Una storia di censure lunga almeno 8 anni. Da quando è in attività Pro Vita & Famiglia ha organizzato campagne a 360 gradi portando avanti battaglie su temi che l'odierna cultura del politicamente corretto considera “divisivi” ma sui quali, in realtà, si gioca il futuro dell'umanità. In modo particolare governi e amministrazioni orientati a sinistra hanno spesso respinto ogni dibattito, preferendo il più comodo (per loro), ma meno democratico, strumento della repressione del dissenso.
Lo schema più ricorrente è quello in base al quale, i manifesti di Pro Vita & Famiglia vengono fatti rimuovere - o rifiutati a monte - dalla giunta comunale di turno, in quanto il messaggio veicolato viene di volta in volta giudicato offensivo nei confronti delle donne, della parità di genere, degli omosessuali, della libertà di abortire, eccetera. Dal 2018 in poi, Pro Vita & Famiglia è stata oggetto di almeno undici censure che, in questa sede andremo a ricordare in modo sistematico. Una censura così ricorrente che ha spinto l'associazione anche a lanciare una petizione per chiedere al Parlamento una legge che difenda la libertà di espressione anche nelle strade. Le affissioni sociali, infatti, proprio come i manifesti pro vita e pro famiglia, devono essere tutelate, con la stessa protezione che l’articolo 21 della Costituzione garantisce alla libertà di stampa.
Tu eri così a 11 settimane (maggio 2018).
Il manifesto reca l’immagine di un bambino alla fine del suo quarto mese di vita intrauterina. La campagna viene accompagnata da frasi tanto efficaci quanto incontestabili: «Tutti i tuoi organi erano presenti»; «Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento»; «E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito». L’amministrazione di Roma (guidata dal sindaco Virginia Raggi) si rifiuta di affiggere i manifesti, motivando la decisione – dopo il ricorso di Pro Vita al Tar del Lazio – su un messaggio ritenuto «lesivo del rispetto delle libertà individuali». La decisione di censurare il messaggio viene confermata dal Tar e, in seguito dal Consiglio di Stato.

Due uomini non fanno una madre (ottobre 2018)
La campagna di Pro Vita intende sensibilizzare contro la pratica dell'utero in affitto e i tentativi di sdoganarla. L’iniziativa viene predisposta su più fronti, con l'impiego di camion a vela a Roma, Milano e Torino, affissioni sui quotidiani e diffusione di video online. La onlus diventa oggetto di una sanzione di circa 500 euro da parte della Polizia di Roma Capitale, in forza della Dac 50/2014, ovvero il regolamento dell’amministrazione capitolina sui manifesti pubblici. La contestazione fa leva sull'art. 12bis di detto regolamento, che vieta la diffusione di «stereotipi e disparità di genere», «messaggi sessisti» o «violenti», nonché di contenuti lesivi «del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso, dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere». La causa è tuttora in corso.

Tu eri così a 11 settimane /2 (novembre 2018)
La causa riguarda un manifesto analogo a quello del maggio dello stesso anno ma senza riferimenti all’aborto. L'affissione (esposta sulla vetrina della sede di Pro Vita) viene fatta rimuovere dalla Polizia Municipale di Roma Capitale, in quanto il contenuto è ritenuto «lesivo del rispetto delle libertà individuali e dei diritti civili». Anche in questo caso, dopo il diniego dell’amministrazione capitolina, la causa è tuttora in corso.

Prenderesti mai del veleno? Stop alla pillola abortiva RU486 (dicembre 2020)
Il manifesto mette in guardia dai rischi sulla «salute» e sulla «vita della donna» che assume la RU486, la quale «uccide il figlio nel grembo». L’affissione viene censurata dal Comune di Rimini, secondo il quale il messaggio genererebbe «in maniera ingiustificata allarme per la salute e la vita delle donne» che fanno uso della pillola abortiva. Il ricorso di Pro Vita & Famiglia a carico del Comune di Rimini invoca l’incompetenza della Giunta, l’erronea applicazione di norme regolamentari e la violazione del diritto all’espressione del pensiero. Il Tar rigetta il ricorso della onlus: una sentenza poi confermata dal Consiglio di Stato.

Il corpo di mio figlio non è il mio corpo (febbraio 2021)
Pro Vita & Famiglia lancia una nuova campagna a difesa della vita nascente con un manifesto recante la frase «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto». Ottenuta l'autorizzazione alle affissioni nel Comune di Reggio Calabria, dopo appena un giorno, la onlus è costretta a subire la rimozione dei manifesti dalla stessa società di gestione del servizio affissioni che aveva dato il nulla osta. Grazie a un successivo accesso agli atti, Pro Vita & Famiglia viene a conoscenza del reale autore della rimozione, ovvero l’assessore reggino alle Pari Opportunità e alle Politiche di Genere, che ha ritenuto i manifesti «in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale» e segnatamente con le disposizioni che vietano «ogni forma di esposizione pubblicitaria di immagini o messaggi che incitino alla violenza, all'odio razziale, alla discriminazione». È seguito il ricorso al Tar da parte di Pro Vita & Famiglia, la cui sentenza è arrivata lo scorso dicembre e, come una mannaia censoria, ha dato ragione al Comune di Reggio Calabria.

