19/06/2019

Szymon Baranowski: è morto l'”Alfie polacco”

La deriva eutanasica infantile non risparmia neppure la cattolicissima Polonia. È rimbalzata questa mattina, su varie bacheche Facebook e Instagram, la notizia della morte del piccolo Szymon Baranowski, undici mesi, al quale sarebbero stati rimossi i sostegni vitali, in assenza dei genitori e a loro insaputa. Una vicenda molto simile a quelle di Charlie Gard e Alfie Evans, consumatasi presso l’ospedale Niekłańskiej di Varsavia.

Il bimbo era stato ricoverato lo scorso gennaio, alcuni giorni dopo essere vaccinato contro lo pneumococco. I medici, si apprende da fonti mediatiche polacche, fin dall’inizio non avevano dato speranze di sopravvivenza per il piccolo paziente. Aneta Baranowksa, madre di Szymon, al contrario, si era detta fiduciosa in cure alternative e aveva anche ricevuto delle donazioni per curarlo in altre strutture.

Quattro giorni dopo il suo vaccino, Szymon era stato ricoverato con febbre altissima e la diagnosi era stata di encefalite immunologica. La tomografia aveva poi riscontrato un edema cerebrale e le condizioni del bambino erano apparse sempre più critiche. I medici, quindi, dopo aver rilevato la morte cerebrale, avevano suggerito la sospensione della ventilazione, cui i genitori di Szymon si erano opposti. Una diagnosi successiva aveva segnalato tracce di vitalità nel cervello, tuttavia l’équipe medica aveva insistito per staccare le macchine. Un’ipotesi a cui si era opposto solamente il professor Jan Talar. Ad Aneta Baranowksa non è stato quindi permesso di prendere il figlio e trasferirlo ad un ospedale di Lodz.

Martedì mattina, la tragica sorpresa: intorno alle 10, Aneta si reca in reparto dal figlio e scopre che alle 9.30 era già morto. Non le è stato nemmeno concesso di salutare l’ultima volta il suo bambino malato.

Grande è l’incredulità intorno al caso dell’“Alfie polacco”, in nome del quale si è sviluppata una gara di solidarietà con donazioni alla famiglia, veglie di preghiera, candele, orsacchiotti e messaggi di sostegno posti davanti all’ingresso dell’ospedale.

«I medici si sono comportati come fossero dèi», ha dichiarato Justyna Socha, dell’associazione pro life Stop Nop, che ha poi riferito alla stampa quanto successo tra la famiglia Baranowski e il personale ospedaliero. Lunedì i genitori erano stati informati che il giorno successivo una commissione medica si sarebbe dovuta pronunciare sull’eventuale morte cerebrale del bambino. I genitori avevano però chiesto di rinviare la commissione al prossimo 29 giugno, avendo loro stessi avviato dei contatti con medici italiani e statunitensi che avevano avanzato la possibilità di curare Szymon all’estero. Una richiesta che, tuttavia, è rimasta inesaudita. Al dolore, la mamma e il papà di Szymon hanno dovuto aggiungere la beffa di essere stati ingannati dai medici che avevano in cura il figlio.

Nel frattempo, la direzione dell’ospedale Niekłańskiej si trincera dietro il più stretto riserbo, mentre un assembramento di poliziotti iniziava a disporsi intorno alla struttura sanitaria. In un messaggio diffuso sul sito dell’ospedale, sono state espresse «sincere condoglianze» alla famiglia di Szymon, aggiungendo solamente che «l’ospedale non fornirà alcuna informazione relativa al caso di Szymon, a causa del segreto professionale medico».

Mentre qualche sospetto è stato avanzato sul possibile nesso di casualità – comunque non confermato – tra la malattia del bambino e il vaccino ricevuto pochi giorni prima, il legale della famiglia Baranowski ha fatto esplicita richiesta affinché l’autopsia su Szymon venga eseguita fuori dal Niekłańskiej.

Luca Marcolivio

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