05/07/2022 di Manuela Antonacci

«Ero in coma ma volevo gridare che ero viva. Ora, da biologa, dico no alla deriva eutanasica»

Avere vent’anni, essere in coma e voler vivere. Questo è quanto capitato a Sara Virgilio, quando nel 1994 diventò una “vittima della strada”, a Salerno, venendo letteralmente falciata sulle strisce pedonali, da un pirata della strada. Un impatto violento, in seguito al quale entrò in coma. Trasportata in eliambulanza da Salerno al Policlinico Gemelli di Roma, il caso clinico fu trattato secondo protocollo. Un’esperienza, la sua, che l’ha portata ad opporsi, con decisione, al testamento biologico e alla cultura dello scarto, rappresentata oggi anche dal ddl Bazoli. Oggi Sara è perfettamente guarita ed è anche una persona realizzata grazie al suo lavoro di biologa.

Sara, tu hai detto più volte che la condizione di coma è difficile da spiegare, però questo ti ha spinto a dire no al testamento biologico.

«Quando una persona è in coma, esternamente non si muove, è ferma, ma in realtà ha la percezione di quello che le accade intorno. Nel mio caso ho dei frammenti di ricordi che potrei definire momenti di lucidità: ricordo quando mia madre mi diceva che erano arrivati i miei amici a farmi visita. Inoltre la mia sensazione era quella di voler dire all’esterno: “Io ci sono”, ma non potevo. Il paziente non è nelle condizioni di esprimere le sue volontà, per questo sono assolutamente contraria al testamento biologico».

Hai raccontato che i medici mentre eri in coma avrebbero detto «E’ inutile, per lei non c’è niente da fare». Che effetto ti ha fatto?

«I medici non avevano dato speranza: io ero una politraumatizzata, oltre all’emorragia cerebrale avevo un’emorragia polmonare, la parte destra era completamente fratturata, poi avevo avuto anche la perforazione dei polmoni. Si sono sicuramente impegnati per salvarmi la vita, ma anche quando fui trasportata da Salerno al Gemelli, anche lì mi diedero scarse speranze. Quando sentii quella frase avrei voluto gridare che io c’ero, che ero viva, che sentivo. Mia madre, ad esempio, notava che io in qualche modo ero presente, mi muovevo impercettibilmente. I medici non le credevano. Capisco la posizione di prudenza dei medici, tuttavia la vita va rispettata e per me era vita anche quella: io c’ero e volevo esserci. Se avessi firmato il testamento biologico per me sarebbe stata la fine, non avrei avuto modo di comunicare un eventuale ripensamento. Una volta uscita dal coma, comunque, per me non è stato facile, ho dovuto lottare per sopravvivere».

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Cosa hai dovuto affrontare?

«Ho perso un rene, ho avuto diversi interventi per l’endometriosi, diverse ischemie che per fortuna hanno preso un’area muta del cervello, per cui non ho riportato dei danni. La questione è che non si può decidere per un’altra persona, perché la vita va rispettata. Io oggi sono laureata in biologia e lavoro. Se avessero staccato le macchine avrei dovuto rinunciare a tutto questo. Purtroppo oggi non si comprende che il camice bianco è un tramite che serve per aiutare il paziente a guarire. E’ chiaro che ci sono situazioni che vanno valutate accuratamente, ma non si può decidere al posto di qualcun altro staccandogli la spina. L’idratazione e il mangiare non si possono negare, ad esempio, perché sono atti naturali, ben lontani dall’accanimento terapeutico»

La risposta che lo Stato sembra voler dare alla sofferenza, oggi, col ddl Bazoli  è invece quella di spingere verso la morte, relativizzando il valore della vita…

«Esatto, ed è assurdo. Non si può concepire la vita solo in maniera utilitaristica: se produco vado bene, ma se diventi un peso per lo Stato, devi essere invogliato a morire. Una volta mi dissero: “Non sarebbe stato meglio se non fossi mai nata, così non avresti vissuto tutta questa sofferenza?”. Ma se io non fossi mai nata sarei stata il nulla. Essere invogliati a morire non è così idilliaco come vogliono farci credere, è qualcosa di terribile. Semmai dovremmo fare in modo di creare delle strutture dove i malati gravi sono accaduti, creando, così, anche nuovi posti di lavoro, con personale disposto a stare accanto a questi pazienti. Ci sarebbe molta meno volontà di morire, perché, invece, oggi, il malato è abbandonato a sé stesso».

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