25/05/2022

ESCLUSIVA - Calum Miller: «Ecco come ho smascherato le falsità sugli aborti»

La difesa della vita ha nella scienza il suo alleato fondamentale. E la scienza si chiama medicina, quella che ha come vero, naturale e unico obiettivo proprio il salvaguardare i più deboli, i senza voce, gli indifesi. In prima linea dal punto di vista medico contro l’aborto c’è il dottor Calum Miller, accademico dell'Università di Oxford. Il medico e bioeticista, in uno studio pubblicato su Mdpi (un catalogo di riviste scientifiche che trattano diverse tematiche) e in un articolo sul Journal of Medical Ethics, ha voluto sottolineare la falsità della narrazione abortista, legata alle statistiche sugli aborti clandestini, falsità che hanno il fine unico di promuovere la legalizzazione dell’aborto. Pro Vita & Famiglia lo ha intervistato in esclusiva.

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Professor Miller, in un recente studio e in un articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics, lei ha evidenziato la falsità della narrativa pro-aborto in relazione alle statistiche sugli aborti clandestini, che hanno l’unico scopo di promuovere la legalizzazione dell’aborto. Potrebbe spiegare le ragioni che l’hanno indotto a realizzare questo studio?

«Cominciai ad interessarmi del tema un paio di anni fa perché mi resi conto che in molti paesi questo era l’argomento più potente in favore della legalizzazione dell’aborto. Nella maggior parte del mondo, la maggioranza della popolazione è pro-life, e non sarebbe favorevole alla legalizzazione dell’aborto come un diritto della donna, poiché esso viene visto come l’uccisione di un bambino. Tuttavia, i legislatori possono essere convinti a legalizzare l’aborto sulla base di considerazioni pragmatiche, argomentando che vietare l’aborto non ferma gli aborti ma semplicemente fa sì che le donne muoiano di aborto clandestino. Avevo notato che - con tutto il rispetto - i pro-life raramente analizzavano questo argomento nel dettaglio, opponendo ragioni di principio piuttosto che esaminando i dati empirici per verificare se l’affermazione corrispondesse effettivamente alla realtà. Più studiavo la questione e più mi rendevo conto che i dati non supportano questo argomento, anche a prescindere dai principi etici. Pertanto, cominciai a informarmi e a leggere sempre di più a riguardo e a pubblicare qualcosa sulla questione».

Lei ha affermato, per esempio, che in paesi come “Ruanda, Olanda e Etiopia, la mortalità materna da aborto è cresciuta dopo la legalizzazione. Al contrario, in paesi come Cile e Polonia, la mortalità continuò a diminuire anche dopo la criminalizzazione dell’aborto”. Potrebbe presentarci qualche dato preciso a riguardo?

«Certo. È importante segnalare che - quanto alla mortalità materna - non è facile distinguere tra aborto indotto (volontario) e aborto spontaneo, quindi le morti sono normalmente raggruppate. Tuttavia, dal momento che la mortalità materna da aborto spontaneo tende a essere stabile nel breve periodo, qualsiasi cambiamento improvviso nel tasso di mortalità normalmente riflette una variazione nel tasso di mortalità dovuta specificamente all’aborto volontario. In Ruanda, abbiamo dati in ordine alla proporzione di mortalità materna dovuta a diverse cause. Prima che l’aborto fosse legalizzato, circa il 3% della mortalità materna era dovuta all’aborto (sia volontario che spontaneo), una percentuale molto piccola. Ma quando l’aborto venne legalizzato, a metà del 2012, la percentuale aumentò al 5,7% e poi fino al 7,0% nel 2013, quando la legge era già pienamente operativa e in vigore per tutto l’anno. E questo nonostante le morti materne da aborto tendenzialmente diminuiscano con il tempo e siano più facili da prevenire rispetto ad altre tipologie di morti materne. In Olanda, la situazione è un po’ più complicata perché - come in molti altri paesi europei - l’accesso all’aborto indotto è cambiato gradualmente, non c’è stato un cambiamento drastico ed improvviso dal punto di vista legale. In Olanda, uno dei passaggi chiave che agevolò l’accesso all’aborto fu l’introduzione di commissioni universitarie che autorizzarono l’aborto nel 1967. Prima di questo momento, nel 1966, vi era stata soltanto una morte materna causata dall’aborto in tutto il paese. Ma nel 1967 ci furono 8, così pure nel 1968. Ci vollero diversi anni prima che i tassi di mortalità materna da aborto scendessero ai livelli di una volta. Ho recentemente pubblicato uno studio sul Ethiopian Medical Journal sulla mortalità da aborto in Etiopia, mostrando che non solo non è diminuita ma, anzi, forse è aumentata dopo la legalizzazione. È difficile pronunciarsi con certezza perché le stime delle morti da aborto in Etiopia risultano molto diverse da uno studio all’altro. Tuttavia, quello che sappiamo è che gli aborti illegali (clandestini) sono aumentati negli anni successivi alla legalizzazione dell’aborto, e che il numero di complicanze serie (non fatali) è incrementato in modo significativo. Questo risulta persino dalle ricerche del Guttmacher Institute, citate nel mio studio. In Cile, uno degli unici paesi ad aver proibito l’aborto di recente, la mortalità materna da aborto è diminuita di oltre il 90% tra il 1989, quando l’aborto venne proibito, e il 2007. E in Polonia, il numero di aborti e il tasso di mortalità materna diminuirono così drasticamente dopo la criminalizzazione del 1993 che ora la Polonia ha uno dei tassi più bassi di mortalità materna al mondo».

