28/08/2026 di Lorenza Perfori

Perché le donne abortiscono?

Perché le donne abortiscono? Una revisione scientifica del bioeticista Greg Pike analizza le vere cause dell'aborto: difficoltà economiche, pressioni, violenza, mancanza di sostegno e ambivalenza.

Una ricerca dell’illustre professor Pike ha scandagliato i motivi per cui le donne abortiscono. La questione non è di secondaria importanza, per lo meno qui in Italia dove la “intoccabile” legge 194 chiede espressamente ai consultori di adoperarsi per rimuovere le cause che inducono a un tale atto contro natura. E invece, in quasi mezzo secolo, non risulta che una tale indagine venga condotta. E allora, come si possono rimuovere cause che non si conoscono?

L’art. 5 della legge 194 prevede che il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia dove si reca la madre per abortire «hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta sia motivata da condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto». Di fatto, però, non esistono dati ufficiali sulle circostanze che spingono le madri italiane ad abortire: le relazioni annuali sulla legge 194 riportano notizie molto generiche (residenza, istruzione, ecc.) e neanche i certificati medici per l’aborto registrano i motivi. La testimonianza del dottor Scotti riportata nelle pagine seguenti è abbastanza eloquente.

Ma come è possibile rimuovere le cause senza conoscerle? E se non vengono indagate, che ne è del diritto della donna a ricevere l’aiuto necessario?

Fuori dall’Italia esiste un vasto corpus di ricerche a livello internazionale che negli ultimi decenni ha esplorato le circostanze intorno al processo decisionale a favore dell’aborto: il tutto è stato riepilogato in una revisione del 2020 del dottor Greg Pike, fondatore e direttore dell’Adelaide Centre for Bioethics and Culture in Australia.

I motivi che spingono all’aborto sono complessi

Innanzitutto dagli studi emerge che, nella maggior parte dei casi, non vi è un’unica ragione che spinge le madri a chiedere di abortire, ma sono implicati più fattori tra i quali rientrano i problemi nella relazione, le pressioni da parte del partner e dei familiari, le aspirazioni di studio e professionali, le difficoltà economiche, la mancanza di fiducia nel proprio ruolo di madre, la mancanza di supporto da parte della comunità.

Le donne appaiono ambivalenti nei confronti della gravidanza e dell’aborto e raramente vedono i bambini come una minaccia, anzi, nei loro confronti provano sentimenti positivi. Sono tuttavia le esperienze correlate, come lo stress e le difficoltà connesse al diventare genitore, i problemi economici, la perdita di libertà, la violenza o una condizione di povertà, che le donne vorrebbero cercare di evitare ricorrendo all’aborto. La violenza domestica è fortemente correlata all’aborto; i medici quindi dovrebbero verificare se la paziente sia a rischio di abusi fisici, emotivi o psicologici, indirizzandola verso i servizi di aiuto preposti. Viceversa negli Stati Uniti è stato documentato in diverse circostanze che le cliniche della Planned Parenthood non si pongono troppe domande nel far accedere all’aborto donne (o ragazzine!) nonostante segnali che potrebbero indicare un abuso, e poi le riconsegnano nelle mani del carnefice.

Altri studi hanno rilevato che le ragioni variano a seconda del contesto culturale. Nei Paesi dell’Europa orientale sono soprattutto le donne sposate che usano l’aborto come mezzo di pianificazione familiare (cosa che in Italia la legge non consente, almeno in teoria: in pratica sia le testimonianze delle madri che hanno abortito, sia il Terzo Rapporto Opa - www.osservatorioaborto.it - che adduce argomenti statistici, mostrano come anche questa norma sia apertamente violata, con buona pace e assordante silenzio dei difensori a oltranza della legge 194). In Paesi come gli Stati Uniti e la Svezia, invece, sono soprattutto le donne non sposate ad abortire, prevalentemente per motivi socio-economici o perché un figlio potrebbe interferire con le loro prospettive di vita.

La stragrande maggioranza delle madri cita più motivi per il ricorso all’aborto; alcune segnalano come causa ultima eventi destabilizzanti come la disoccupazione, la separazione dal partner, la difficoltà nel pagare l’affitto o le rate del mutuo, un trasloco.

In una revisione che ha esaminato diversi studi è emersa come motivazione la preoccupazione per il benessere del bambino e il fatto di non essere un genitore all’altezza. In questo caso il medico che avesse davvero a cuore l’ascolto della paziente potrebbe spiegare che per essere un buon genitore bisognerebbe intanto farlo nascere, il figlio.

