05/09/2015

Utero in affitto: Nepal e India iniziano a preoccuparsi

La pratica dell’utero in affitto comincia a sollevare qualche problema nei Paesi in cui vi si ricorre.

Evidentemente, nonostante gli sforzi propagandistici delle lobby LGBT e delle cliniche che ci guadagnano sopra, qualcosa non va.

Abbiamo già parlato del caso della Thailandia (vedi qui), che ha fatto marcia indietro sul tema. Ora a ripensarci sono il Nepal e l’India.

Del Nepal ricordiamo tutti quando, nell’aprile scorso, dopo il devastante terremoto, ci si preoccupò subito di mettere in salvo i bambini comprati (a basso prezzo) da coppie gay israeliane che avevano pagato e volevano quindi il prodotto in buone condizioni. Nessuna priorità invece per le donne che li avevano portati in grembo come incubatrici umane e partoriti (vedi qui).

Ebbene, Zenit ci fa scoprire che la Corte Suprema del Paese himalayano sta esaminando possibili restrizioni in materia di utero in affitto. A Kathmandu, il massimo tribunale nepalese ha stabilito che, almeno provvisoriamente, dovrà cessare ogni operazione che implichi tale pratica da parte di coppie straniere. Forse perché ci si è resi conto dello sfruttamento femminile. Ma di tali questioni le femministe occidentali non parlano. Bludental

Intanto il Corriere quotidiano scrive che “in India, altro Paese dove l’utero in affitto è ampiamente praticato in migliaia di speciali cliniche spesso informali, il giudice della Corte Suprema Ranjan Gogoi ha fissato per il 15 settembre un’udienza in cui si dibatterà se limitare, o magari addirittura proibire, questa attività.

L’avvocato indiano Jayashree Wad ha infatti presentato un’istanza in cui chiede che la Corte abolisca un regolamento del 2013 utilizzato da quanti operano nel business delle donne surrogate in assenza di appropriate leggi per un settore che, solo in India, muove due miliardi di dollari l’anno”.

L’India, come abbiamo già ricordato tante volte (vedi ad esempio qui e qui), ha da raccontare tanti tragici episodi di sfruttamento di donne disposte a tutto pur di sopravvivere e di far mangiare i propri figli.  Un provvedimento che ponga fine a questo scempio, pertanto, costituirebbe la fine di una situazione di palese ingiustizia.

Davvero paradossale che, mentre chi vive sulla propria pelle simili esperienze vuole porre dei limiti o addirittura abrogare l’utero in affitto, in Italia, con il ddl Cirinnà, che prevede la stepchild adoption, si vuole invece legittimarne la pratica.

Redazione

DIFENDIAMO I BAMBINI E LA FAMIGLIA DALLA LEGGE CIRINNA’

 

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