Con la vicenda della cosiddetta «Famiglia nel Bosco» sta andando in scena forse una delle peggiori figure deontologiche della stampa, almeno per quanto riguarda il rispetto dei minori. Basti pensare, tanto per fare un esempio e citare l'ultimo avvenimento, al fatto che lo sciacallaggio mediatico ha quasi impedito a genitori e figli di incontrarsi, anche solo per alcune ore, con la riservatezza e privacy peculiari che dovrebbero caratterizzare ogni situazione delicata in cui sono in gioco in special modo i diritti dei bambini. È infatti quello che è accaduto martedì scorso, 15 settembre, quando la folla di telecamere e report ha contribuito a far sì che fosse spostato di luogo l'incontro tra Nathan e Catherine Trevallion e i loro tre figli.
La folla di giornalisti
Martedì scorso, infatti, alle 17 papà Nathan e mamma Catherine erano pronti a incontrare finalmente i loro tre figli nella nuova casa di Palmoli. Purtroppo però tale ricongiungimento è saltato ed è stato spostato in altra sede perché – a detta delle due assistenti sociali inviate per il sopralluogo poco prima dello stesso incontro – non vi sarebbero state le condizioni di privacy necessarie per i tre bambini, a causa della presenza di una trentina di giornalisti. Pur avendo fatto transennare l'area proprio per mantenere giornalisti e curiosi a una distanza di 100 metri dalla casa, la misura disposta dal sindaco di Palmoli si è rivelata insufficiente a tutelare il best interest dei minori coinvolti.
La deontologia professionale tradita
Eppure la Carta di Treviso – approvata nel 1990 da Ordine dei Giornalisti e FNSI, d'intesa con Telefono Azzurro, allo scopo di tutelare i minori coinvolti in fatti di cronaca e dal 2025 integrata nel codice deontologico dei giornalisti – all'articolo 12 del nuovo codice prescrive che il giornalista, nelle vicende che coinvolgono minorenni come protagonisti, vittime o testimoni, debba «aver cura di evitare sensazionalismi», oltre a non diffondere dati personali o elementi che possano anche indirettamente consentirne l'identificazione. Nel caso di specie, gli occhi indiscreti di telecamere e fotoreporter erano lì proprio per poter documentare in maniera sensazionalistica tale incontro, sebbene fosse stata preventivamente richiesta dall'avvocato Simone Pillon – legale difensore dei genitori – la massima discrezione. E invece i giornalisti hanno contribuito, con il loro modus operandi in barba a ogni principio deontologico sul piano professionale, allo spostamento di sede dell'iniziativa disposta per l'incontro così atteso tra Nathan, Catherine e i loro figli. «La tutela dei minori è finita all'ultimo posto», ha tuonato in proposito lo stesso sindaco di Palmoli Giuseppe Masciulli, definendo «pretestuose» le motivazioni degli assistenti sociali che hanno ritenuto «insufficienti» le misure di sicurezza adottate. Certo, sicuramente questi ultimi avrebbero potuto essere più flessibili e non per forza cambiare il luogo dell'incontro, ma altrettanto sicuramente i cronisti ci hanno messo del loro.
Le dichiarazioni del legale Simone Pillon
«Il previsto incontro [...] presso Palmoli è stato purtroppo spostato all'ultimo in altra sede, nonostante il sindaco del Comune di Palmoli, su richiesta dei genitori, avesse transennato l'area per garantire la privacy. Lo stesso sindaco ha fatto personalmente andare via i giornalisti ma, nonostante non ne fosse rimasto neppure uno, gli operatori del servizio hanno comunque imposto di annullare il rientro dei bambini a Palmoli e di tenere l'incontro presso la solita località protetta. Spiace perché i piccoli attendevano questo momento da 10 mesi e la loro attesa è andata delusa. Spiace doppiamente perché la famiglia aveva avvisato gli operatori del servizio sociale già lo scorso venerdì 11 settembre chiedendo loro di adottare misure idonee a prevenire il prevedibile afflusso di stampa. Tale corrispondenza non ha ricevuto alcuna risposta e i genitori hanno dovuto attivarsi in proprio, contando solo sulla preziosa collaborazione del sindaco di Palmoli, salvo poi vedere ancora una volta sacrificati i diritti dei bambini». Con queste parole l'avvocato Pillon ha posto l'accento sul caos ingenerato da giornalisti e, soprattutto, dagli assistenti sociali.
Gli ultimi sviluppi della vicenda: due pesi e due misure?
All'indomani dell'incontro spostato in altra sede per l'ingerenza mediatica sulla vicenda, mercoledì 16 – per i tre bambini – è suonata la campanella per l'inizio del nuovo anno scolastico in una scuola pubblica. In questo caso, «nonostante la massiccia presenza di giornalisti, i bambini sono stati portati a scuola. Ci si chiede come mai la presenza della stampa è stata usata [in un primo momento] dal Servizio per annullare il rientro a casa dei piccoli, mentre il loro ingresso a scuola, a parità di condizioni, non è stato annullato?», ha dichiarato ancora l'avvocato Pillon. Insomma, sembra esserci una sorta di «concorso di colpa» tra giornalisti e Servizi sociali, con questi ultimi che – almeno secondo quanto provocatoriamente affermato da Pillon – avrebbero colto la palla al balzo del sensazionalismo dei primi per mettere i bastoni tra le ruote durante il primo, temporaneo, ricongiungimento della famiglia.