22/09/2026 di Giuliano Guzzo

La Regione Toscana sta già provando a boicottare la legge Valditara sul consenso informato

La Toscana prepara una legge regionale sull'educazione sessuo-affettiva nelle scuole con 150mila euro l'anno, aggirando il consenso informato obbligatorio sancito dalla legge Valditara.

Fatta la legge, trovato l'inganno. O meglio, cercato il modo per aggirarla. Verrebbe da commentare così l'iniziativa legislativa della Regione Toscana, che – infischiandosene della legge Valditara, la quale dice stop all'educazione sessuale e affettiva per le scuole dell'infanzia e primarie, stabilendo per le altre scuole il requisito del consenso informato obbligatorio delle famiglie – mira ad approvare per il prossimo anno una norma regionale per la promozione dell'educazione sessuo-affettiva e relazionale nelle scuole di ogni grado. Se così sarà, quella guidata da Eugenio Giani sarà la seconda regione (dopo la Campania) a dotarsi di una legge in tal senso. Peraltro, una legge che prevede anche un assai robusto piano finanziario.

45mila euro per tre anni

Leggiamo infatti da Repubblica, che ha dedicato ampio spazio a questa norma, che «a partire dal prossimo bilancio si prevede infatti uno stanziamento di 150 mila euro all'anno per il prossimo triennio. Due terzi dei soldi, 100 mila euro, sono destinati per ogni stagione scolastica a finanziare 100 progetti nelle scuole: percorsi educativi extracurricolari che comprendono laboratori didattici, progetti di formazione rivolti a docenti e genitori, interventi condotti da personale qualificato con comprovata professionalità e sportelli di ascolto». I restanti 50.000 euro «serviranno per campagne di comunicazione e sensibilizzazione». Colpisce quindi come a livello regionale – ripetendo in parte lo schema già adottato con il suicidio assistito – si continui o a scavalcare il Legislatore nazionale oppure a fare pressione su di esso. In tutto ciò, vi sono numerosi aspetti che i promotori di leggi come quella della Toscana sull'educazione sessuo-affettiva (che ha come primo firmatario Iacopo Melio del Pd), a quanto pare, sembrano ignorare.

E la libertà educativa delle famiglie?

Anzitutto, un punto che andrebbe sottolineato con forza è che la legge Valditara, piaccia o meno, non ha introdotto il primato educativo delle famiglie: l'ha ribadito, essendo qualcosa che dovrebbe già essere ben noto a tutti. Già la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, infatti, di cui in Toscana sembrano essersi dimenticati, riconosce la famiglia come «nucleo naturale e fondamentale della società» avente «diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato», prevedendo pure in modo chiaro che i genitori abbiano «diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». C'è poi la Costituzione italiana, così spesso citata quando fa comodo, che afferma che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio». Strano che considerazioni così cristalline non siano ricordate dai politici progressisti, perché si tratta di aspetti fondamentali.

Gli italiani vogliono, da sempre, il consenso informato

A maggior ragione se si considera quanto il ruolo educativo dei genitori sia caro agli italiani. Prova ne è il sondaggio, i cui esiti erano stati presentati nel settembre 2022 al Senato, presso la Sala Caduti di Nassirya, realizzato per Pro Vita & Famiglia dall'Istituto Noto – realtà cui fanno riferimento spesso testate come Il Sole 24 Ore o trasmissioni come Porta a Porta – e condotto su 1.000 cittadini. Ebbene, attraverso quell'indagine mirata e di indubbia qualità, si riscontrò come quasi quattro intervistati su cinque (il 79%) appoggino il diritto dei genitori di scegliere come educare i figli su temi inerenti alla sessualità e all'affettività, e come l'81% ritenga che, su corsi o progetti al riguardo, le scuole debbano preventivamente informare e coinvolgere le famiglie, evitando i blitz nelle aule dei soliti sedicenti esperti.

A ciò, infine, si aggiunga il fatto che non esistono prove affidabili del fatto che le cosiddette «lezioni d'amore» siano utili né a prevenire davvero la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili né la stessa violenza di genere. Insomma, l'educazione sessuo-affettiva (non a caso criticata da esperti laici del calibro di Paolo Crepet) è più una minaccia al ruolo della famiglia e un veicolo di contenuti gender o femministi, che qualcosa di davvero utile al bene delle giovani generazioni. Non solo per questo, ma anche per questo, va rigettata con forza.

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