Si avvicina il ritorno, in Parlamento, del dibattito sul fine vita - con il Ddl 104 recante “Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita” calendarizzato a partire dal prossimo 17 febbraio - e nel pieno di questa discussione sono arrivate ieri le parole del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, che - aprendo il Consiglio permanente dei vescovi italiani in corso a Roma - ha messo in guardia dalle derive eutanasiche, soprattutto in ambito normativo.
Il monito alla politica
Nel suo intervento, il cardinale Zuppi ha sottolineato il pericolo di eventuali «normative che» possano legittimare «il suicidio assistito e l’eutanasia» e che quindi «rischiano di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili». Il pericolo più grave, ha spiegato Zuppi, è che proprio le persone più deboli, segnate dalla malattia, dalla disabilità o dall’età avanzata, possano convincersi «di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo». Un’espressione che fotografa con realismo il clima culturale che si crea quando la morte viene presentata come soluzione. Il riferimento alle “normative”, inoltre, sembra un richiamo al dibattito politico in corso, in particolare proprio a quello che riprenderà in Senato a metà febbraio. Quello che ci si augura, dunque, è che le dichiarazioni del presidente della Cei possano essere seguite dai parlamentari - non solo di maggioranza - e in particolare da quelli che si dichiarano cattolici, affinché non cedano alla logica del compromesso, né del fantomatico “male minore” e boccino senza ambiguità una legge - disumana - che finirebbe per esercitare una pressione silenziosa e ingiusta proprio sui più fragili.
La vera risposta alla sofferenza
Accanto alla denuncia dei rischi legati alle derive eutanasiche, il cardinale Zuppi ha indicato con chiarezza la strada da percorrere per rispondere in modo autenticamente umano alla sofferenza. «La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale», ha affermato, sottolineando la necessità di un impegno concreto e continuativo da parte delle istituzioni. Al centro di questa risposta ci sono le cure palliative, che Zuppi ha definito essenziali e non più rinviabili, richiamando l’urgenza di una loro applicazione reale e capillare su tutto il territorio nazionale. Come ha denunciato lo stesso cardinale, tali cure devono infatti essere garantite «senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito». Una denuncia che trova conferma nei dati: oggi, infatti, in Italia solo il 33% degli aventi diritto riesce effettivamente ad accedere alle cure palliative, ma alcune aree del Paese restano drammaticamente ancora più indietro. Per esempio regioni come la Sardegna, con una copertura ferma al 4,3%, la Calabria al 6,4%, la Campania e le Marche all’8,5%. Praticamente il diritto alla palliazione rimane su carta, mostrando come il vero scandalo non sia l’assenza di una legge sul suicidio assistito, ma il mancato investimento su cure, accompagnamento e assistenza.
Sulla scia di Papa Leone XIV
Le parole del cardinale Zuppi seguono la strada tracciata da Leone XIV che, con altrettanta chiarezza sul tema, lo scorso 9 gennaio si è rivolto al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Il Pontefice, in quell’occasione, ha ricordato che la sofferenza esiste e a volte schiaccia, ma che la risposta degna non è eliminare chi soffre. «È compito anche della società civile e degli Stati – ha affermato Leone – rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia».
L’impegno di Pro Vita & Famiglia
Le posizioni del Pontefice, e dei vescovi italiani, trovano di conseguenza il sostegno di Pro Vita & Famiglia, da sempre in prima linea nella difesa della dignità della vita in ogni sua fase, compreso il suo naturale tratto finale. Negli ultimi mesi, infatti, l’associazione ha promosso una vasta campagna nazionale, “Non mi uccidere”, portando nelle strade di tutta Italia affissioni e camion vela proprio per chiedere lo stop al disegno di legge, oltre che un flash-mob a piazza del Popolo a Roma, dove sono state portate oltre 200 sedie a rotelle vuote per simboleggiare i malati privi di voce che chiedono più cure, più assistenza, più diritti e non la morte. Oltre a questo l’associazione ha lanciato anche una petizione popolare, che ha raccolto le firme di circa 30.000 cittadini.