Le donne che chiedono l’aborto non sempre sono decise ad abortire

I professionisti della salute, invece, raramente riconoscono la complessità della vita delle donne e si schierano facilmente a favore dell’aborto. In uno studio del Regno Unito, dove recentemente è stato legalizzato l’aborto fino alla nascita, le giovani madri nere rifugiate/migranti intervistate, tutte (anche quelle incinte a seguito di stupro), hanno scelto la maternità invece dell’aborto, nonostante le difficoltà incontrate e nonostante la predisposizione abortista da parte degli operatori sanitari. Questo studio evidenzia la necessità che i singoli operatori sanitari creino un ambiente assistenziale incentrato sulla madre e sensibile alle differenze culturali.

Allo stesso modo in uno studio su una popolazione di giovani donne ex senzatetto, che hanno stabilizzato la propria vita per l’appunto grazie alla maternità, i ricercatori concludono che «per alcune giovani senzatetto avere un figlio può rappresentare un’occasione per lasciare la strada, una motivazione forte a smettere di abusare di sostanze. Diventare genitore può attivare speranza e motivazione, nonostante le sfide siano molte, e i servizi sociali hanno un ruolo essenziale e costante nel promuovere e sostenere le madri e i loro figli, e nell’aiutarle a evitare traumi familiari».

Una gravidanza “non pianificata” non è detto che sia “indesiderata”

Al pari del concetto di gravidanza “desiderata”, anche quello di gravidanza “intenzionale” appare impreciso. Le donne non sempre pianificano le gravidanze. La cosa sembra essere più appannaggio di donne privilegiate e/o di coloro che hanno relazioni stabili e sicurezza economica. Milioni di madri in tutto il mondo non raggiungeranno mai questi obiettivi, ma avranno figli comunque. Borrero et al. dimostrano che l’intenzione di rimanere incinta, la felicità per la gravidanza e l’accettazione della gravidanza sono tutti concetti separati. Molte donne sono felici della gravidanza, indipendentemente dal fatto che ne avessero l’intenzione o no. E alcune madri abortiscono gravidanze desiderate a causa di difficoltà economiche, problemi nella relazione o personali.

Questi autori raccomandano di abbandonare il concetto di “pianificazione” e propongono di aiutare le donne a prepararsi a qualsiasi cosa possa accadere. I ricercatori descrivono le ragioni riferite dalle madri, di età compresa tra i 18 e i 24 anni che hanno abortito, nel seguente modo: «Il più delle volte si tratta di storie di partner che non le hanno supportate, o che non si conoscevano bene, frutto di una “decisione sbagliata”, e spesso erano presenti problemi legati all’alcol. Di frequente i genitori non vengono coinvolti. Per garantire al figlio una vita dignitosa si ritiene necessario “finire gli studi” e quindi “hanno rinunciato” al bambino. Alcune hanno sostenuto di non volere che il figlio crescesse nella loro famiglia o nella loro attuale situazione di vita. Spesso venivano descritte la sofferenza e l’angoscia dell’essere incinta e il fatto che pochissime persone ne fossero a conoscenza, e si chiedevano se quella di abortire fosse stata “la decisione giusta”».

Anche David Reardon, nella sua revisione del 2018, mette in guardia dalla generalizzazione diffusa secondo la quale l’aborto implichi solo gravidanze “indesiderate”. Gli studi mostrano infatti che molti aborti volontari, forse la maggior parte, riguardano gravidanze pianificate, in parte desiderate o inizialmente accolte con favore. Con “gravidanze accolte con favore” Reardon intende quelle gravidanze che non erano state pianificate in anticipo, ma che la donna avrebbe accettato o naturalmente accolto se solo avesse ricevuto il sostegno del proprio partner, della famiglia o di altre persone.

Reardon aggiunge che la definizione di gravidanza “indesiderata” è complicata anche dal fatto che molte madri riferiscono di avvertire un conflitto tra le loro reazioni emotive e quelle razionali, nel momento in cui scoprono di essere incinte. A livello emotivo possono essere entusiaste all’idea che un figlio stia crescendo dentro di loro e possono fantasticare sul fatto di avere il bambino, ma allo stesso tempo la loro parte razionale può subito convincerle che l’aborto sia l’unica scelta pragmatica. La gravidanza può essere quindi “emotivamente desiderata” e “razionalmente indesiderata” allo stesso tempo.

