24/01/2017

Utero in affitto: la CEDU ha deciso il caso Paradiso

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha deciso sul caso Paradiso, in senso favorevole all’Italia,  e contro l’utero in affitto.

I giudici hanno votato sul caso Paradiso e Campanelli vs. l’Italia  undici  contro sei.

La Corte ha sancito che l’Italia non ha violato l’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei Diritti umani. Il Governo italiano ha tolto legittimamente alla coppia ricorrente il bambino acquistato in Russia con la pratica dell’utero in affitto, e i giudici italiani  ne hanno dichiarato l’adottabilità.

La coppia italiana non aveva alcuna relazione biologica col bambino. Riconoscere un qualsiasi diritto della coppia nei suoi confronti avrebbe significato riconoscere il diritto di comprare bambini (e persino il diritto di tenersi un bambino rapito, visto che il rapimento è un reato così come l’utero in affitto, per la legge italiana).

E’ confortante il fatto che la Corte riconosca il diritto esclusivo dello Stato (in questo caso l’Italia) di  riconoscere o meno il rapporto giuridico di filiazione al fine di proteggere i minori.

La Corte, però,  (qui il comunicato stampa,  qui la decisione), “vista l’assenza di qualsiasi legame biologico tra il bambino e i ricorrenti, la breve la durata del loro rapporto con il bambino e l’incertezza dei legami tra di loro, e nonostante l’esistenza di un progetto parentale e la qualità emozionale delle obbligazioni contratte”, ha ritenuto che non esisteva “una vita familiare  tra i ricorrenti e il bambino”.

Questa interpretazione potrebbe lasciare aperte molte porte all’utero in affitto (o all’acquisto o al rapimento di bambini): se invece di un rapporto di pochi mesi fosse stato di qualche anno si poteva legittimare la “vita familiare” così intercorsa tra la coppia e il bambino? E se il bambino fosse stato assemblato (in provetta) con il materiale biologico di uno dei due partner?

Con questa decisione, la Corte purtroppo non ha colto l’occasione per condannare l’utero in affitto in sé, ma rende agli Stati membri la libertà di rifiutare il  fatto compiuto  e di punire coloro che comprano bambini in spregio alle norme nazionali.

Insomma, la nostra società può rimanere civile: l’utero in affitto non è civile e legittimamente l’Italia lo vieta e se vuole può reprimerlo. 

Aderite alla campagna di ProVita #STOP utero in affitto, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica a livello politico e socio-culturale e a denunciare questa aberrante pratica. Nell’ambito della stessa campagna, ProVita ha anche lanciato una petizione per sollecitare le Autorità affinché facciano valere le leggi esistenti che già vietano la turpe pratica.

Potete anche acquistare un  documentario esclusivo sull’utero in affitto: “Breeders: donne di seconda categoria” (clicca qui per sapere come ottenerlo). Per la prima volta in Italia Breeders ci dà la possibilità di ascoltare le testimonianze di diverse madri surrogate, nonché dei figli nati a seguito di questa pratica.

Sono storie vere, di lacrime e di dolore. Di donne – o, meglio, di mamme – che, dopo aver sentito crescere per nove mesi il bimbo nel loro ventre, se lo sono viste strappare a pochi minuti dalla nascita. E di figli che crescono senza sapere quali sono le loro radici, quale siano i loro genitori biologici.

Sono storie che mostrano come donne e bambini rimangono segnati per tutta la vita. La loro voce, grazie al documentario Breeders, vuole essere un accorato appello rivolto a tutti e a ciascuno, singolarmente: occorre aprire gli occhi sulla realtà che si cela dietro l’utero in affitto, che di volontario e altruistico non ha nulla.

Redazione

 


#STOPuteroinaffittofirma e fai firmare qui la petizione 

contro l’inerzia delle autorità di fronte alla mercificazione delle donne e dei bambini

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