21/10/2018

Violenza social: classico esempio di mondo rovesciato

Perché tanto rancore, tanta violenza verbale, tanta ostilità? È quello che viene spontaneo chiedersi leggendo certi commenti social che sono stati postati sui profili Facebook, Twitter e Instagram (alla fine hackerato) delle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia che hanno organizzato la “campagna choc” contro l’utero in affitto. Insulti a non finire per quei manifesti affissi a Roma, Torino e Milano per denunciare come i bambini non possano essere trattati al pari di merce da vendere.

L’immagine dei due ragazzi raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato comprato dalla coppia formata da genitore 1 e genitore 2 deve aver colto nel segno a giudicare da così tante reazioni scomposte. E non deve essere neanche passata inosservata la scritta “Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto“, che sicuramente ha condensato meglio di tante parole il messaggio che si voleva lanciare.

Ecco così che, a una campagna in difesa del diritto dei figli ad avere il papà e la mamma, ancora una volta si è risposto scegliendo l’arma dell’intolleranza, dell’insulto, della denigrazione, a dimostrazione di come forse i fautori dell’utero in affitto non abbiano poi solidi argomenti per controbattere al messaggio choc di quei manifesti. Circa un anno fa è uscito nelle sale cinematografiche italiane un film della regista Michela Andreozzi intitolato Nove Lune e mezza, che di fatto promuoveva, in un colpo solo, l’utero in affitto e la famiglia omosessuale, ridicolizzando i cattolici; la famiglia naturale veniva raffigurata come destinata al fallimento e all’infelicità, a differenza delle coppie gay dove i figli invece apparivano felicissimi di vivere con due papà. Figli ottenuti naturalmente con l’utero in affitto. Nessuno del mondo pro life ha reagito con quella violenza verbale, nessuno ha minacciato o insultato la regista.

Invece nel caso dei manifesti di Pro Vita e Generazione Famiglia è subito scattata la censura, con la Giunta capitolina del sindaco Virginia Raggi, corsa immediatamente a ordinarne la rimozione (ma di documenti ufficiali fino al 18 ottobre neanche l’ombra).

Strano Paese l’Italia, dove viene insultato, minacciato e censurato, chi osa denunciare una pratica del tutto illegale. Perché alla fine di questo si tratta. L’utero in affitto è vietato dalla legge, eppure ci sono coppie gay che vanno tranquillamente in televisione a vantarsi di essere diventati genitori grazie al ricorso a questa pratica, recandosi in America o laddove è possibile accedervi.

Un classico esempio di mondo rovesciato dove chi difende la legalità e si ostina a tutelare i diritti dei bambini è discriminato, o peggio ancora silenziato. Come nel caso della rimozione dei manifesti. Per il sindaco Raggi i bambini si offendono riproducendoli su di un cartellone e non trattandoli come un prodotto da magazzino che si può tranquillamente ordinare e comprare. «I figli non sono di chi li fa, ma di chi li cresce», si ostinano a ripetere i fautori della maternità surrogata. In base a questo principio si è finiti per sancire il principio che il legame materno è soltanto un inutile dettaglio destinato a non influire minimamente sulla crescita psicologica del neonato. E si è arrivati persino al paradosso di affermare che un bambino può crescere meglio in una famiglia con due papà o con due mamme perché le figure genitoriali sono soltanto un fattore culturale, non antropologico. Come si può negare l’evidenza, ossia che un figlio non può nascere da genitori dello stesso sesso e che la famiglia omogenitoriale è in aperto contrasto con il progetto naturale della vita? Ma c’è solo l’insulto, c’è solo la minaccia, c’è solo l’odio verbale e la pretesa di negare all’altro il diritto di esprimere le proprie idee quando si toccano certi argomenti. La storia insegna che il pensiero unico si impone con la forza e la violenza, proprio laddove è impossibile dimostrare la sua assoluta indiscutibilità.

Americo Mascarucci

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