Potere alle donne? Facciamole nascere! #8 marzo (marzo 2022)
La campagna fa riferimento in modo particolare all'aborto volontario esercitato ai danni delle bambine. Il Comune di Roma fa rimuovere i manifesti di Pro Vita & Famiglia in quanto il messaggio risulterebbe «offensivo della libertà della donna all’interruzione volontaria di gravidanza, oltre che lesivo della loro dignità», quindi «palesemente in contrasto con l’art. 12-bis del vigente Regolamento sulla pubblicità». Nonostante i manifesti in questione godano della tutela rafforzata ai sensi della legge sulla stampa n° 47/1948, il Comune di Roma prima e il Tar dopo, negano a Pro Vita & Famiglia il ripristino delle affissioni, continuando a ritenere il messaggio non «rispettoso della libertà individuale e del diritto di autodeterminazione della donna di abortire», che veicolerebbe anche «un contenuto di sostanziale colpevolizzazione della donna che abbia effettuato la scelta di abortire». Anche in questo caso, Pro Vita & Famiglia ha fatto ricorso al Consiglio di Stato e la causa è ancora in corso.

Basta confondere l’identità sessuale dei bambini #stop gender nelle scuole (giugno 2022)
È ancora una volta Roma Capitale a confermarsi implacabile avversario di Pro Vita & Famiglia con la rimozione di un manifesto, stavolta ritenuto lesivo non solo del Regolamento sulla Pubblicità ma anche del nuovo comma 4-bis dell’art. 23 del Codice della Strada, che vieterebbe «sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all'orientamento sessuale, all'identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche». Nonostante, Pro Vita, nel suo ricorso al Tar abbia eccepito la congruenza della propria campagna con le linee guida del Miur che escludono l'insegnamento delle «teorie del gender» a scuola, il tribunale ha respinto il ricorso e la causa è attualmente ferma al Consiglio di Stato.

#Stopgender /2 (ottobre 2022)
Un manifesto molto simile al precedente è stato fatto rimuovere con un'ordinanza dal sindaco di Pontedera, secondo il quale la campagna proporrebbe «un messaggio per un verso offensivo attraverso l’utilizzo di molteplici stereotipi di genere e per altro verso discriminatorio con riferimento all'orientamento sessuale e all'identità di genere». Il primo cittadino ha ritenuto la campagna di Pro Vita & Famiglia in contrasto con il già menzionato comma 4-bis, art. 23 del Codice della Strada e con diversi regolamenti comunali. La onlus ha fatto ricorso al Tar della Toscana nel gennaio 2023 e attualmente, a distanza di più di tre anni, attende la fissazione dell'udienza.
I figli non si comprano. Utero in affitto reato universale (maggio 2023)
La campagna raffigura l'immagine di un barattolo con un bambino raffigurato sull'etichetta, alla stregua di un prodotto commerciale. Nel pieno del dibattito politico per la definizione dell'utero in affitto come reato universale, Pro Vita & Famiglia si vede censurare i manifesti dal Comune di Roma per l'ennesima volta. Secondo l'amministrazione capitolina, assimilare «il bambino nato dalla pratica c.d. gestazione per altri, ad un prodotto commerciale» significherebbe «diffondere un messaggio discriminatorio offensivo e lesivo dei diritti dei bambini che, nel mondo, ove consentito, siano nati attraverso tale pratica». In questa occasione, il Tar ha ritenuto inammissibile il ricorso di Pro Vita & Famiglia per ragioni procedurali.

Stop gender e carriera alias (dicembre 2023)
Al Comune di Firenze non è risultato gradito un manifesto recante l’immagine di un bambino (dalle mani in giù), il quale indossa una scarpa maschile e una scarpa femminile, e al di sotto del quale era riportata la seguente dicitura: «Basta confondere l’identità sessuale dei bambini nelle scuole - Stop gender e carriera alias». L'oscuramento della campagna di Pro Vita & Famiglia è stato motivato nella presunta violazione dell'art. 23 comma 4-bis del Codice della Strada. Ormai sfiduciata nei confronti del Tar, la onlus ha fatto ricorso al presidente della Repubblica, evidenziando – oltre ai soliti profili attinenti alla libertà di espressione e all’inoffensività del messaggio – che il menzionato art. 23 del Codice della Strada richiede espressamente che l'autorità di Governo delegata per le pari opportunità emani un decreto recante le modalità di attuazione del comma 4-bis. Un decreto che fino ad oggi non è stato ancora emanato. La causa è ancora in corso.

9 biologi su 10 mi riconoscono come un essere umano e tu? (febbraio 2024)
Pur facendo leva su un'autorevole ricerca scientifica e su una serie di sentenze della Corte Costituzionale sulla natura del feto, Pro Vita & Famiglia si è vista negare le affissioni da parte del Comune di Firenze. Il motivo? Ancora una volta, la difformità con il disposto dell'art.23 comma 4-bis del Codice della Strada. Come nel caso precedente, la onlus ha fatto ricorso al Tar lamentando: il difetto di motivazione del provvedimento amministrativo; l’inapplicabilità dell'art.23 comma 4-bis CdS al manifesto in considerazione del suo contenuto; la perdurante mancata attuazione di tale disposizione di legge; la violazione del diritto alla libertà di espressione. La prima udienza davanti al Tar non è stata ancora convocata.
