23/08/2018

Metodi naturali vs provetta: vittoria schiacciante!

I metodi naturali di cura dell’infertilità non sono rischiosi per la salute, sono economici e contribuiscono a risolvere il problema dell’infertilità alla radice. Ne ha scritto Lorenza Perfori, in un ottimo articolo uscito sul sito dell’Associazione Libertà&Persona (www.libertaepersona.org) il 1 marzo 2016. È intitolato I Metodi Naturali sconfiggono la provetta su tutta la linea e ne offriamo qui un’ampia sintesi. Scrive la Perfori che i problemi etici, come i rischi per la salute di donne e bambini, «[...] possono essere evitati facendo ricorso ai metodi naturali di cura dell’infertilità. Contrariamente alla fecondazione in vitro (Fiv), che di fatto non fa altro che bypassare il problema dell’infertilità di coppia, i metodi naturali procedono innanzitutto individuando le cause responsabili dell’incapacità a concepire, intervenendo poi con una cura mirata che permetta alla coppia di avere un bambino in modo spontaneo». Occorre poi non sottovalutare che la Fiv diventa il terzo incomodo nella vita di relazione dei due coniugi, come spiegava nel numero di aprile di Notizie ProVita Francesco Agnoli. A supporto di questa tesi, nell’articolo viene citato Michele Aramini, docente di Teologia ed Etica sociale, che in La Procreazione Assistita (Paoline, Milano 1999, p. 177) sostiene: «Nella Fivet, l’intrusione della tecnica è così penetrante che l’intervento del medico, o del biologo (il terzo), è assolutamente essenziale: è lui che chiama i nuovi esseri all’esistenza, è lui che controlla la qualità degli embrioni e decide chi far vivere e chi far morire. In queste condizioni i genitori sono spossessati del loro diritto di dare la vita e diventa arduo parlare di un bambino nato da un atto di amore, come con troppa facilità si usa dire». Chiosa giustamente l’Autrice dell’articolo: «I metodi naturali, quindi, non si limitano solamente ad affrontare il problema dell’infertilità alla radice, a evitare i problemi e i rischi per la salute e la vita a carico di donne e nascituri, a non defraudare i genitori del ruolo fondante di datori di vita, ma costituiscono anche la miglior prova d’amore per il bambino».

Non dimentichiamo poi, come si diceva inizialmente, che questi metodi costano poco o nulla dal punto di vista economico. Proprio questo, secondo la Perfori, è il motivo della loro scarsa diffusione: se venissero promossi su larga scala, il ricorso alla Fiv diminuirebbe in maniera considerevole e la lobby della fecondazione artificiale non potrebbe più continuare a prosperare e ad arricchirsi sulla pelle delle coppie infertili. Le testimonianze e i dati che porta a supporto di questa tesi sono importanti: dalla Roccella che racconta dei ricorsi contro la legge 40 proprio da parte dei centri per la fecondazione assistita, alle cifre citate da padre Giorgio Maria Carbone, docente di bioetica, e dal neurochirurgo Massimo Gandolfini (solo per fare un esempio: un ciclo di Fiv, che ha una percentuale di successo pari al 15% – quindi è difficile che ne basti uno solo perché il concepimento vada a buon fine –,va dai 5mila ai 16mila euro).

Riguardo a sterilità e infertilità risultano rilevanti, prima di tutto, alcuni fattori di prevenzione. Si dovrebbe, innanzitutto, considerare l’età della donna. Spiega la Perfori che un primo elemento, se così si può dire, di prevenzione dell’infertilità è quello di non procrastinare troppo in là negli anni la genitorialità. La dottoressa Elisabetta Chelo, del Centro Demetra per la fecondazione assistita di Firenze, ribadisce: «Si è creata la convinzione, complici anche noi medici, che il desiderio di maternità possa venire sempre soddisfatto. Quando dico a una paziente: ‘Signora lei ha il 10% di possibilità di riuscire a restare incinta’, che non è neanche avere un figlio, vedo quasi tutte le donne mettersi dalla parte di quel 10 per cento. Nell’altro 90% ci andrà qualcun’altra» (Daniela Natali, Fecondazione assistita, non tutto è possibile e non è possibile sempre, ll Corriere della Sera, 27.01.2013). Ma l’orologio biologico continua inesorabilmente a segnare il tempo.

