25/06/2018

Aborto ai tempi dell’«autodeterminazione»

La dolorosa vicenda di Letizia, a Vicenza, rientra purtroppo in una tragica normalità: le donne che “scelgono” liberamente l’aborto sono solo nella fantasia degli slogan femministi.

L’aborto non è mai una scelta: è una “necessità”, indotta dalle circostanze, oppure dalle persone e dalle istituzioni che ruotano intorno alla donna incinta in difficoltà.

Ogni giorno, da quando si è saputa la storia di Letizia, su questo portale abbiamo narrato una vicenda con lo stesso orribile comune denominatore: SusannaGiuliaRossanaLiljanaElena e Camilla, AnnaSara e Valeria sono solo la punta di un iceberg di istigazioni, costrizioni, ricatti morali – a volte anche ricatti materiali e vere e proprie minacce. E non abbiamo volutamente preso in considerazione i fatti di cronaca che raramente prendono le prime pagine dei giornali (come la storia della ragazza pakistana di Verona, Farah), ma che avvengono continuamente (da ultimo, un fattaccio di questi è accaduto in Versilia).

Ripeto: non prendiamo in considerazione gli episodi di costrizione violenta e di procurato aborto, che pure esistono e sono fatti gravissimi. In questi casi c’è una palese violazione di legge e la giustizia più o meno segue il suo corso.

Quelli che abbiamo voluto, e vogliamo, denunciare sono gli infiniti episodi in cui – come sembra nel caso di Vicenza, per lo meno a sentire la versione dell’ospedale – non c’è formalmente alcuna violazione di legge. Ma sostanzialmente una donna incinta in difficoltà si trova di fronte a una “non scelta” perché le fanno vedere l’aborto come l’unica possibilità per risolvere i suoi problemi.

Le donne sono di fatto costrette all’aborto da persone o da strutture sociali che non violano formalmente alcuna legge.

I parenti, il partner

A volte la “costrizione” viene da genitori, fidanzato, marito, amici... persone che spesso credono di fare il bene della malcapitata. Persone che hanno subito  il lavaggio del cervello della cultura della morte, che è riuscita, con la legalizzazione, a banalizzare l’aborto e a negare le conseguenze – anche tragiche – che esso può avere per la madre.

I datori di lavoro, i servizi sociali, i medici

A volte la “costrizione” viene dal contesto sociale: datori di lavoro, servizi sociali, operatori sanitari (anche medici), che per motivi economici e di convenienza mettono la malcapitata davanti all’unica strada percorribile: l’aborto per conservare il lavoro, il sussidio, per non dover rischiare di “mettere al mondo un infelice”.

E su questo ultimo punto bisognerebbe riaprire il discorso sull’aborto eugenetico e sulla sua diffusione: l’eliminazione dei bambini “difettosi” è ingiustificabile comunque. Ma sovente risulta addirittura inutile perché la diagnosi è superficiale e non tiene conto delle concrete possibilità di guarigione del bambino, anche prima della nascita. Ne abbiamo parlato già e ne riparleremo, ma non è questa la sede. Ribadiamo qui che non è giusto che una madre – per salvare anche se stessa – debba contare solo sulla “fortuna” di incontrare medici responsabili e preparati, o volontari prolife che le offrano valide alternative all’aborto.

Chi non l’avesse ancora fatto, legga le testimonianze che abbiamo pubblicato.

...alla faccia dell’«autodeterminazione»...

Di questi tempi non sentiamo altro che parlare di “autodeterminazione” e di “libertà di scelta” come si trattasse di totem intangibili. Chiacchiere. Propaganda. Fumo negli occhi.

... a vantaggio di coloro che fanno soldi sulla pelle delle donne

È come quando si dice che le donne “scelgono” liberamente la prostituzione, o di vendere gli ovuli, o di dare l’utero in affitto: bugie. Andiamo a vedere le testimonianze di quelle che ci sono passate: gente ingannata e quasi sempre costretta dal bisogno.

E quelli che si approfittano davvero delle donne (dalle case farmaceutiche, alle “fabbriche di bambini”, all’industria del porno...) godono dell’immunità data loro dai grandi media, dagli intellettuali che fanno tendenza, dagli opinion makers al servizio della propaganda mortifera che ci avvelena da decenni.

Francesca Romana Poleggi

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