesso modo. Ma è ormai impossibile a chi ragiona in buona fede e secondo verità non riconoscere che l’aborto può creare problemi psichiatrici anche notevoli. Rimandiamo i Lettori all’articolo “Aborto e salute mentale: tutto quello che alle donne non dicono” dove possono trovare dovizia di corredo bibliografico sul tema.

Conclusione

La scienza è veramente libera solo se ricerca e comunica la verità. La vita dei piccoli esseri umani nel grembo è un bene prezioso: ciascuno porta nel mondo qualcosa di totalmente originario e insostituibile, che, quando è perso, è perso per sempre: in lui e nelle generazioni che da lui sarebbero seguite. La salute delle donne è un bene prezioso: tacere informazioni rilevanti, presentare come certo ciò che non lo è o minimizzare ciò che i dati documentano significa sottrarre loro consapevolezza e dignità. «Non c’è peggior servizio all’umanità, qualunque sia la fede di appartenenza, il credo politico o la visione filosofica e antropologica, di quella pseudo-cultura scientifica che, per far prevalere la propria convinzione, cerca di silenziare e sminuire l’intero patrimonio di conoscenza sulla verità della persona umana, sull’essere umano unico e irripetibile che è ciascuno di noi» (Giuseppe Noia, Direttore Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali Policlinico Gemelli, Roma, già Presidente AIGOC, Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici).

Questo articolo e tutte le attività di Pro Vita & Famiglia sono possibili solo grazie all'aiuto di chi ha a cuore la Vita, la Famiglia e la sana Educazione dei giovani. Per favore sostieni la nostra missione: fai ora una donazione a Pro Vita & Famiglia tramite Carta o Paypal oppure con bonifico bancario o bollettino postale. Aiutaci anche con il tuo 5 per mille: nella dichiarazione dei redditi firma e scrivi il codice fiscale 94040860226.