21/06/2021 di Luca Marcolivio

Vescovo Regattieri (Cesena-Sarsina): «Con il ddl Zan si introducono infinite e pericolose discriminazioni»

Uno degli aspetti più pericolosi e assurdi del ddl Zan è senz’altro il fatto di affidare l’identità di genere al “sentire” di ogni singola persona. Ad affermarlo è monsignor Douglas Regattieri, vescovo di Cesena-Sarsina, che a maggio, ha inviato una lettera ai fedeli della sua diocesi, proprio sul tema dell’omofobia. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, il presule ha illustrato il suo pensiero in materia, che coincide perfettamente con il magistero della Chiesa, a partire dai documenti del Concilio.

 

Eccellenza, nella lettera alla sua diocesi dello scorso mese, Lei sottolinea l’iniquità del concetto di “identità di genere” sostenuto dal ddl Zan. Ritiene sia necessario lavorare su questo aspetto o è inaccettabile l’intero impianto della legge? 

«La definizione di identità di genere che il ddl Zan offre è la seguente: identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione. Come è noto, la legge italiana riconosce l’esistenza di due sessi e prevede la transizione dal sesso di nascita a quello opposto. Da qui la necessaria modifica anagrafica e l’accertamento giudiziale. Ciò significa che per la legge italiana non è sufficiente una dichiarazione della persona circa la sua identità di genere, ma è necessario l’accertamento giudiziale dell’effettiva esecuzione del cambiamento del genere. Tutto ciò può sfuggire ad ogni tipo di controllo anche da parte della magistratura. Nel testo del ddl è evidente quindi che viene meno ogni chiarezza e stabilità circa la realtà della propria sessualità. In altre parole, si scavalca bellamente ciò che affermano autorevolissimi interventi legislativi come la nostra Costituzione (art. 3), la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (che non menziona i termini come “genere” e “identità di genere”) e la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Chi non comprende la pericolosità e l’assurdità di affidare al proprio “sentire” l’identità di genere?».

Sarebbe concepibile, a suo avviso, un disegno di legge contro le discriminazioni sessuali, depurato dalle forzature ideologiche che lei denuncia? Oppure, come sostengono anche molti giuristi, è sufficiente applicare le sanzioni già previste dal nostro ordinamento?

«Non ho le necessarie competenze giuridiche per rispondere alla domanda.  Faccio semplicemente riferimento al buon senso e penso di poter dire che sarebbe sufficiente osservare quanto già le nostre leggi stabiliscono in materia di discriminazione (vedi Legge Mancino). Mi pare che con l’introduzione del ddl Zan si aprano strade infinite e pericolose a molteplici interpretazioni. Con l’intento di evitare discriminazioni, in realtà si introducono altre discriminazioni in riferimento alla privacy e all’identità se quest’ultima è lasciata al libero e individuale “sentire”».

Fino a pochi anni fa, c'è chi ha accusato la Chiesa di “ingerenza” sui temi etici. Oggi, al contrario, molti fedeli laici accusano i loro pastori di intervenire troppo poco. Nello specifico del ddl Zan qual è il giusto approccio che la Chiesa (a tutti i livelli, dai vescovi ai parroci, fino ai laici) dovrebbe tenere rispetto al dibattito?

