27/02/2026 di Redazione

No, My Voice My Choice non ha vinto. Ecco perché e cosa ha davvero detto la Commissione europea

Ieri, 26 febbraio, la Commissione europea ha reso nota la sua decisione ufficiale sull’iniziativa abortista “My Voice My Choice”. Una decisione che ha segnato uno stop chiaro alla richiesta dei promotori e ha quindi bocciato e segnato una sconfitta per la mozione, anche se allo stesso tempo la Commissione ha rivolto un vergognoso invito agli Stati Membri a utilizzare i fondi pubblici europei già esistenti per finanziare l’aborto. Nonostante questo esito, i proponenti di “My Voice My Choice” stanno parlando di “vittoria” e si moltiplicano le storie sui social, le conferenze stampa e le dichiarazioni trionfalistiche. Ma è davvero così? Assolutamente no, ecco perché.

Cosa ha deciso la Commissione europea

Vediamo innanzitutto i dettagli della decisione della Commissione europea. Bruxelles ha in primis ribadito un punto giuridico cruciale, ovvero che la competenza in materia sanitaria è e rimane agli Stati membri; per questo l’Unione europea può sostenere e coordinare eventuali percorsi in tale ambito, ma deve rispettare la sovranità degli Stati nella definizione delle politiche sanitarie, nell’organizzazione e nella fornitura dei servizi. Dopodiché, a seguito di un’attenta analisi dell’iniziativa e dei limiti imposti dai Trattati, la Commissione ha dichiarato che non proporrà alcun nuovo strumento giuridico. Non verrà quindi istituito un nuovo meccanismo europeo né un fondo dedicato specificamente al finanziamento dell’aborto né tantomeno a quello transfrontaliero, dunque a una sorta di “Erasmus dell’aborto”. Allo stesso tempo, però, la Commissione ha chiarito che gli Stati membri possono già utilizzare strumenti esistenti, in particolare facendo un esplicito riferimento al Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021-2027. L’utilizzo del Fondo per promuovere e incentivare l’aborto è però, per gli Stati membri, su base volontaria, quindi nel rispetto delle legislazioni nazionali. La motivazione della Commissione è che, potendo già agire attraverso strumenti esistenti, non sarebbe necessario creare un nuovo meccanismo giuridico.

Perché “My Voice My Choice” ha perso

Per comprendere la portata della decisione, occorre ricordare cosa chiedeva davvero “My Voice My Choice”. L’iniziativa, sostenuta dalla Commissione FEMM del Parlamento europeo e approvata dall’Europarlamento il 17 dicembre scorso con 358 voti favorevoli, 202 contrari e 79 astenuti, chiedeva di avviare un processo legislativo europeo per istituire un nuovo meccanismo giuridico con un fondo apposito per finanziare l’aborto, anche a livello transfrontaliero. Ma non solo. Il documento, presentato dalla relatrice Abir Al-Sahlani di Renew Europe, rivendicava l’aborto come presunto “diritto fondamentale”, lo inseriva nella cornice dei cosiddetti diritti sessuali e riproduttivi, e utilizzava un lessico ideologico centrato sulla “autonomia corporea”, tra l’altro senza mai menzionare il bambino concepito. Denunciava inoltre un presunto “backlash” (ripercussioni) contro i diritti delle donne, criminalizzava i movimenti pro-life e chiedeva un’azione europea più incisiva per garantire accesso universale a contraccezione, aborto e servizi correlati. Arrivava persino a evocare il presunto numero di ben 20 milioni di donne in Europa senza accesso a un aborto “sicuro e legale”, di viaggi oltreconfine per aggirare restrizioni nazionali e minava le basi dell’obiezione di coscienza per medici e operatori sanitari.

Soprattutto, come già accennato, chiedeva di istituire un meccanismo finanziario opt-in per cofinanziare o rimborsare le interruzioni volontarie di gravidanza, anche in regime transfrontaliero, stabilizzando questo sistema nei bilanci pluriennali dell’Unione. Praticamente creando un vero e proprio turismo dell’aborto.

Tutto questo non è stato approvato. In nessun modo e in nessun caso. La Commissione ha infatti detto no all’apertura di tutto questo processo legislativo, no alla creazione di un nuovo fondo, no a un nuovo meccanismo giuridico europeo. Ecco perché “My Voice My Choice” ha inesorabilmente perso, tra l’altro come ha chiesto esplicitamente Pro Vita & Famiglia con una petizione che in pochi giorni ha raccolto quasi 30.000 firme.

