01/06/2015

“Parità di genere”, all’UE. Ancora una scusa per propinarci il gender

Il Parlamento Europeo è sempre a lavoro. E nel nobile consesso ci sono Deputati solerti sempre tesi a propagandare la cultura della morte, l’ideologia gender e  – in ultima analisi – il sovvertimento di tutti i valori civili e naturali.

Cliccando sul link potete leggere il testo integrale, in italiano, della relazione Noichl che si intitola “Strategia dell’Unione europea per la parità tra donne e uomini dopo il 2015?, che verrà discussa dal Parlamento UE l’8 giugno e votata il 9.

Come al solito si comincia con il solito lodevole proposito di voler eliminare tutte le discriminazioni che subiscono le donne, ad esempio nel mondo del lavoro.

Ma infilate in mezzo a discorsi condivisibili, anche importanti, come la lotta allo sfruttamento sessuale o alla pratica delle mutilazioni genitali femminili, troviamo molte note perverse e dolenti.

Anzitutto – come era da aspettarsi – la tutela dei “diritti sessuali e riproduttivi”, quindi l’aborto, la contraccezione e la pianificazione familiare, che vanno garantite non solo all’interno della UE come “diritti umani”, ma vanno offerti come “aiuti umanitari” ai paesi extraeuropei che siano bisognosi della solidarietà dell’Occidente: insomma i discorsi che portano in Africa kit abortivi e anticoncezionali invece che antibiotici o tecnologia per rendere l’acqua potabile.

Ma la cosa più curiosa di cui potrà rendersi conto chi avrà la pazienza di leggere il lungo documento, è che ogni tanto la tutela delle donne cede il passo alla tutela delle persone LGBT e delle loro esigenze. Poi, come niente fosse, si ricomincia a parlare di donne. Le due questioni risultano intrecciate in modo indissolubile: chi volesse votare a favore della tutela delle donne dovrà votare anche per il riconoscimento dei “diritti” LGBT.

Per esempio, il documento invita a “prevedere azioni specifiche per rafforzare i diritti di diversi gruppi di donne, tra cui le donne con disabilità, le donne migranti e appartenenti a minoranze etniche, le donne rom, le donne anziane, le madri sole e le LGBTI“.

Ciò vuol dire che una – che so – Gianna Nannini (tanto per dire un nome) merita una speciale tutela come fosse disabile, immigrata ecc?

Oppure, al n. 24, “invita la Commissione a provvedere affinché gli Stati membri consentano il pieno riconoscimento giuridico del genere preferito da una persona, inclusi il cambio del nome di battesimo, del numero di previdenza sociale e di altri indicatori del genere sui documenti di identità”: che c’entra con le donne?

Al n. 31. si raccomanda la tutela delle “famiglie”LGBT.

Al n.55 “rinnova l’invito alla Commissione e all’Organizzazione mondiale della sanità a depennare i disturbi dell’identità di genere dall’elenco dei disturbi mentali e comportamentali e a garantire una riclassificazione non patologizzante in sede di negoziati relativi all’undicesima versione della classificazione internazionale delle malattie (ICD-11), nonché a garantire che la diversità di genere nell’infanzia non sia patologizzata”.

Poi ce n’è pure per i bambini e i giovani: al 56 “invita la Commissione, riconoscendo l’importanza dei diritti sessuali e riproduttivi, a creare modelli di prassi eccellenti di educazione sessuale per i giovani di tutta Europa. Al 59. “invita la Commissione a incoraggiare gli Stati membri a promuovere il sostegno (medico) e a porre fine alla discriminazione nell’accesso al trattamento di fertilità e alla riproduzione assistita (il che vuol dire libero accesso alla fecondazione artificiale da parte di single e coppie variamente assortite); sottolinea altresì, in tale contesto, l’importanza di sostenere l’adozione e il diritto di tutti i bambini di conoscere i propri genitori (meno male: quindi niente anonimato per i venditori di gameti e per chi affitta l’utero?!)

Al 60 “invita la Commissione e gli Stati membri ad adoperarsi per l’attuazione di programmi di educazione sessuale nelle scuole e a garantire consulenza e possibilità di contraccezione ai giovani”, e così via, mischiando la lotta agli stereotipi veri, dannosi, malati, quelli che vogliono tutte le donne super sexy dai 10 anni in su, con l’ambigua lotta agli stereotipi sessisti dove rispuntano fuori i diritti LGBT.

Bludental

Per esempio al n 61: “invita la Commissione a creare incentivi per una formazione competente all’utilizzo critico dei media negli Stati membri, che metta in discussione gli stereotipi e le strutture tradizionali, nonché a condividere esempi di prassi eccellenti per verificare la presenza di rappresentazioni stereotipate nei materiali didattici sinora utilizzati; invita la Commissione, a tale proposito, a sostenere programmi di sensibilizzazione in merito agli stereotipi, al sessismo e ai ruoli di genere tradizionali nell’istruzione e sui media, ... sottolinea in questo contesto che la lotta al bullismo e ai pregiudizi nei confronti delle persone LGBTI nelle scuole, sia degli studenti, sia dei genitori o degli insegnanti, deve figurare tra gli sforzi dell’UE per combattere gli stereotipi di genere... “: ma non si stava parlando delle donne?

Insomma: leggere per credere. L’ideologia gender – che secondo lor signori non esiste – è così ben dissimulata in mezzo alle istanze di non discriminazione tra uomini e donne, che diventa difficile poi scindere le due.

Sicché quando noi ci preoccupiamo dell’emendamento al decreto Renzi sulla scuola che introduce lezioni sulla parità di genere, facciamo bene a farlo. Lor signori ci dicono che si intende promuovere la parità tra uomo e donna.

Allora si parli chiaramente di parità di sessi (che sono solo due). Perché a noi questa parola, “genere”, non piace proprio. E se “non esiste”, perché continuano ad usarla?

Francesca Romana Poleggi

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