Pochi giorni fa, come sappiamo, è arrivata la sentenza di un "ricongiungimento parziale" per la Famiglia nel Bosco, definita da Pro Vita & Famiglia un «falso passo in avanti». Proprio per questo è fondamentale non far calare il silenzio su questo caso, ma continuare a insistere per un pieno ricongiungimento, come chiedono da mesi quasi 90.000 firmatari della nostra petizione popolare. Ripercorriamo qui gli ultimissimi aggiornamenti e i fatti accaduti nelle ultime ore, in particolare negli ultimi due giorni.
Un incontro, dopo mesi
Nella giornata di ieri, mercoledì 9 settembre 2026, si è svolto un nuovo incontro, in un clima definito di confronto costruttivo dall'attuale legale della famiglia, l'avvocato Simone Pillon. I genitori hanno spiegato le loro preoccupazioni, finalizzate a prevenire lo stress e il trauma per i bambini, e hanno illustrato il loro stile educativo e le loro modalità di dialogo con i figli, a volte male interpretate. Sono stati poi informati sulle modalità del rientro graduale e sull'inserimento scolastico. I tempi degli incontri come quello che si è svolto sono stati leggermente incrementati e tra pochissimi giorni, dopo dieci mesi, i bambini potranno finalmente tornare a Palmoli, sia pure per poche ore, nei giorni antecedenti l'inizio della scuola. Come ha riferito sempre Pillon alla stampa, si sono avute inoltre rassicurazioni sugli accertamenti in corso per la salute dei bambini e sul coinvolgimento dell'équipe di Neuropsichiatria Infantile nel follow-up scolastico.
Sotto processo la vecchia assistente sociale
L'8 settembre 2026 è stata invece resa nota la nomina di Giuseppina Tittaferrante, assistente sociale che affiancherà Veruska D'Angelo. Quest'ultima, nei giorni scorsi, è infatti finita sotto procedimento disciplinare da parte del collegio territoriale di disciplina dell'Ordine degli assistenti sociali della Regione Abruzzo, per la presunta violazione di sei articoli del codice deontologico.
Le accuse alla base del procedimento disciplinare
Come riportato dal quotidiano Il Centro, l'assistente sociale D'Angelo è finita sotto processo disciplinare a seguito di due segnalazioni. La prima è stata proposta dalla presidente dell'Ordine, Francesca D'Atri, per «la necessaria verifica del corretto esercizio della professione» da parte di D'Angelo, anche in relazione a dichiarazioni da lei rilasciate alla stampa. La seconda è contenuta in un esposto depositato da quelli che, fino a maggio, sono stati i legali rappresentanti di Catherine e Nathan, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, secondo i quali D'Angelo si è mostrata «ostile» e «non ha svolto il proprio incarico con l'imparzialità richiesta dal ruolo». Secondo quanto appreso sempre dal Centro, le violazioni contestate riguardano i principi generali della professione, tra cui quello secondo cui l'assistente sociale «non esprime giudizi di valore sulla persona in base alle sue caratteristiche o orientamenti e non impone il proprio sistema di valori». Il consiglio di disciplina dovrà inoltre verificare l'eventuale violazione dell'articolo secondo cui «l'assistente sociale, oltre a ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, è tenuto al rispetto della riservatezza e del segreto professionale nei rapporti con la stampa».
Il primo esposto già a gennaio scorso
I tre figli della coppia, la più grande di 9 anni e i gemelli di 7, restano intanto nella "casa famiglia" di Vasto, in provincia di Chieti, dove il Tribunale per i minorenni dell'Aquila li ha collocati il 20 novembre 2025 – ben 294 giorni fa – dopo la sospensione della responsabilità genitoriale per Catherine e Nathan e l'allontanamento dal casolare di Palmoli ed è fondamentale ricordare che già lo scorso 29 gennaio 2026 gli allora avvocati della famiglia avevano presentato un esposto chiedendo la revoca dell'assistente sociale nominata dal Tribunale. In un documento di otto pagine, i legali parlavano di un «conflitto personale» e di una gestione «ostile e manchevole» da parte dell'assistente sociale nei confronti della famiglia, tentando di smontare pezzo per pezzo le sue ricostruzioni sin dalla nomina, e sottolineando la chiusura della professionista ad alcune richieste che sarebbero arrivate dagli stessi bambini, come quella di poter telefonare a nonni e parenti o di incontrare alcuni amichetti. Gli avvocati contestavano inoltre la ricostruzione dell'intossicazione da funghi, che secondo loro sarebbe stata fatta passare come un avvelenamento. All'assistente sociale veniva infine contestata anche una presunta violazione del codice deontologico professionale, poiché l'operatrice si sarebbe eretta a «censore», giudicando «sbagliato» un metodo educativo diverso dalle proprie convinzioni, e avrebbe violato il principio di riservatezza rilasciando dichiarazioni alla stampa.