La fake news della “vittoria”

Nonostante questa sonora sconfitta, gli organizzatori di “My Voice My Choice” hanno immediatamente parlato di vittoria e si ostinano a portare avanti una narrazione vittoriosa che, di fatto, è palesemente fuorviante, faziosa e ideologica. Una vera e propria, ed enorme, fake news rilanciata su tutti i social. Ma perché?

Perché parlare di vittoria serve a non ammettere la sconfitta e a mantenere galvanizzati i propri sostenitori, oltre che a creare una narrazione - da mandare in pasto all’opinione pubblica - che possa creare un senso generale di “intoccabilità” dell’aborto. Guai, infatti, a pensare che il presunto “diritto” all’aborto possa essere in qualche modo anche solamente intaccato.

La parte grave della decisione della Commissione

Rimane però un elemento serio e preoccupante. Pur respingendo la creazione di un nuovo strumento e pur bocciando “My Voice My Choice”, la Commissione si è comunque lasciata andare a un vergognoso spot pro aborto, per giunta parlando esplicitamente di soldi pubblici. Questo significa che risorse pubbliche europee, destinate ufficialmente a occupazione, inclusione sociale, istruzione e coesione, possono essere impiegate per finanziare l’interruzione volontaria di gravidanza. È un passaggio grave - sia sul piano politico che culturale - perché normalizza l’idea che l’aborto possa essere incentivato e promosso, quasi fosse una cosa bella e positiva. Inoltre passa il concetto che, proprio perché giusto, possa e anzi debba essere supportato economicamente con fondi comuni europei, aprendo la strada a una progressiva assimilazione dell’interruzione volontaria di gravidanza a qualsiasi altro servizio finanziabile nell’ambito delle politiche sociali e sanitarie.

Cos’è il Fondo Sociale Europeo Plus

Proprio la questione dei finanziamenti ha toccato direttamente lo strumento del Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+), ovvero il principale strumento dell’Unione europea per investire nelle persone e nei servizi e attuare il pilastro europeo dei diritti sociali. Uno strumento che per il periodo 2021-2027 dispone di un bilancio complessivo di addirittura 142,7 miliardi di euro ed è anche uno dei pilastri della ripresa socioeconomica post-pandemia, poiché ha l'obiettivo di sostenere politiche in materia di occupazione, affari sociali, istruzione, competenze e riforme strutturali. Nell’ambito della politica di coesione, inoltre, ha la missione di ridurre le disparità economiche, territoriali e sociali tra Stati membri e tra le varie regioni.

Il FSE+ riunisce quattro strumenti precedenti: il Fondo sociale europeo, il Fondo di aiuti europei agli indigenti, l’iniziativa per l’occupazione giovanile e il programma per l’occupazione e l’innovazione sociale. Il sostegno è gestito principalmente dagli Stati membri in partenariato con la Commissione, con una componente in gestione concorrente che dispone di circa 142 miliardi di euro, di cui oltre 95 miliardi provenienti dal bilancio dell’UE, e una componente EaSI gestita direttamente dalla Commissione. Parliamo quindi del principale strumento europeo per lavoro, inclusione e coesione sociale. Destinarne le risorse alla promozione dell’aborto rappresenterebbe, per Pro Vita & Famiglia, un profondo cambio di paradigma nell’utilizzo di fondi pensati per sostenere le persone e ridurre le disuguaglianze.

Cosa chiede ora Pro Vita & Famiglia

Di conseguenza, Pro Vita & Famiglia - commentando la notizia della decisione della Commissione europea su “My Voice My Choice” - ha chiesto al Governo e al Parlamento italiano di non utilizzare il Fondo Sociale Europeo Plus per finanziare l’aborto, ma di impiegare quelle risorse per aiutare concretamente le donne ad accogliere una nuova vita. In Italia, infatti, come ha spiegato la portavoce dell’associazione, Maria Rachele Ruiu, «non esistono donne che non riescono ad abortire, mentre sono molte quelle che non riescono a portare avanti una gravidanza per mancanza di alternative valide». Inoltre, di recente - parlando al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede - anche Papa Leone XIV ha denunciato come sia «deplorevole destinare risorse pubbliche alla soppressione della vita anziché investirle nel sostegno alle madri e alle famiglie». È infatti su questo terreno che si gioca ora la responsabilità politica delle istituzioni italiane.

 

 

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