06/07/2020 di Giuliano Guzzo

Vietato criticare il Ddl Zan. Femministe e lesbiche censurate

Il ddl Zan contro l’omotransfobia non è ancora legge, essendo tutt’ora all’esame del Parlamento; ma di fatto è come se lo fosse. E guai a chi osa criticare il provvedimento: si rischiano insulti e censure. A denunciare questo clima di intolleranza, da alcuni giorni, non sono cattolici conservatori, presunti bigotti o estremisti di destra, ma varie personalità del mondo femminista. Figure che non sarebbe sbagliato considerare espressione della galassia culturale progressista ma che ciò nonostante, ecco, non sono affatto convinte dal ddl Zan.

Parliamo di scrittrici e giornaliste appartenenti al mondo lesbico o femminista – da Rita Paltrinieri di Arcilesbica Modena a Monica Ricci Sargentini del Corriere della sera, da Marina Terragni di Radfem Italia a Paola Vitacolonna di Gruppo I-Dee Milano – che per esprimere il loro punto di vista hanno proprio in questi giorni firmato una interessante lettera a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire. In tale intervento, esse premettono che sarebbero favorevoli ad ogni provvedimento volto a tutelare le minoranze sessuali. Ciò detto, tuttavia, la Ricci Sargentini e le altre non mancano di esprimere perplessità, appunto, sul ddl Zan. Il motivo?

Lasciamolo spiegare direttamente a loro: «Ci lascia perplesse la definizione 'identità di genere' al posto di 'identità sessuale', perché finirebbe per negare la specificità femminile. Nel Regno Unito, in Canada, in alcuni Stati Usa le donne che non accettano di condividere i loro spazi con persone di sesso maschile e identità di genere femminile vengono ingiuriate, processate, talvolta licenziate con l’accusa di transfobia. Il linciaggio mediatico della scrittrice J. K. Rowling è il caso più clamoroso, ma non l’unico: in tutta Europa si moltiplicano i casi di donne bullizzate, irrise o ridotte al silenzio per aver sostenuto che le donne biologiche e le trans, pur essendo entrambe vittime di discriminazioni, hanno vissuti diversi».

Ora, è chiaro che nei confronti del ddl contro l’omotransfobia queste non sono certo le uniche perplessità, dal momento che parliamo di un’iniziativa legislativa che, se sventuratamente fosse mai approvata, di fatto instaurerebbe – anche volendo sorvolare sulla intollerabile dimensione penale che esso introdurrebbe – un clima intimidatorio a danno di chi sposa una visione etica fondata sulla morale classica e sul diritto naturale, concependo il matrimonio come tra uomo e donna e come insindacabile il diritto di ogni bambino ad avere un padre ed una madre.

Ciò nonostante, che Monica Ricci Sargentini e Marina Terragni si schierino contro il ddl Zan è di certo assai significativo; non solo perché parliamo evidentemente di esponenti storiche del mondo femminista, ma anche perché le loro posizioni contro le implicazioni della legge contro l’omotransfobia, lo abbiamo visto, sono piuttosto chiare. Oltretutto, a suffragare la pericolosità del clima che il ddl Zan andrebbe a codificare nel nostro ordinamento, sono emersi sempre in questi giorni diversi fatti. Qualche esempio?

La Ricci Sargentini è stata bollata sul web come «omofoba», la Terragni è stata inondata di insulti, e così anche le altre. Insomma, indubbiamente l’intolleranza nell’aria c’è. Ma non contro la minoranza Lgbt, bensì verso i critici del ddl Zan. E poco importa che si tratti, come si diceva, di esponenti femministe o lesbiche: per il solo fatto di non essere convinte da una legge oggettivamente carica di insidie, come fior di giuristi non hanno mancato di documentare, esse sono bersagliate di offese. Il tutto, curiosamente, senza però incassare grandi attestati di solidarietà da parte dei sostenitori del ddl Zan. Per i quali, evidentemente, la tolleranza non è un valore universale ma, ahinoi, particolare: c’è chi se la merita, e chi no. Per il solo fatto di pensarla diversamente.

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