Prosegue l’Autrice dell’articolo spiegando che il secondo fattore di prevenzione è quello di evitare tutti quei comportamenti forieri di sterilità sia nell’uomo che nella donna, un fenomeno che per diversi motivi si dimostra in crescita nel mondo Occidentale. Salvatore Mancuso, presidente del Comitato etico del Policlinico Gemelli, punta l’indice contro l’inquinamento... Altre cause foriere di sterilità sono da ricondurre alle scelte dei singoli e agli stili di vita come: abuso di alcool, droga, fumo, vita sedentaria, stress, contraccezione artificiale, aborti volontari. In che modo, tra gli altri, contraccezione artificiale e aborto volontario possono essere ostacoli al concepimento naturale? Per quanto riguarda la prima, accade «sia perché – viene spiegato nell’articolo – aumenta il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, foriere di infertilità e, se trascurate, di sterilità; sia per la sua azione di blocco forzoso dell’ovulazione che può pregiudicare il funzionamento degli organi riproduttivi femminili; sia perché favorisce le infiammazioni, con conseguenti effetti deleteri sulla capacità riproduttiva maschile e sull’apparato genitale femminile». E l’aborto? «L’aborto farmacologico (con la RU486), in particolare, può compromettere future gravidanze perché aumenta il rischio di gravidanze extrauterine, di chiusura di una tuba, di aborti spontanei ed endometriosi». Anche l’aborto chirurgico può causare la sterilità a causa di infezioni o perforazioni uterine. Dopo la prevenzione è poi «[...] necessario un iter diagnostico approfondito e un approccio al problema di tipo globale, affinché gli ostacoli che precludono il concepimento non siano semplicemente bypassati – come nel caso della fecondazione artificiale – ma rimossi».

A questo proposito nell’articolo viene presentato l’operato dell’ISI, l’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI di ricerca sulla fertilità e infertilità del Policlinico Gemelli. Con un’équipe formata da ginecologo, andrologo, endocrinologo, chirurgo della riproduzione e psicologo, molte coppie sono state curate perché arrivassero al concepimento naturale e questo è accaduto almeno nel 15% dei casi dal 2003 ad oggi. Le patologie curate sono in molti casi relative alle tube o all’endometriosi, che è presente nel 7-10% delle donne in età fertile; ci sono poi problemi alla tiroide o di ovulazione. Se per le prime è necessario l’intervento chirurgico, per le seconde sono necessarie delle cure. Buoni risultati sono stati raggiunti anche per l’uomo, se presentava pochi spermatozoi o dotati di una ridotta mobilità. Secondo la dottoressa Paola Pellicanò, ginecologa del Centro studi e ricerche per la regolazione naturale della fertilità dell’ISI, citata nell’articolo: «In queste situazioni i metodi naturali forniscono un prezioso approccio di prevenzione e di diagnosi, perché già dalle semplici osservazioni della donna si possono individuare eventuali alterazioni nel ciclo che facciano sospettare patologie specifiche, consentendo di affrontarle precocemente e quindi con un migliore risultato terapeutico, nonché di indirizzare in modo più mirato ad accertamenti di livello superiore».

Spiega ancora la Perfori che tali metodi si caratterizzano per «un approccio più umano e meno tecnico», fatto anche di tempo dedicato all’ascolto e all’accompagnamento della coppia. Sulla stessa linea è citato il pensiero di Giancarla Stevanella, presidente della Confederazione italiana Centri RNF (Regolazione Naturale della Fertilità) e presidente di Iner Italia (Istituto per l’Educazione alla Sessualità ealla Fertilità), che afferma: «Le coppie con problemi di fertilità [...] arrivano con un atteggiamento piuttosto sfiduciato nei confronti della tecnica medica, perché ormai c’è questo pensiero diffuso che la medicina risolva sempre tutto e non sono preparati al fallimento. Per questo la prima cosa che facciamo è fargli ritrovare il rispetto di se stessi, la serenità. Chiediamo di fermarsi e di ritrovarsi, di fare un percorso che li aiuti a distinguere tra fertilità biologica e fecondità, che invece è un concetto molto più ampio e apre a scoprire la vocazione della coppia stessa» (cit. in Emanuela Vinai, “Ascolto e accettazione: così si cura una coppia sterile”, Avvenire, 28 febbraio 2014). Su questa stessa linea di successi, l’articolo riporta poi altri interventi significativi e soprattutto spiega che il ramo più giovane tra i metodi naturali per la cura dell’infertilità è quello della naprotecnologia (“Tecnologia per la procreazione naturale”), ideata dal ginecologo e chirurgo americano Thomas Hilgers, direttore dell’Istituto Paolo VI per gli studi sulla riproduzione umana a Omaha, nel Nebraska. «La naprotecnologia si basa sul modello Creighton, cioè l’osservazione rigorosa e scientifica del funzionamento del ciclo femminile [...] L’interpretazione dei dati [...] aiuta a fornire la diagnosi delle cause dell’infertilità e, quindi, la terapia più appropriata per curarla che, a seconda dei casi, può essere farmacologica, chirurgica o endocrinologica. Il risultato finale è una percentuale di nati vivi fra il 50 e il 60% del totale delle coppie». Cosa fare allora? Lo Stato «dovrebbe promuovere e incentivare tali metodi con tutti i mezzi a sua disposizione – conclude la Perfori –, smettendola, una volta per tutte, di fare unicamente gli interessi (anche dal punto di vista legislativo) di pochi gruppi lobbistici che si arricchiscono sulla pelle delle persone e a discapito, appunto, del bene comune».

Claudia Cirami

Fonte:
Notizie ProVita, n. 42, Giugno 2016, pp. 19-21

 

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