18/02/2019

Aborto sotto scacco? La vita innocente lo è da 40 anni

Il 9 febbraio è apparso su La 27ma Ora del Corriere un articolo dal titolo L’aborto è sotto scacco in mezza Europa. E le donne non lo sanno, a firma di Sabina Pignataro. Il pezzo si fonda sui dati riportati dal documentario Aborto – Le Nuove Crociate (titolo originale Avortement – Les Croisés Contre Attaquent) prodotto dalla rete televisiva franco-tedesca Arté nel 2017, opera delle registe Alexandra Jousset e Andrea Rawlins-Gaston; e ancora dal libro appena pubblicato Se il mondo torna uomo. Le donne e la regressione in Europa, di Lidia Cirillo. Il senso dell’articolo è che «il diritto all’aborto sta subendo un’offensiva coordinata in tutta Europa» (sic!). Domanda: perché parlare di offensiva, quando la controparte non vuole far altro che difendere? Nella fattispecie difendere la vita innocente degli esseri umani nel grembo materno.

È evidente: difendere il diritto alla vita del nascituro equivale a offendere il diritto all’aborto della madre. E torniamo alla solita solfa dell’autodeterminazione, dell’utero “mio” e compagnia cantante. «I partiti antiabortisti – spiegano le registe nel documentario citato– sono tornati in guerra e tutto accade come se la società non se ne fosse ancora accorta. A interessare i nuovi crociati non è più la tomba di Cristo, ma i sepolcri degli embrioni abortiti». Si riferiscono qui ai cimiteri dedicati ai bambini mai nati (che medievalata!), denunciando l’episodio accaduto a una donna che abortì per una trisomia nel 2008 e che cinque anni dopo fu contattata da un funzionario del cimitero perché erano scadute le concessioni del loculo che conteneva i resti di suo figlio.

Si è trattato di un caso, sembrano voler dire, ma normalmente tutto ciò avviene «senza che la donna venga a conoscenza dell’esistenza di una tomba che rimane come presenza, come traccia, di quell’evento. In barba al diritto di libertà di scelta dei cittadini e della laicità dell’istituzione comune». Cosa c’entri la laicità dello Stato con il costume di seppellire i morti, sarebbe interessante scoprirlo; esattamente come il collegamento tra «l’esistenza di una tomba che rimane come presenza» e «la libertà di scelta dei cittadini». Cosa c’entra è presto detto: abortire è uccidere, e uccidere lascia inevitabilmente un senso di colpa nella coscienza; figuriamoci se a uccidere è la madre e la vittima è il figlio… È normale, allora, che una tomba «che rimane come traccia di quell’evento» dà fastidio; perché le élites culturali della società in cui viviamo non sopportano che si chiamino le cose col loro nome.

Eppure, che “abortire è uccidere” lo riconosceva anche Natalia Ginzburg, giudicando «ipocrita» la negazione del fatto; e aggiungeva che «il diritto di abortire deve essere l’unico diritto di uccidere che la gente deve chiedere alla legge» (Corriere della Sera del 7/2/1975). La maggioranza, però, non ha mai tollerato la cruda verità, perciò è stata inventata la neolingua. Noi, invece, continueremo a gridarlo dai tetti, noncuranti delle accuse di “terrorismo” psicologico nei confronti delle donne. La verità fa male solo a chi ama la menzogna, e siamo tornati ai tempi in cui, come disse una grande donna, «a forza di silenzio il mondo è marcito».

Vincenzo Gubitosi

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