27/10/2026 di Francesca Romana Poleggi

Wi-Fi, schermi e bambini: l’America riapre il dossier. E noi?

Negli Stati Uniti il Dipartimento della Salute (HHS) ha aperto una consultazione pubblica sui possibili effetti sanitari delle radiofrequenze emesse da cellulari, Wi-Fi, 5G e dispositivi indossabili.

Negli Stati Uniti il Dipartimento della Salute (HHS) guidato da Robert F. Kennedy Jr. ha aperto una consultazione pubblica sui possibili effetti sanitari delle radiofrequenze emesse da cellulari, Wi-Fi, 5G e dispositivi indossabili. Tra i contributi inviati entro la scadenza del 21 ottobre c’è stato quello dell’associazione italiana AMICA, che chiede limiti di esposizione più prudenti, ricerca indipendente dall’industria e collegamenti via cavo negli ambienti frequentati dai più vulnerabili (per esempio nelle scuole).

Le radiofrequenze possono far male

Sul piano scientifico, la IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica le radiofrequenze come «possibilmente cancerogene» (gruppo 2B), mentre le principali revisioni di OMS e ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection) ritengono improbabili danni se si rispettano i limiti attuali. Ma il fatto  che Washington abbia ripreso in esame la questione vuol dire che sarà forse il caso di indagare più a fondo, o quanto meno di assumere un atteggiamento più prudente sull'uso ormai in voga di tenere cellulari e modem accesi 24 ore al giorno, in casa, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. 

Gli schermi fanno davvero male

Ma se sulla pericolosità delle onde il dibattito è aperto, e la tesi non allarmistica è maggioritaria,  i pericoli e i danni dell'iperdigitalizzazione sono ormai noti e non dovrebbero essere trascurati: sonno ridotto, attenzione frammentata, lettura in calo, ansia e dipendenza dai social. Problemi che affliggono principalmente i soggetti in età evolutiva, ma che riguardano anche gli adulti. In molte scuole, poi, il tablet ha preso il posto del quaderno e del libro e la «didattica digitale» viene presentata come innovazione in sé positiva, senza chiedersi se faccia davvero imparare di più (si legga in proposito Notizie Pro Vita & Famiglia di settembre: qui l'anteprima). E infatti, recentemente il ministro Valditara ha vietato lo smartphone in classe, la Svezia ha riportato i libri di carta nelle aule dopo anni di digitalizzazione spinta, seguita da altri Paesi del nord Europa: non per nostalgia del passato, ma perché i risultati non arrivavano.

Sviluppare il cervello prima di usare la tecnologia

Non possiamo e non vogliamo tornare all’età della pietra. Bisogna però prendere coscienza dei pericoli connessi all'iperdigitalizzazione della nostra società. Gli adulti devono imparare a governare il digitale ( e non è cosa semplice), i ragazzini devono sviluppare le loro competenze naturali, prima di consegnare il cervello alla IA di turno. Banalmente: se usano la calcolatrice troppo presto non saranno mai in grado di fare le quattro operazioni. Allo stesso modo, anzi peggio, le capacità di scrittura, lettura, analisi e sintesi dei testi possono essere gravemente e definitivamente compromesse se il cervello non viene esercitato adeguatamente durante gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza. Il principio di precauzione che AMICA invoca per le radiofrequenze vale a maggior ragione per lo sviluppo dei bambini: più carta e penna nei primi anni, connessioni via cavo dove possibile, niente smartphone personale prima della maggiore età (esiste qualche genitore che ci prova e ci riesce!).

E soprattutto, che le scelte educative siano nelle mani dei genitori, primi responsabili della crescita dei figli, e non in quelle dei colossi tech.

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