Gli aborti tardivi

Dagli studi emerge inoltre che le motivazioni principali cambiano leggermente quando si richiede un aborto nel secondo trimestre. Il ritardo è dovuto all’indecisione, a una relazione difficile o all’assenza del padre del bambino, o al fatto che la gravidanza è stata diagnosticata dopo un po’ di tempo, o all’incertezza sull’essere davvero incinta. I motivi per cui in questi casi le donne trovano difficile decidere di abortire includono la consapevolezza dell’umanità del feto, la percezione che hanno di sé stesse e l’impatto della loro decisione sugli altri.

Il perché dell’aborto è correlato alla sindrome postabortiva

Come notato, poiché l’ambivalenza riguardo alla decisione di abortire è comune, ciò che desta particolare preoccupazione è la correlazione tra questa ambivalenza e il potenziale sviluppo di disagio psichico post-aborto a lungo termine, esacerbato da «decisioni impulsive e non completamente interiorizzate».

Un altro fattore di rischio per disturbi psicologici post-aborto, del quale i medici devono essere consapevoli, è l’opposizione morale all’aborto. Le madri a volte abortiscono nonostante considerino l’aborto contrario alla legge morale, il che potrebbe indicare la presenza di un condizionamento coercitivo a favore dell’aborto.

Il sostegno sociale è di vitale importanza nel contesto di una gravidanza inaspettata o quando una donna incinta non è sicura di poter affrontare la situazione da sola. In queste circostanze le madri hanno bisogno di affetto e di supporto da parte della rete sociale, di sostegno emotivo e di consigli concreti che possano offrire loro qualche certezza in una situazione difficile e angosciante.

Merita infine di essere citato uno studio che ha esaminato le ragioni per le quali le donne che avevano inizialmente deciso di abortire hanno successivamente deciso di non farlo. La maggior parte aveva a che fare con ragioni personali interne piuttosto che esterne, tra le quali figura il desiderio di avere un figlio, l’opposizione morale all’aborto, ed esperienze negative vissute in passato.

La banalità del male (ma solo per alcune)

La legalizzazione dell’aborto ne ha provocato una tragica banalizzazione. E - soprattutto grazie ai social e tra le giovanissime - si diffonde l’atteggiamento terribilmente cinico (e superficiale) di quelle che abortiscono per gioco (ahinoi, esiste una sorta di roulette russa tra le ragazze che si danno al sesso promiscuo: quella che resta incinta “vince” un aborto…) o che se ne fanno un vanto (tipo la Selvaggia Lucarelli) o che lo fanno per poter andare in vacanza senza pensieri. Ma queste voci stonate non sono la voce della maggioranza delle donne.

Le motivazioni che spingono le madri ad abortire sono estremamente complesse e tutt’altro che superficiali. Presumere che tutte le donne che chiedono l’aborto affrontino semplicemente gravidanze indesiderate è non solo sbagliato, ma anche profondamente ingiusto nei loro confronti. Non scandagliare adeguatamente le motivazioni che le spingono all’aborto significa non prendere sul serio quello che stanno affrontando e non avere nessuna voglia di farsi carico dell’aiuto necessario che permetterebbe loro di superare le difficoltà.

I medici che si limitano a rilasciare il certificato per l’aborto in maniera sbrigativa e senza un ascolto attivo non hanno davvero a cuore la salute e i problemi reali delle madri che si trovano a fare i conti con una gravidanza inaspettata. E consegnano nelle loro mani un’unica soluzione, l’uccisione del figlio, quando molte di esse vorrebbero in realtà essere aiutate ad accoglierlo, anche se quel bambino non era programmato, anche se - come accade a milioni di madri in tutto il mondo - non è capitato nel momento ideale o in un contesto ottimale.

 

Articolo già pubblicato sulla Rivista Notizie Pro Vita & Famiglia di maggio 2026

 

 

Questo articolo e tutte le attività di Pro Vita & Famiglia sono possibili solo grazie all'aiuto di chi ha a cuore la Vita, la Famiglia e la sana Educazione dei giovani. Per favore sostieni la nostra missione: fai ora una donazione a Pro Vita & Famiglia tramite Carta o Paypal oppure con bonifico bancario o bollettino postale. Aiutaci anche con il tuo 5 per mille: nella dichiarazione dei redditi firma e scrivi il codice fiscale 94040860226.