In un clima culturale e politico che tende a banalizzare l’aborto come fosse una procedura ordinaria e “liberatoria”, Pro Vita & Famiglia Onlus ha lanciato una campagna di affissioni pubbliche in Emilia-Romagna, con un messaggio chiaro, forte e necessario: “RU486? Hai il diritto di saperlo”. Oltre 20 comuni, tra cui Bologna, Ravenna, Parma, Piacenza, Forlì, Rimini, Cesena, Modena, Ferrara, Faenza e molti altri, hanno visto comparire sui muri cittadini manifesti verità che invitano le donne – e la cittadinanza tutta – a riflettere sui rischi reali dell’aborto farmacologico con RU486, troppo spesso presentato dai media e da certe lobby ideologiche come un’opzione “semplice e sicura”. Al contrario, l’assunzione della RU486 può provocare emorragie gravi, infezioni pericolose, dolori intensi e conseguenze psicologiche devastanti.
La campagna è stata promossa in collaborazione con diverse realtà locali impegnate nella difesa della vita, tra cui il Movimento per la Vita (a Bologna, Ravenna e Lugo), l’Associazione Culturale San Michele Arcangelo, le Parrocchie ortodosse del Patriarcato di Mosca, le sezioni dell’Associazione Liberi in Veritate di Parma e Piacenza, e la Compagnia Giovanna d’Arco. Al centro della campagna c’è un’informazione chiara e verificabile, veicolata attraverso un QR Code presente sui manifesti, che rimanda a un approfondimento scientifico accessibile a tutti. L’obiettivo è duplice: restituire dignità e verità al dibattito sull’aborto e difendere la salute e la consapevolezza delle donne. Contestualmente, Pro Vita & Famiglia ha rilanciato la petizione popolare per chiedere l’annullamento delle direttive del 2020 emanate dall’ex ministro Speranza, che hanno autorizzato la somministrazione domiciliare della RU486 fino alla nona settimana di gravidanza, senza ricovero e senza monitoraggio medico. La petizione ha già superato le 34.000 firme, segno concreto di un’Italia che rifiuta l’ideologia e pretende verità e tutela della vita.
Censura politica e vandalismi
Tuttavia, come spesso accade quando si prova a smascherare le mistificazioni dell’ideologia dominante, anche questa campagna di affissioni ha subìto attacchi sistematici. In primo luogo, a Riccione, dove il sindaco di centrosinistra Daniela Angelini ha vietato la pubblicazione dei manifesti, bollando il contenuto come “fuorviante” e “allarmistico”. Una censura preventiva mascherata da tutela della dignità femminile, che in realtà ha finito per negare alle donne proprio quel diritto all’informazione che la campagna intendeva promuovere. Anche dopo una modifica concordata, con la sostituzione dell’espressione “danni psicologici” con “effetti collaterali”, il divieto è rimasto in piedi. Secondo il sindaco, il messaggio metterebbe a rischio “l’interesse pubblico” e alimenterebbe “paure ingiustificate”. Ma è davvero “paura infondata” quella di dover affrontare un aborto a casa da sole, tra dolori, emorragie e il rischio di vedere il corpo del proprio figlio espulso nel bagno?
Il paradosso è evidente: chi cerca di informare le donne viene censurato, mentre chi promuove l’aborto fai-da-te come fosse un analgesico da banco viene osannato. Ancora più grave quanto accaduto a Bologna, dove i manifesti sono stati regolarmente affissi ma subito vandalizzati con vernice rosa da ignoti che hanno coperto interamente il testo e il QR Code informativo. Un gesto simbolicamente violento, che ha lo scopo di oscurare la verità e impedire l’accesso a informazioni che potrebbero far aprire gli occhi a tante donne. Come ha dichiarato Maria Rachele Ruiu, portavoce di Pro Vita & Famiglia, «non stanno tappando la bocca a noi, ma stanno facendo un danno a tutte le donne ancora poco informate». La libertà di parola e il pluralismo sembrano non valere nulla quando a parlare è chi difende la vita nascente e la verità sui rischi dell’aborto. Ma questi atti di censura e vandalismo, seppur gravi, dimostrano che la campagna ha colpito nel segno: ha fatto emergere un disagio latente, ha sfidato l’omertà e ha dato voce a chi da troppo tempo viene ridotto al silenzio.
