31/07/2017

Vita e morte – «Dottore, il paziente è clinicamente morto?»

In questi giorni abbiamo parlato molto di vita e di morte, di eutanasia attiva e passiva e altri temi collegati. 

Riproponiamo, con la speranza che possa favorire la presa di coscienza, un’intervista apparsa su Notizie ProVita nel 2015, ma ancora attuale e importante. 

Che cos’è la morte?

Dottore, si presenti ai nostri lettori

Sono Luca Poli, nato nel 1950, laureato in medicina e chirurgia a Bologna dove poi ho conseguito il diploma di specializzazione in neurologia. Lavoro come medico di famiglia e da sempre mi sono interessato ed ho approfondito personalmente, gli aspetti bioetici legati all’esercizio della professione.

Il primo tema ad avermi interessato, è stato quello dell’aborto e i successivi sviluppi dalla fecondazione artificiale, alla clonazione, alla manipolazione degli embrioni: tutte pratiche disumane e contrarie alla legge naturale che colpiscono la fase della vita nascente.

È stato solo dopo qualche anno che la mia attenzione si è indirizzata anche a pratiche altrettanto occisive rivolte però alla fase declinante della vita umana. Questo secondo aspetto, sorprendentemente, è molto più sottaciuto e meno noto rispetto agli attacchi all’inizio vita anche in molti movimenti che si bat- tono per la vita.

Cosa ha fatto scaturire il suo interesse verso la difesa della vita declinante?

Come specialista in neurologia, fin da subito mi ha sconcertato la nuova ed eversiva definizione di “morte cerebrale”. Questa novità, espressamente finalizzata a consentire il prelievo di organi a cuore battente al fine di successivo trapianto, ha il solo scopo di coprire quella che altro non è se non la diretta uccisione (eutanasia) di un paziente spesso (non sempre) con prognosi infausta: la causa diretta della morte è infatti esattamente l’intervento di prelievo di un organo vitale («Mors tua vita mea», come intitolava la sua pregevolissima opera l’amico Ugo Tozzini).

Vi è stata quindi una variazione nella definizione del concetto di morte?

Certamente questa rivoluzione semantica ha un ben preciso luogo e anno di nascita: Harvard 1968.

Il sapere medico di tutti i tempi ha sempre ritenuto che possa chiamarsi morte solo la cessazione totale e definitiva di ogni funzione vitale: cardiaca, respiratoria e cerebrale. Il Churcill’s medical dictionary, del 1994, definisce la morte «cessazione della vita che si verifica in assenza di battito cardiaco spontaneo e di respiro»; il Dizionario medico illustrato Dorland del 1985, la definisce «cessazione della vita; cessazione permanente delle fun- zioni corporee vitali [...] cessazione irreversibile di tutte le seguenti funzioni: funzione cerebrale totale, funzione spontanea del sistema respiratorio, funzione spontanea del sistema circolatorio».

La nuova definizione di morte cerebrale è stata formulata ad hoc a sostegno della pratica dei trapianti d’organo segnatamente di cuore e dichiaratamente al fine di reperire organi. Il principio eversivo è il seguente: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo», circostanza questa che costituisce un assurdo scientifico e giuridico impossibile a riscontrarsi in quanto la morte cerebrale non è diagno- sticabile. Ciò che è stato fatto in realtà è di stabilire artificiosamente l’equivalenza tra coma profondo e morte cerebrale, tant’è vero che le modalità cliniche e strumentali per accertare quest’ultima sono demandate a un decreto del ministro della sanità con differenti modalità per ogni Stato, e anche nello stesso Stato con tempi diversi.

Cosa era successo quindi ad Harvard, nel ’68, e con quali conseguenze?

