12/10/2021 di Manuela Antonacci

La storia di Susanna Bo e di suo marito. Quando la sofferenza non prende la strada “facile” dell’eutanasia

Un’importante testimonianza di vita, racchiusa in un libro dal titolo significativo, “La buona battaglia”, che racconta due mondi inizialmente agli antipodi, quelli incarnati da Luigi, ateo che amava la moda e frequentava le discoteche e Susanna, una ragazza con uno stile di vita e abitudini diverse, due mondi che finiscono per incontrarsi e mettere su famiglia e che una tremenda sofferenza finisce per riavvicinare, in un vissuto di fede comune ma anche rinnovata. Una storia vera, quella di Susanna Bo e di suo marito, che vuole descrivere il senso profondo della sofferenza, che però riesce ad andare al di là del dolore, senza scadere nella cultura dello scarto e della morte, come invece fa chi porta avanti le istanze dell’eutanasia.

 

Susanna, questo libro narra della tua vita, cosa ti ha spinto a parlarne?

«Sicuramente il bisogno che ho avuto nello scrivere questa storia è stato il fatto che, quando il protagonista della storia, mio marito, è morto, ho avuto il desiderio di farlo conoscere meglio alle sue figlie. All’epoca, quando è venuta a mancare, le nostre figlie avevano una quattro anni, l’altra due anni e mezzo e, insieme a questo desiderio, c’era anche la voglia di condividere un’esperienza di fede. Quando poi mi sono innamorata di Luigi, che era all’inizio della sua malattia che poi l’ha portato a morire a 33 anni, vivevo una situazione particolare con Dio, ovvero lo conoscevo per sentito dire ma non in modo profondo. Dopo l’aggravarsi delle condizioni di mio marito ho preso una scelta anche nel rapporto con Dio: o rifiutarlo o combatti e vai avanti».

Il tuo libro si intitola “La buona battaglia”. E’ la buona battaglia tua o di tuo marito o di entrambi e perché?

«Nel mio caso è stata una battaglia per dare un senso alla vita, alle cose. Ho sempre avuto un rapporto distaccato verso la vita e le persone. Ero un po’ sorda ma ho vissuto una vera e propria terapia d’urto. Nel caso di Luigi, con altre coordinate, lui ha vissuto qualcosa di simile. Per riassumere al massimo il messaggio del libro: io Dio non lo conoscevo ma poi Dio stesso me l’ha fatto sposare. Luigi per me è diventato come Cristo, per la sofferenza che ha avuto, è anche morto a 33 anni, proprio lui che inizialmente era ateo. La buona battaglia riprende il motto paolino “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”».

C’è un vissuto di sofferenza come senso pieno della vita, all’interno del libro, cosa diresti a chi considera la sofferenza inutile e propone di porre fine ad essa, con l’eutanasia?

«Racchiudere in poche parole certe cose è sempre difficile, ti rispondo con un episodio e un dialogo contenuto nel libro: ad un certo punto Luigi, all’ennesima volta che gli dicono di operarsi perché il tumore è ricresciuto (eravamo sposati da due mesi) mi dice che aveva intenzione di buttarsi dalla finestra. Io gli ho risposto che avrebbe potuto anche farlo, ma da uomo sposato avrebbe potuto anche avere la possibilità di mettere al mondo dei figli, una possibilità che gli sarebbe stata negata se si fosse davvero buttato dalla finestra. Lui non si è buttato dalla finestra e sono nati i nostri due figli. E’ vero che ci sono casi estremi che chiedono l’eutanasia, ma penso che di fronte alla sofferenza siamo tutti deboli e abbiamo bisogno di essere sostenuti. Mio marito, pur sapendo che non avrebbe mai visto crescere i propri figli, ha scelto ugualmente di non farla finita e oggi ci sono due persone di 17 e 16 anni che non ci sarebbero se avesse compiuto quel gesto estremo. Quando mi interrogano sull’argomento dell’eutanasia, posso solo parlare della nostra esperienza. Mio marito ha fatto un’operazione all’anno, eppure nel momento in cui stava per scegliere di compiere un gesto estremo, quando gli ho fatto notare che non era solo e che avrebbe trascinato anche me in quella tragedia, non lo ha più fatto».

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