20/07/2026 di Redazione

Mentre i pediatri italiani propongono linee guida Lgbt, in Austria lanciano l’allarme

I pediatri austriaci lanciano l’allarme sulle terapie gender per i minori: rischi irreversibili, infertilità e aumento dell’assistenza psichiatrica.

In Italia i pediatri – o almeno chi in larghissima parte li rappresenta, ovvero SIP e ACP – propongono un’assurda e pericolosissima Guida gender (LEGGI QUI i dettagli), all’estero si va nella direzione opposta, quella del buon senso e della cura dei bambini. Succede in Austria, dove i pediatri si stanno battendo proprio contro le terapie gender, l’approccio affermativo e le derive della propaganda Lgbt.

L’allarme della Società Austriaca di Pediatria

Tutto nasce a fine giugno, quando la dottoressa Daniela Karall, presidente della Società Austriaca di Pediatria e Medicina dell’Adolescenza (ÖGKJ), ha invitato tutta la comunità medico-scientifica a sottoporre a un serio riesame l’approccio alle cure per i minori con disforia di genere, denunciando come nel dibattito pubblico vengano spesso ignorati i gravi rischi e le conseguenze a lungo termine. La pediatra ha ricordato che chi intraprende un percorso medico di transizione diventa spesso un paziente cronico, con trattamenti ormonali prolungati e, in caso di interventi chirurgici, conseguenze irreversibili come l’infertilità.

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900 pazienti, un terzo minorenni

L’allarme di Karall nasce dalla situazione in corso presso il Centro per persone transgender dell’Ospedale Universitario di Innsbruck (TGCI), che attualmente cura 900 pazienti, di cui 300 minorenni, provenienti da tutta l’Austria, ma anche dalla Germania, dall’Alto Adige e dalla Svizzera. Il numero di prime visite è quasi triplicato in dieci anni, ha riferito a ORF Tirol la ginecologa e direttrice del centro, Katharina Feil, che attribuisce l’aumento ai social media, i quali avrebbero portato più giovani a sentirsi a proprio agio nel parlare apertamente della propria identità di genere. Resta quindi da capire se davvero, come purtroppo appare probabile, tale incremento sia dovuto ai social media che stanno esercitando un’influenza problematica. Sempre Karall lamenta inoltre la mancanza di un dibattito aperto sul contesto e sui rischi del trattamento di transizione di genere per bambini e adolescenti: «Per una formazione completa, alcuni aspetti devono assolutamente essere affrontati», ha sottolineato in un’intervista a IMABE.

Bambini medicalizzati

L’altra denuncia, sempre della pediatra, è stata che chi si sottopone a un percorso di transizione di genere diventa un paziente a tutti gli effetti: la terapia ormonale continua e, nel caso di interventi chirurgici, l’integrazione a vita nel sistema di supporto diventano la norma. Secondo Karall, il termine “riassegnazione di sesso” non descrive adeguatamente la realtà, perché biologicamente il sesso rimane lo stesso: gli organi sani vengono rimossi e gli equivalenti creati chirurgicamente – come neovagine o falli – sono protesi che non potranno mai eguagliare funzionalmente gli originali, nemmeno in termini di sensibilità sessuale, mentre l’infertilità successiva agli interventi di affermazione di genere è ampiamente la norma. Karall segnala anche una conseguenza meno conosciuta: nel sistema sanitario austriaco le persone colpite perdono l’assistenza medica corrispondente al loro sesso biologico, poiché questo non è più identificabile nelle loro cartelle cliniche. A ciò si aggiunge la questione dei costi: le terapie ormonali e gli interventi chirurgici sono coperti dal sistema sanitario pubblico, cosa che generalmente non si applica alle detransizioni.

Il falso mito del suicidio scongiurato

Ma non è finita qui. Perché Karall ritiene scientificamente insostenibili due presupposti comuni: che i bloccanti ormonali siano reversibili e che la tendenza al suicidio diminuisca dopo tale trattamento. In tal senso, uno studio finlandese, riportato da IMABE ad aprile, dimostra che questo modello non regge alla luce delle ricerche attuali: analizzando i dati di quasi 19.000 giovani iscritti al registro sanitario finlandese, tra cui oltre 2.000 che avevano partecipato a una consulenza per la disforia di genere, i ricercatori hanno riscontrato che già prima del trattamento la prevalenza di problemi psichiatrici in questo gruppo era significativamente più elevata, con uno su due che aveva ricevuto psicoterapia contro uno su sei nel gruppo di controllo. Dopo il trattamento di transizione di genere, il bisogno di assistenza psichiatrica non è diminuito, ma è aumentato: infatti circa due anni dopo, quasi due terzi delle persone transgender trattate ricevevano assistenza psichiatrica. Inoltre, anche escludendo le condizioni preesistenti, il rischio di gravi disturbi resta significativamente elevato: cinque volte superiore nei giovani uomini e tre volte superiore nelle giovani donne rispetto al gruppo di controllo non sottoposto al trattamento.

 

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