Finalmente, a livello internazionale, l’ideologia gender risulta in frenata. Per esempio, basti pensare ai grandi brand internazionali, che dopo aver sposato le battaglie arcobaleno hanno incassato batoste economiche, oppure a diverse produzioni televisive estere pro Lgbt, che ultimamente non sono state rinnovate, o ancora, in generale, alla propaganda transgender – specie negli Usa – decisamente in calo. Sarebbe tuttavia incauto se non ingenuo abbassare la guardia dinnanzi a questo tema; motivo per cui è bene ricordare di che ideologia si tratti e che cosa, di fatto, comporti. Ora, in estrema sintesi, l’ideologia gender è quell’ideologia che nega soprattutto la presenza di differenze biologiche tra i sessi se non nella forma di stereotipi che, in quanto tali, sarebbero da avversare; di più: come nega i confini dell’identità sessuale, quest’ideologia nega anche quelli dell’orientamento sessuale. La conseguenza è non solo la negazione dell’esistenza di maschi e femmine, di padri e madri – che sarebbero da intendersi come ruoli ancestrali e anacronistici –, ma anche dell’orientamento eterosessuale, che altro non sarebbe che una variante tra tante, all’interno della variopinta e fluida macedonia Lgbtqia+.
Chi ha denunciato il gender
Tanti gli esempi di intellettuali non certo conservatori che hanno affermato e denunciato l’esistenza dell’ideologia gender. Pensiamo all’ateo francese Michel Onfray, il quale, pur appoggiando i diritti Lgbt e il femminismo, ha criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica. In un articolo del marzo 2014 “Le Point” ha scritto della «popolare e fumosa teoria del genere [...] della filosofa Judith Butler, che non nasconde l’appartenenza del suo pensiero alla linea decostruttivista». Per fare un esempio italiano, possiamo ricordare quanto scrisse sul quotidiano “Il Trentino” nel 2019 Gaspare Nevola, docente di Scienze politiche nella facoltà di Sociologia di Trento, che è tutto fuorché un laboratorio di bigottismo. «La teoria o ideologia del gender esiste, è diffusa», scrisse Nevola, «i suoi argomenti sono sacrosanti, per alcuni; ma per altri inaccettabili e infondati. Negarne l’esistenza è ipocrita o furbesco, sciocco, se non vile». «La teoria del gender – rincarò il politologo – non è una fantomatica invenzione del Vaticano». Non è finita. Non solo il gender esiste come visione ideologica, ma è ad oggi ampiamente falsificato da tutta una serie di ricerche che affermano il fondamento biologico delle differenze tra i sessi e – alla faccia di chi elogia le “nuove famiglie” come varianti valide almeno tanto quanto le naturali – i benefici, per un bambino, del crescere con un padre ed una madre.
Il glossario Lgbt
Per evitare poi indebite confusioni, è bene distinguere – come hanno fatto in un loro glossario Massimo Gandolfini e Chiara Atzori – i significati di tutti i termini che ricorrono quando si parla di questi temi, non certo per adeguarsi alla “neolingua” che vogliono imporci, ma sicuramente per conoscere meglio proprio ciò che si deve contrastare. Anzitutto, va detto che per la galassia Lgbt l’identità sessuale (l’essere maschio o l’essere femmina) non è l’identità di genere, che invece è una percezione di sé – che il soggetto avverte e dichiara. Quindi, non «io sono maschio» o «io sono femmina», ma «io sono come mi sento». Da questa identità deriva il «ruolo di genere», cioè la manifestazione pubblica, la condotta sociale: sulla base di «come mi sento, così mi comporto». Invece, l’orientamento sessuale definisce la direzione del desiderio affettivo-erotico rispetto ai sessi. L’orientamento sessuale, dice il mondo arcobaleno, è una pulsione; ubbidisce, cioè, ad una forza naturale che ci impone comportamenti non scelti, imperativi, quasi automatici. In quanto tali, non possono e non devono essere contrastati; vanno semplicemente accolti, creando le condizioni sociali perché possano essere realizzati ed esperiti. Va da sé che la non coincidenza tra identità biologica sessuale e sessuata e identità di genere non è una condizione ordinaria e normale, bensì propria della disforia di genere. Appare importante tenere a mente tutto questo perché in non pochi progetti scolastici «contro il bullismo» o «per l’inclusione», promuovendo la controversa carriera alias – ovvero la possibilità di farsi chiamare con il nome dell’identità «percepita» – si veicola come normale un’«antropologia fluida» che mescola identità di genere e orientamento sessuale, seminando gratuito caos nelle menti dei più giovani.
L’importanza della Legge Valditara
Ora, tutto questo dovrebbe d’ora in poi avere un forte argine nella nuova Legge Valditara sul consenso informato; una norma, frutto di lunghe battaglie anche di Pro Vita & Famiglia, che riafferma il primato educativo delle famiglie e l’obbligo di informarle sempre, preventivamente e compiutamente, delle attività scolastiche compiute. Questa pur importante legge non è però una buona ragione per abbassare la guardia. Gli ideologi del gender, infatti, che amano presentarsi come paladini della «parità di genere» o attivisti «contro il bullismo» o «per l’inclusione» – conoscendoli – non molleranno facilmente la presa. Per questo è bene, come educatori e genitori, rimanere anche per il prossimo anno scolastico particolarmente attenti e vigili sulle insidie ideologiche che potrebbero essere presenti nella didattica e in iniziative, purtroppo, solo apparentemente formative. Dopo tutto quello che si è visto in questi anni, la prudenza davvero non è mai troppa.