21/03/2026 di Francesca Romana Poleggi

Criminalizzati per le proprie idee. Dal Brasile all’Europa la libertà d’espressione è sotto attacco

Dal Brasile all’Europa cresce la criminalizzazione delle opinioni su gender e vita: cittadini, attivisti pro life e politici sotto processo perfino per una preghiera o un post sui social. E anche in Italia Pro Vita & Famiglia è sotto attacco.

La libertà di espressione è minacciata a livello globale. Quello che accade fuori dall’Italia, in Europa e nel resto del mondo, ci fa prendere atto che la campagna di Pro Vita & Famiglia “E io Parlo!”, lanciata con la conferenza stampa del 2 marzo scorso e con una serie di affissioni, è di un’importanza strategica fondamentale: non solo perché reagire ai soprusi e alle azioni censorie delle pubbliche amministrazioni e dei giudici è un diritto e dovere fondamentale nostro e di ogni cittadino pensante e consapevole, ma anche in funzione preventiva per arginare una deriva che può condurre in un baratro orwelliano di soffocante paura. In tutto il mondo cittadini comuni, leader religiosi e perfino rappresentanti eletti del popolo vengono messi sotto processo per aver espresso pacificamente e civilmente le proprie idee. Questo dovrebbe far inorridire chiunque, a prescindere dalla parte politica di appartenenza, a prescindere dal condividere o meno i contenuti che vengono censurati. 

La grave situazione del Brasile

In Brasile è ormai “normale” che i cittadini vengano indagati solo per aver partecipato a manifestazioni o proteste pacifiche e civili. È stato di fatto istituito il reato di transfobia, punibile con cinque anni di carcere, senza una legge in vigore che definisca la fattispecie, ma solo perché una sentenza della Corte Suprema del 2019 ha definito la transfobia analoga al razzismo. Dal 2022 al 2024 almeno 60 persone sono state indagate o incriminate per essa. La "Plataforma do Respeito", uno strumento di intelligenza artificiale per controllare i contenuti online che sfidano l'agenda LGBT, è usata dal Ministero dei Diritti Umani per segnalare coloro che non sono allineati al pensiero unico omo-transessualista.

A febbraio, Isadora Borges, una studentessa universitaria, è finita sotto processo per aver pubblicato due post “transfobici” su X. In uno affermava che "le donne trans non sono donne". Nell'altro ha pubblicato un video di Bronwyn Winter, professoressa emerita dell'Università di Sydney, critica rispetto alle teorie di genere. Se fosse dichiarata colpevole, la Borges rischia fino a 10 anni di carcere. Un’altra Borges, Nine (non imparentata con Isadora), ricercatrice accademica, ormai cittadina del Regno Unito e ivi residente, è stata imputata in due procedimenti penali in Brasile per aver pubblicato su Instagram contenuti che mettevano in discussione la logica e le radici dell'ideologia di genere. Anche Douglas Baptista, un importante pastore delle Assemblee di Dio, la più grande confessione cristiana protestante brasiliana, è stato incriminato per “transfobia” dopo la pubblicazione di un libro sulla visione cristiana della sessualità in opposizione ai principi dell'ideologia di genere. In questo caso il processo si è concluso con un’archiviazione e ci auguriamo che avvenga altrettanto negli altri due, ma attenzione: il processo in sé è spesso usato come punizione dai regimi illiberali (anche se sedicenti democratici). Secondo la logica abusante del “lawfare”, che abbiamo ampiamente spiegato nel n.147 della nostra Rivista mensile Notizie Pro Vita & Famiglia, la legge può essere strumentalizzata per perseguitare gli avversari: essere sotto processo ha un costo in termini di denaro, di tempo e di salute (ansia e preoccupazione) che è precisamente quello che il potere vuol far pagare ai “dissidenti”.  Sta prendendo forma una cultura della paura in cui i cittadini vivono con la possibilità molto concreta che le loro parole possano costare loro una pena detentiva considerevole, senza una valida ragione o meglio, senza sapere precisamente quali sono le fattispecie di reato da non commettere.

L’incertezza del diritto è la base del dispotismo 

Il governo brasiliano, infatti, si avvale di norme ampie e vaghe, come il Digital Services Act europeo, come il tristemente noto disegno di legge Zan, come il vigente articolo 23, comma 4 bis del codice della strada usato per la censura dei manifesti di Pro Vita & Famiglia. Lo hanno capito sulla propria pelle Päivi Räsänen, ex ministro e parlamentare finlandese in carica, che è tuttora sotto processo per aver condiviso un versetto della Bibbia “omofobico” su X; Graham Linehan, un attore comico inglese, che è stato arrestato per post sui social media che criticavano l'ideologia di genere; sempre nel Regno Unito Livia Tossici-Bolt, Adam Smith-Connor, Rose Docherty, Isabel Vaughan-Spruce sono solo alcuni dei cittadini criminalizzati per aver semplicemente pregato in silenzio, nella propria mente, vicino alle cliniche abortiste. Dal vicepresidente J.D. Vance a Elon Musk si sono levate diverse denunce altisonanti contro l'Unione Europea in difesa della libertà di parola. A queste voci si è unita quella del Papa: «Nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani», ha detto Leone XIV al corpo diplomatico lo scorso 9 gennaio. «Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».

 

 

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