21/06/2022 di Luca Marcolivio

Caso “Cloe”. Assessore Donazzan: «Io minacciata dagli Lgbt, che non hanno mai aiutato l’insegnante»

Non si placano in Veneto le polemiche intorno al suicidio di Luca Bianco, l’insegnante di Belluno, che fece outing sette anni fa, presentandosi in aula vestito da donna e chiedendo, da quel momento in poi, di essere chiamato “Cloe”. A seguito delle proteste dei genitori e di una lettera inviata dal padre di un alunno all’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, il professor Bianco fu demansionato e, in seguito, perse il lavoro. La scorsa settimana, il tragico gesto dell’insegnante transgender, che si è dato fuoco nel camper dove da qualche tempo viveva.

La comunità LGBT+ considera l’assessore Donazzan – tuttora in carica – come la responsabile morale del suicidio di “Cloe”. La rabbia arcobaleno ha raggiunto il suo apice dopo che l’assessore aveva commentato la vicenda, ribadendo che Bianco rimaneva comunque un «uomo vestito da donna». La Donazzan ha subìto minacce di morte e insulti di ogni tipo sui social, tuttavia, parlando con Pro Vita & Famiglia, ha ribadito la convinzione già espressa: Luca Bianco è stato abbandonato dagli stessi attivisti LGBT+, che ora stanno soltanto strumentalizzando la sua tragica morte.

Assessore Donazzan, lei è stata pesantemente attaccata per le sue parole sul caso di Luca Bianco. Rimane convinta sulle sue posizioni?

«Certamente. È stata fatta una speculazione vergognosa e squalificante da parte di una minoranza del movimento LGBT+, i cui rappresentanti nemmeno si sono chiesti che responsabilità hanno avuto in questa storia. Loro hanno lasciato sola questa persona, dopo averla strumentalizzata sette anni fa, dicendo che il suo era stato un atto di coraggio, quando invece fu più che altro una provocazione. Anche dopo la sua morte, hanno continuato a usare il nome di Luca Bianco per i loro scopi ideologici, senza mai averlo veramente aiutato. Il movimento LGBT+ diffonde messaggi per accendere, su questi casi, ogni forma d’attenzione, anche la più morbosa e violenta, senza rendersi conto che, dall’altra parte, vi sono persone con gravissime problematiche, psicologiche, sociali e relazionali».

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C’è stata davvero dell’omofobia intorno a questo caso?

«Non credo che in Italia esista un problema di omofobia. Credo, piuttosto, che esista un problema di razzismo da parte di questi movimenti nei confronti di chi, come me, come i movimenti pro-vita o come certi partiti politici, ritiene non condivisibili il loro modo di fare e di pensare. In più, c’è un’istigazione all’odio molto violenta, portata avanti da una minoranza di questo movimento: lo riscontro nei social, lo vedo contro personalità come Giorgia Meloni, Toni Brandi o Carlo Giovanardi. Nel mio caso, ho ricevuto le minacce più turpi, mi hanno augurato malattie e morte. Questa è istigazione all’odio. Qualche commentatore mi attribuisce la responsabilità morale di quel suicidio».

Lei come replica a queste accuse?

«Io dico che i responsabili morali di quel suicidio sono coloro che l’hanno strumentalizzato. Presentarsi una mattina in una classe di alunni adolescenti, con una parrucca, un seno finto, una minigonna e i tacchi a spillo, dicendo: “da oggi chiamatemi Cloe”, non significa avere il coraggio di “fare outing”. Se sei un professore, hai rispetto per la tua scuola. I fatti privati andrebbero tenuti riservati, non sarebbe nemmeno opportuno che un’insegnante dicesse agli alunni: “Sono eterosessuale e ora vi racconto cosa faccio con mio marito o con il mio fidanzato”. Non dovrebbe, in realtà, nemmeno dire cose del tipo: “Ho un mutuo sulla casa e sono disperato”. Non possiamo ordinare ai ragazzi di vestirsi sobriamente in classe, non scoprendosi l’ombelico, e poi avere con loro un altro atteggiamento. In questo caso, si manca di rispetto alla scuola come istituzione. Nel caso di Bianco, fu una provocazione, non un’“affermazione di sé”, che sarebbe comunque stata inopportuna davanti a una classe di adolescenti».

Perché, a suo avviso, si sono accaniti contro di Lei?

«Perché colpendo me, colpiscono un partito, Fratelli d’Italia, e un suo rappresentante che ha avuto il coraggio di non chiedere scusa. Io non ho nulla di cui dovermi scusare. Ho solo difeso la scuola. A me il professor Bianco non ha mai chiesto spiegazioni per nulla. Ma non ha nemmeno mai chiesto aiuto alla comunità LGBTQ+. Possibile quindi che, dopo sette anni, sarei io l’unico trauma nella vita di questa povera persona nella cui vita c’era tanta solitudine e sofferenza? Davvero non si vergognano tutti quelli che hanno usato Luca Bianco come bandiera per i loro scopi politici?».

Per concludere, sul piano strettamente umano, cosa l’ha più colpita di questa tragica storia?

«Mi sconvolge sempre quando qualcuno si toglie la vita. Non cerco colpe nei suicidi, cerco le ragioni che sono alla base di tanta solitudine. Da cristiana, ritengo che tante persone si sentano sole perché sono senza Dio. Mi rattrista molto ma è una riflessione che faccio sempre».

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