Possiamo quindi affermare che le lobby abortiste hanno diffuso false informazioni su questo tema. A suo parere, cosa si può fare per contrastare queste fake news?

«I pro-life dovrebbero sicuramente memorizzare alcuni dei fatti salienti, in modo da contrastare questo falso argomento con dati empirici. I pro-life troppo spesso concedono all’abortista la sua presentazione dei dati empirici, e rispondono che i bambini in grembo devono essere tutelati dalla legge a prescindere dalle conseguenze sulla mortalità materna. Ma i pro-life dovrebbero subito contestare i presunti dati empirici che gli vengono presentati, perché non corrispondono alla realtà. Dovrebbero far riferimento a quei paesi dove la legalizzazione dell’aborto ha peggiorato la situazione; dovrebbero, inoltre, presentare alcune storie concrete - per esempio, quella dell’attivista abortista che morì a causa di un aborto legale entro due mesi dalla legalizzazione dell’aborto in Argentina. Ognuna di queste donne è importante e le loro storie devono essere raccontate».

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Cosa può fare la comunità scientifica per fermare la disinformazione e informare il pubblico correttamente?

«Purtroppo la comunità scientifica è spesso vittima - come il resto della popolazione - dell'ideologia e della politica, e pertanto alcune parti della comunità scientifica stanno promuovendo questa disinformazione. Una cosa che gli studiosi, e tutti quanti, possono fare è identificare i meccanismi che permettano di accertare le responsabilità dei media e delle autorità mediche quando pubblicano disinformazione. Per esempio, nel Regno Unito, i giornali possono essere segnalati al Independent Press Standards Organisation se pubblicano contenuti dimostrabilmente falsi. È ciò che ho fatto quando The Telegraph pubblicò statistiche false sulla mortalità da aborto in Malawi, e l’articolo fu successivamente ritirato. Anche se la maggior parte degli organismi non possono essere formalmente denunciati, nella misura in cui pubblicano qualcosa su questo tema che sia palesemente falso, possono essere chiamati a rispondere davanti al pubblico e davanti ai parlamenti. E, naturalmente, dobbiamo contestare le false statistiche nella sfera pubblica e davanti ai nostri colleghi».

Un’ultima domanda. Qual è il vero scopo dietro la diffusione di tale disinformazione e false statistiche?

«Sappiamo che si tratta di un argomento apparentemente molto forte in favore della legalizzazione dell’aborto nei paesi dove la maggior parte della popolazione è pro-life, anche perché uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile è di ridurre la mortalità materna. Argomentare che il 50% delle morti materne sono dovute all’aborto insicuro e potrebbero essere prevenute legalizzando l’aborto, significa presentare ai paesi in via di sviluppo un modo agevole per raggiungere uno dei più importanti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, cioè per salvare la vita delle madri. Purtroppo, benché questa argomentazione riconosca implicitamente che le donne che abortiscono sono già madri, questa verità è nascosta da una serie di statistiche inventate o distorte. Pertanto, la nobile finalità di salvare la vita delle madri - le quali troppo spesso muoiono nelle parti del mondo in via di sviluppo - è dirottata dalla propaganda abortista, di modo che, invece di offrire a questi paesi mezzi per migliorare le cure ostetriche di emergenza, viene offerta soltanto l’opzione di uccidere il bambino. Stanno sfruttando in maniera inquietante una situazione tragica».




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Professor Miller, in a recent study and in an article published in the Journal of Medical Ethics, you wanted to underline the falsity of the abortionist narrative, linked to statistics on clandestine abortions, that had the sole purpose of promoting the legalization of abortion. Would you like to explain to us for what reasons you decided to write this study?

