16/11/2020 di Luca Marcolivio

Corsi su Lgbt per i giornalisti. Rauti (FdI): «Ecco la nostra interrogazione parlamentare per Conte»

In merito al finanziamento governativo di corsi di “rieducazione linguistica” rivolti ai giornalisti, l’opposizione sta prendendo le contromisure. Tre senatori di centrodestra – Lucio Malan (FI), Simone Pillon (Lega) e Isabella Rauti (FdI) – hanno presentato un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per avere chiarimenti riguardo a quella che è ritenuta l’ennesima operazione di indottrinamento gender. Sull’argomento, Pro Vita & Famiglia ha raccolto il commento della senatrice Rauti.

 

La presidenza del Consiglio dei Ministri ha stanziato 78mila euro per corsi di formazione per giornalisti in merito all’adozione di un linguaggio “politicamente corretto” su temi come omosessualità, immigrazione, ecc. In prima battuta, come definirebbe questa iniziativa?

«È evidente che questa iniziativa proviene dalla precisa volontà di indottrinare i giornalisti al politicamente corretto nella scrittura, che dovrebbe corrispondere al politicamente corretto nella mentalità corrente. È evidentemente una forte volontà non di insegnare a parlare e a scrivere ai giornalisti (mi auguro lo sappiano già fare) ma, più che altro, di indottrinarli e insegnare loro cosa scrivere e cosa non scrivere: il che significa scrivere sotto dettatura. Questo nasce da una più generale volontà di indottrinare tutti coloro che comunicano, come d’altro canto, in base a quanto previsto dal ddl Zan, si vuole indottrinare i bambini attraverso l’educazione gender a scuola. Quindi, sostanzialmente, siamo di fronte a grandi forme di indottrinamento forzato e di imposizione non solo di un pensiero unico ma, a questo punto, anche di un linguaggio unico, per evitare che un linguaggio diverso venga tacciato di essere discriminatorio o corrispondente a stereotipi o pregiudizi che, dopo l’approvazione del ddl Zan, avrebbero un rilievo penale».

In considerazione dello scenario pandemico attuale e delle notevoli spese che il governo sta affrontando in questi mesi, che valore assume un provvedimento del genere?

«Trovo scandaloso che in un momento di pandemia e di gravissima crisi sanitaria ed economica, per la quale il governo dichiara di stanziare fondi di ristoro, si reperiscano fondi importanti, che raggiungono quasi i 78mila euro, per finanziare corsi di questo genere. Faccio notare che i 5 miliardi previsti nel Decreto ristori sono assolutamente insufficienti per le esigenze sociali ed economiche attuali. Eppure, in questa situazione di carenza di fondi, per cui si parla anche di un ulteriore scostamento di bilancio oltre quelli già autorizzati, sono stati trovati 78mila euro da stanziare per questi corsi e convegni. Ciò dimostra che tra le preoccupazioni del governo, al primo posto non ci sono la salute dei cittadini, il lavoro o la crisi economica ma evidentemente si dà la priorità a questi temi. Lo dimostra anche il fatto che il governo in carica abbia ritenuto prioritario accelerare i tempi di approvazione alla Camera per il ddl Zan, che ora arriverà al Senato. È stata considerata una priorità nazionale, quando io ritengo che la vera priorità nazionale siano gli aspetti socio-sanitari ed economici e – mi permetto di dire – anche il benessere psicologico degli italiani, fortemente provati dalla lunga pandemia e da questo senso di precarietà generale dell’esistenza».

Ritiene che iniziative come quella finanziata da Palazzo Chigi vadano a compromettere o condizionare la libertà d’espressione?

«Iniziative come quella finanziata da Palazzo Chigi, con i suoi corsi di indottrinamento ai giornalisti ma anche con quelli previsti, relativi ai due convegni, tutti finalizzati a una sorta di rieducazione mediatica per il rispetto del politicamente corretto, figlio del pensiero unico, evidentemente compromettono o comunque condizionano la libertà di espressione. La domanda di fondo è se sia giusto imporre una serie di definizioni e un elenco di definizioni “proscritte”, quindi proibite, facendolo, tra l’altro, attraverso un finanziamento pubblico. Credo questo processo sia anche lesivo della libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Fermo restando che le espressioni da usare non debbano né istigare alla violenza, né offendere, penso si debba conservare la libertà di opinione e di espressione e, ad esempio, poter dire che un bambino ha un diritto a un padre e a una madre, senza per questo incorrere in uno dei meccanismi penali previsti con l’approvazione del ddl Zan. Né penso che si possa condannare qualcuno se usa le espressioni “tolleranza” o “accettazione”: tutte parole che mi sembra siano state messe all’indice e che rientrano tra quelle che le associazioni lgbt indicano come espressioni discriminatorie e offensive».

In conclusione, a suo avviso, come dovrebbe agire l’opposizione di fronte a tali misure? A riguardo, avete in mente interrogazioni parlamentari o strumenti analoghi?

«L’opposizione dovrebbe agire e reagire con tutti gli strumenti parlamentari a disposizione. Alcuni di noi già lo stanno facendo: assieme ai colleghi Lucio Malan (FI), primo firmatario, e Simone Pillon (Lega), secondo firmatario, ho appena presentato un’interrogazione rivolta direttamente al presidente del Consiglio, proprio in relazione ai corsi di formazione e ai seminari destinati ai giornalisti per evitare l’utilizzo discriminatorio etnico, razziale e sessuale, secondo la dicitura riferita dagli organi di stampa. Abbiamo analizzato i punti controversi di questo progetto e del relativo finanziamento e abbiamo interrogato il presidente del Consiglio per sapere cosa si dovrebbe insegnare ai giornalisti, associando ai corsi che sono previsti per loro, i corsi promossi dalle associazioni lgbt, per insegnare loro come dovrebbero o non dovrebbero esprimersi. Chiediamo poi al presidente del Consiglio se ritiene giusto che si possano imporre limiti e bavagli alla libertà d’espressione garantita dalla Costituzione e quindi anche alla libertà d’opinione e infine se ritiene accettabile finanziare con denaro pubblico dei corsi come quelli in oggetto, che sono basati su presupposti contrari alla Costituzione, in particolare agli articoli 7, 8, 19 e 20. L’interrogazione dell’opposizione è stata appena presentata. Ci auguriamo arrivi una risposta che forse potrà non esserci in quanto questo aspetto del finanziamento rientra in un processo molto più ampio e articolato che investe vari settori e che va sotto l’unica etichetta di ideologia gender e di offensiva gender».

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