Dobbiamo fare un passo indietro al dicembre 1967, quando il famoso cardio chirurgo Christian Barnard a Città del Capo, effettuò il primo trapianto di cuore. A seguito di ciò la pratica dilagò rapidamente tanto che nei soli USA vennero effettuati circa 200 trapianti di cuore nel primo semestre del 1968. Fu necessario, allora, sanare l’illegalità e l’immo- ralità di queste pratiche: sui medici pendeva la legittima richiesta di sanzioni disciplinari e penali di varia gravità. Affinché non si potesse parlare di omicidio dei “donatori” di cuore, fu costituita una commissione ad hoc, ad Harvard, con l’incarico di inventare una ridefinizione di morte in chiave neurologica. Fu così che la commissione medica decretò che il coma profondo equivaleva alla morte cerebrale.

Interessante notare che la cosa era allora vincolata allo status dichiara- to di donatore: condizione restrittiva quest’ultima soppressa in seguito ed estesa a tutti indistintamente. Ecco in opera la gradualità della rivoluzione già ben collaudata per divorzio, aborto (e ora eutanasia): a partire dal caso limite pietoso, si estende poi fino alla liberalizzazio- ne totale. Insomma, il concetto di morte cerebrale nasce così con funzione di sanatoria rispetto ai procedimenti disciplinari e penali a carico dei medici trapiantisti.

Queste motivazioni utilitaristiche furono cinicamente espresse nel documento ufficiale con cui nell’agosto 1968 la commissione di Harvard pubblica sul Journal of American Medical Association (A definition of irreversible coma, JAMA, 1968, nr 205, pg. 337-340) il suo rapporto. Nel rapporto non viene spiegato perché il coma sia assimilabile alla morte ma sempli- cemente si afferma che «occorre definire morte il coma irreversibile per motivi pratici (liberare letti di ospedale, eliminare le spese per salvare pazienti il cui cervello è comunque seriamente danneggiato, eliminare le spese di mantenimento di pazienti in stato vegetativo persistente, sollevare i familiari dal peso dell’assistenza e, soprattutto reperire facilmente e legalmente, senza contrasti, organi vitali da trapiantare)».

Prima della decisione di Harvard, i trapianti eticamente accettabili, erano quelli di cornee, in quanto prelevabili da cadavere poiché sono organi non vascolarizzati, e di un rene, che essendo organo doppio è asportabile senza causare il decesso del donatore.

Ma una persona dichiarata “morta cerebralmente” come si presenta agli occhi di un profano?

L’innovativa ridefinizione legale di morte umana (la c.d. morte cere- brale), comporta che possa essere considerata morta a tutti gli effetti persino una persona: il cui cuore è sano e batte spontaneamente, la cui circolazione sanguigna è regolare, il cui corpo è roseo, caldo e vitale, i cui reni, polmoni, fegato, pancreas e intestino sono sani, le cui membra ed il cui tronco si possono muovere per effetto di riflessi spontanei o provocati da stimoli dolorosi (l’intervento di prelievo avviene con assistenza dell’anestesista), la cui respirazione è efficace, sia pur con l’ausilio della ventilazione meccanica, la cui gravidanza può essere portata avanti sino al parto, i cui organi genitali continua- no a produrre attivamente (non solo a conservare passivamente) ovociti o spermatozoi efficaci ai fini concezionali.

Tutti noi avremmo una naturale riluttanza a considerare morto un paziente che respira e il cui cuore pulsa, che abbia cute calda e rosea, che urina e che è grado di portare a termine – se donna – una gravidanza: non porteremmo all’obitorio queste persone prima che abbiano cessato di respirare, né seppelliremmo un “cadavere” il cui cuore batte spontaneamente. Il no- stro comportamento sarebbe quello di attendere l’effettiva cessazione di queste funzioni vitali prima di chiu- derlo in una bara. Stiamo assistendo, quindi, alla nascita di una nuova medicina “moderna”, diversa e contraria a quella “classica”.

Andrea Giovanazzi

Fonte: Notizie ProVita, marzo 2015, pp. 19-20


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