Le polemiche
Un’ondata di polemiche si è abbattuta sul consigliere regionale dell’Emilia-Romagna Priamo Bocchi, di Fratelli d’Italia, colpevole – secondo la sinistra – di aver usato parole “offensive” per descrivere una realtà cruda ma autentica. Durante l’Assemblea legislativa, Bocchi ha denunciato la pratica dell’aborto farmacologico a domicilio voluta dalla Regione Emilia-Romagna, affermando: «Alla donna si consente di abortire da sola nel bagno di casa, espellendo il feto e tirando lo sciacquone. Questa è la verità». Parole forti, certo. Ma anche parole che fotografano fedelmente ciò che accade, senza sconti, senza giri di parole. Bocchi ha voluto porre l’accento sul dramma reale, concreto, spesso taciuto, di ciò che significa per una donna vivere in solitudine la fase più dolorosa e umanamente complessa di un aborto.
La sinistra ha immediatamente gridato allo scandalo. Francesco Critelli del Partito Democratico ha parlato di “barbarie”, accusando il consigliere di mancanza di rispetto per le donne. La capogruppo di Alleanza Verdi-Sinistra, Simona Larghetti, ha definito le sue parole “una serie di bestialità offensive”. Ma chi davvero manca di rispetto alle donne? Chi racconta loro la verità oppure chi, in nome di un presunto diritto all’autodeterminazione, le lascia sole a espellere un bambino morto tra le mura domestiche, spesso senza sapere nemmeno cosa accadrà al loro corpo e alla loro psiche? Bocchi non è nuovo a dichiarazioni scomode. Già in passato aveva denunciato la crisi dell’identità maschile come uno dei fattori alla base della violenza domestica, citando studi sociologici internazionali. Ma le sue parole, anziché stimolare un confronto serio, vengono regolarmente strumentalizzate e deformate. È la solita tecnica: delegittimare chi denuncia la verità, anziché affrontare il merito delle questioni poste.
Il consigliere Bocchi ha solo detto la verità, ecco perché
Il punto più controverso e attaccato del discorso di Bocchi è in realtà quello più drammaticamente vero: sì, è possibile – e anzi frequente – che una donna, sottoposta ad aborto farmacologico con RU486 e misoprostolo, veda nel bagno di casa il corpo del proprio bambino espulso. Non si tratta di una metafora o di una semplificazione. Si tratta di un fatto medico, clinico, documentato. Quando l’aborto viene eseguito tra la 6ª e la 9ª settimana – come previsto dalla normativa vigente – il concepito ha già tratti umani chiaramente riconoscibili: il cuore batte, sono visibili gli abbozzi di arti, la testa, il tronco. A 8–9 settimane si distinguono manine, piedini, occhi e naso in formazione. Il piccolo corpo misura tra i 2 e i 3 centimetri. In questo stadio, la donna non espelle “solo tessuti”, come si vorrebbe far credere, ma un bambino in miniatura. E spesso lo vede. Da sola. In bagno.
Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, insieme ad altre ricerche ginecologiche autorevoli, descrive in modo dettagliato lo sviluppo fetale settimana per settimana, confermando la presenza di caratteristiche morfologiche evidenti già in epoche molto precoci. Non è un’opinione religiosa, non è un’opinione ideologica: è scienza. È la realtà che la propaganda abortista cerca di nascondere, banalizzando la RU486 come fosse una “pillola del giorno dopo”. Ma questa è una menzogna pericolosa. Le vecchie linee guida ministeriali del 2010 avevano ben chiaro il pericolo psicologico di questa esperienza e prevedevano infatti il ricovero ospedaliero proprio per gestire al meglio l’impatto fisico e mentale dell’aborto chimico. La circolare Speranza del 2020 ha spazzato via queste precauzioni per ragioni ideologiche, lasciando le donne sole, impreparate e non tutelate.
Raccontare tutto questo significa rispettare davvero le donne. Metterle di fronte alla verità, perché possano scegliere con consapevolezza e dignità. Non farlo significa ingannarle. Ed è per questo che Pro Vita & Famiglia continuerà a denunciare, informare, mobilitare. Perché ogni donna ha il diritto di sapere. E ogni bambino ha il diritto di vivere.