«È stato detto e scritto che su questi temi la Chiesa è rimasta in silenzio. Contesto tale affermazione perché non è fondata.  Comprendo come si possa fare questa affermazione se ci si affida unicamente ai titoli dei giornali; è chiaro che la voce più grossa e quella che più si fa sentire (i media) smorza quella della Chiesa e vi si sovrappone, spesso al punto da silenziarla.  Ma se ci si documenta con rigore e con continuità e si legge quanto Papa e Vescovi dicono e scrivono nel loro quotidiano Magistero, l’obiezione appare infondata. Un esempio: sul ddl Zan c’è stato il breve – qualcuno l’ha definito troppo soft e senza mordente – intervento della CEI dell’aprile scorso, seguente alla riunione della Presidenza.  Ma in realtà tale intervento si apriva rimandando a quanto la CEI stessa aveva già espresso, con un certo approfondimento della questione, il 10 giugno 2020. Sarebbe bene, quindi, leggere attentamente tutto quello che dicono il Papa e i Vescovi, prima di accusarli di silenzio. L’interesse che la Chiesa ha nell’intervenire anche sulle questioni etiche è sempre e solo quello della difesa della persona e della valorizzazione della sua dignità. La Chiesa che vive nel tempo e condivide la storia degli uomini fa suo il detto di Publio Terenzio: “Tutto ciò che è umano mi appartiene”. Con altre parole l’ha dichiarato solennemente anche il Concilio Vaticano II: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, 1). È il caso di ricordare quanto la dichiarazione conciliare sull’educazione afferma proprio nel suo esordio: “La santa madre Chiesa, nell’adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell'intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione soprannaturale” (Gravissimum educationis, Proemio). E la Nota “Persona humana” della Congregazione per la dottrina della fede del 29 dicembre 1975, dichiara: “È compito dei vescovi insegnare ai fedeli la dottrina morale concernente la sessualità, quali che siano le difficoltà che l’adempimento di questo compito incontra di fronte alle idee e ai costumi oggi diffusi” (n. 13).  È evidente che, affermata la legittimità dell’intervento ecclesiale in materia tanto delicata e decisiva, ogni pronunciamento, oltre che essere motivato e supportato da ragioni che fanno appello a una sana antropologia, deve essere fatto senza alcun intento discriminatorio. Ci guida in questo il testo biblico di san Pietro, laddove l’apostolo invitava i cristiani del suo tempo, ma anche di oggi, a rendere ragione della speranza che essi hanno, e cioè a dire pubblicamente la verità, purché tutto questo sia fatto – annota opportunamente l’apostolo – “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pt 3, 15)».

Nella sua lettera, Lei accenna al passo del Catechismo che qualifica gli atti omosessuali come intrinsecamente disordinati: riaffermare questo assunto potrebbe procurare problemi ai cattolici, in caso di approvazione del ddl Zan?

«Quando si cita questo passo del Catechismo non lo si fa per infliggere delle colpe o dare dei giudizi negativi di merito; lo si fa per essere fedeli a una sana antropologia. Tuttavia, è bene aggiungere subito che, in merito alla situazione di questi nostri fratelli, pur vivendo questo “disordine” non colpevole, essi possono, con l’aiuto della Grazia, vivere bene, persino perseguire un cammino di santificazione. Questo secondo aspetto spesso è trascurato. Ritengo invece che sarebbe bene sottolinearlo. Solo così questi fratelli possono aprirsi alla speranza, alla gioia e alla serenità interiore. Dobbiamo, con forza e con coraggio, non limitarci a dire che queste sono situazioni di disordine morale, ma citare anche altri due testi, ai più sconosciuti, in riferimento al perseguimento della santificazione personale e della virtù della castità. Io non l’ho fatto nella mia lettera per non dilungarmi eccessivamente; ma qui lo aggiungo: “I fedeli anche nel nostro tempo, anzi oggi più che mai, devono adottare i mezzi, che sono stati sempre raccomandati dalla chiesa per vivere una vita casta: la disciplina dei sensi e dello spirito, la vigilanza e la prudenza nell’evitare le occasioni di peccato, la custodia del pudore, la moderazione nei divertimenti, le sane occupazioni, il frequente ricorso alla preghiera e ai sacramenti della penitenza e dell'eucaristia. I giovani, soprattutto, devono preoccuparsi sviluppare la loro pietà verso l'immacolata Madre di Dio e proporsi, come esempio da imitare, la vita dei santi e degli altri fedeli, specialmente dei giovani, che si sono distinti nella pratica della castità” (Persona humana, 12). “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2359)».




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