«I started looking into this area a few years ago because I realised that in many countries around, this was the single most powerful argument for legalising abortion. In most of the world, the majority of the population is pro-life, and will not agree to legalise abortion as a woman’s right, because they see that it is the killing of a child. But lawmakers can be convinced to legalise abortion on pragmatic grounds, because it is claimed that banning abortion doesn’t stop abortions, while it does cause women to die from backstreet abortions. I noticed that, with respect, pro-lifers had rarely looked at this argument in detail, making only principled arguments rather than carefully examining the empirical data to see if it is actually true. The more I looked into it, the more I found that the empirical data do not support this argument, even if it were ethically sound. So I read more and more about it and began to publish in this area.

You stated that for example in countries like "Rwanda, the Netherlands and Ethiopia, abortion mortality has increased after liberalization. On the contrary, in countries like Chile and Poland, abortion mortality continued to decline after abortion was criminalized". Could you give us the figures of this research?

«Of course. It is important to note we cannot easily differentiate induced abortion (usually called abortion) from spontaneous abortion (miscarriage), so these deaths are usually grouped together. But since deaths from spontaneous abortion normally stay similar in a very short period of time, any sudden changes in the total usually reflect changes in deaths from induced abortion specifically. In Rwanda, we have data on the proportion of maternal deaths due to various causes. In Rwanda, before abortion was legalised, around 3% of maternal deaths were due to abortion (induced and spontaneous), a very small percentage. But when abortion was legalised halfway through 2012, the proportion went up to 5.7%, and then up to 7.0% in 2013, when the law was fully operative for the whole year. This is despite abortion deaths being easier to prevent than other maternal deaths, and usually naturally decreasing over time. In the Netherlands, the situation is a bit more complicated because, as in many European countries, abortion access changed gradually rather than a sudden legal shift. In the Netherlands, one of the key landmarks expanding legal abortion enormously was the introduction of university committees authorising abortion in 1967. Before this, in 1966, only one maternal death due to abortion occurred in the whole country. But in 1967, there were 8, as in 1968. It took a number of years for abortion deaths to fall back down to earlier levels. I recently published a paper in the Ethiopian Medical Journal on abortion mortality in Ethiopia and how this has not declined, and may have increased since legalisation. It is hard to say for sure since estimates of abortion deaths in Ethiopia vary a lot between studies. But what we do know is that illegal abortions increased in the years following the legalisation of abortion, and that severe morbidity – non-fatal severe complications – increased significantly. This is shown by the Guttmacher Institute’s own research, cited in my paper. In Chile, one of the only countries to prohibit abortion in recent years, the abortion mortality ratio decreased by over 90% between 1989, when abortion was prohibited, and 2007. And in Poland, abortion and maternal deaths fell so much after prohibition in 1993 that Poland now has the lowest maternal mortality ratio in the entire world».

We can therefore say that the abortionist lobbies have spread false information on this topic. In your opinion, what can be done to counteract this fake news?

«Pro-lifers should definitely learn some of the key facts so that they can counter-act this argument with empirical data. Pro-lifers often concede the empirical points and reply that unborn babies need legal protection despite the consequences for maternal mortality. But they should also be quick to challenge the empirical points in the first place, which are not based on the actual evidence. They need to highlight particular countries where legalising abortion has made things worse, and highlight the human stories – for example, the abortion activist who died from a legal abortion within months of abortion being legalised in Argentina. These women matter and their stories need to be told».

What can the scientific community do to stop the spread of this misinformation and to correctly inform everyone?

«Unfortunately, the scientific community is often just as political and ideological as everyone else, so some parts of the scientific community are actively promoting this misinformation. One thing that they – and everyone else – can do is identify mechanisms for holding the media and medical authorities accountable for publishing misinformation. For example, in the UK newspapers can be reported to the Independent Press Standards Organisation if they publish demonstrably inaccurate material. I did so when The Telegraph published fake statistics about abortion deaths in Malawi, and the article was eventually retracted. Although most bodies are not accountable to anyone, because some things they publish about this topic are so demonstrably false, they can still be held accountable to the public and to parliaments. And of course, we need to challenge these statistics in the public sphere and with our colleagues as well».

One last question. What is the real purpose behind the use of such false misinformation and such inflated statistics?

«We know that this is a very powerful argument for legalising abortion in countries where most people are pro-life, not least because one of the Sustainable Development Goals is to reduce maternal mortality. If you can convince people that 50% of maternal deaths are due to unsafe abortion, and these can be prevented by legalising abortion, it provides developing countries with a very easy way to reach one of their most important development goals – saving the lives of mothers. Unfortunately, although this implicitly recognises the truth that women having abortions are already mothers, it is cloaked with all sorts of invented or misrepresented statistics. In this way the noble goal of saving the lives of mothers, who all too often die in the developing world, is hijacked by abortion propagandists so that, instead of offering these countries improved resources for emergency obstetric care, they are merely offered the option to kill their child. It is a very sinister exploitation of a tragic situation».

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