05/12/2017

Fine vita: come reagisce il malato alla diagnosi

Un articolo di National Right to Life News, ci illumina sulla questione spinosa e tanto dibattuta del fine vita, prospettandoci la visione che di esso ne hanno, in molti casi, non opinionisti o attivisti qualunque ma quegli stessi pazienti d’ospedale verso cui si potrebbe legalmente procedere ad un trattamento volto a togliergli la vita.

Ebbene, a parlare del loro punto di vista è un’oncologa, la dottoressa Marion Harris, direttrice del Familial Cancer Center di Monash Health, che recentemente ha espresso le sue preoccupazioni sui pericoli dell’offerta di suicidio assistito ai pazienti.

La dottoressa si propone di condurci (mediante un itinerario concettuale basato sulla sua esperienza lavorativa) a considerare le difficoltà incontrate dai suoi pazienti, mostrando la testimonianza di quanti di loro hanno voluto rinunciare ad un certo punto della loro diagnosi, ma poi hanno perseverato.

Il momento più critico per il paziente è superare lo shock iniziale della diagnosi. Afferma che i  pazienti cercano la morte assistita quando viene detto loro che hanno un’aspettativa di vita limitata. Sono così afflitti da tali notizie, non riescono a immaginare con precisione ciò che avverrà e possono essere consumati dalla paura e dall’urgenza di riprendere il controllo della propria condizione.

Ma rileva anche che, una volta superato lo shock iniziale, una richiesta di morte è rara!

Spesso un paziente può scoraggiarsi trovandosi di fronte ai primi sintomi del disagio causato dalla malattia, ma di solito quando «una buona assistenza infermieristica è a portata di mano e il supporto psicologico è stato fornito, i pazienti non vogliono più che la loro morte sia accelerata».

Come giustamente considera la dottoressa, inoltre tutto il sentire emotivo dei pazienti si gioca sulla cura e sull’amore che ricevono dai propri cari e dal personale sanitario competente. È ovvio che per chi viene trascurato e fatto sentire un peso l’attaccamento alla vita diminuisce.

La più grande paura della dottoressa è che, se la possibilità di porre fine alla propria vita venisse normalizzata, i pazienti si sentirebbero quasi obbligati a togliere il disturbo. Eppure pare che gli sforzi delle leggi siano sempre più incentrati sull’eliminazione di “vite non degne” piuttosto che preoccuparsi di fornire ai pazienti in difficoltà un adeguato supporto emotivo e /o le cure palliative adeguate.

Nessuna persona (nelle pieno delle sue facoltà mentali) vorrebbe mai perdere la vita... è chi li fa sentire un peso che, di fatto, li induce al suicidio.

Luca Scalise


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