13/01/2016

Utero in affitto – Frutto del neoliberismo più bieco

Se il ddl Cirinnà dovesse essere approvato dal Parlamento, in Italia di fatto verrebbe legittimata la pratica dell’utero in affitto.

Con la stepchild adoption, infatti, una persona omosessuale potrebbe andare all’estero, comprare un bambino, lasciarlo in gestazione a una donna per nove mesi e poi andare a riprenderlo “bello e fatto”. Il suo compagno in Italia sarebbe poi abilitato ad adottare il bambino come figlio anche suo.

Che piaccia o no, questa è la realtà. E per questo occorre battersi con le unghie e con i denti per impedire la realizzazione di una tale barbarie nel nostro Paese.

Anche diverse femministe si sono finalmente rese conto del baratro verso cui ci stiamo gettando.

Un mese fa, sul Foglio, Eugenia Roccella ha salutato con soddisfazione questa presa di posizione.

«La sinistra è spiazzata – commenta –, le sicurezze ideologiche vacillano, il senso comune, legato all’esperienza, si prende la sua rivincita. I figli non si comprano».

Il problema, per un certo mondo progressista, è il pensiero liberista sotteso alla pratica dell’utero in affitto. Luisa Muraro, ad esempio, ha detto chiaramente che non esiste un diritto al figlio, perché “non tutto è disponibile all’essere umano”.

«L’accusa nei confronti della “cultura neoliberista” – afferma la Roccella – è brutale e mette a nudo le contraddizioni di chi è a favore. Perché il bello è che per la sinistra non c’è bestia nera più unanimemente individuata del liberismo, che è sempre, anche nelle sue versioni più timide, “selvaggio”. Eppure, quando la questione riguarda l’umano e non gli oggetti, quando tocca il corpo delle donne, le remore svaniscono, il nemico neoliberista viene riabilitato, ed Emanuele Trevi spiega che si tratta solo di “un contratto tra esseri umani liberi e consapevoli”, senza minimamente considerare che molte forme di sfruttamento nel mondo si basano appunto su contratti liberi e consapevoli».

Ma si possono stipulare contratti “liberi e consapevoli” riguardanti il nostro corpo? In Italia, giustamente, tutto ciò è vietatissimo. utero in affitto

Ormai, come nota la parlamentare che ha lasciato Ncd per la sua politica connivente col Governo in materia di unioni civili, «le nuove forme di filiazione – e in particolare la maternità – sono invece ormai consegnate ai contratti, con relativi pagamenti e clausole capestro, come l’impossibilità di ripensarci. E’ il contratto, e non più la relazione tra persone, il fulcro della genitorialità nel Nuovo mondo. Si compra, si vende, si paga, si stabiliscono penali e condizioni da rispettare, ci si affida a mediatori competenti, a biobanche; e come in tutte le forme di commercio si sceglie. Il prodotto deve essere garantito, deve rispettare criteri di qualità prefissati, altrimenti va scartato. E’ inevitabile che il figlio, in questo modo, tenda a diventare un oggetto, sia pure prezioso e desiderato. Più le carte, le firme, il denaro, acquistano un peso decisivo nella filiazione, più la relazione si appanna e diventa labile».

Questo non è forse il trionfo del neoliberismo? Di un neoliberismo applicato alla vita umana e a quanto c’è di più sacro, intimo e prezioso come il rapporto genitori-figli? Con l’utero in affitto e la conseguente adozione per le coppie omosessuali non si realizza forse un vero e proprio sfruttamento e della donna gestante e del bambino? Altro che amore...! Altro che generosità...! La ricca coppia gay  (o anche etero) usa il denaro e il potere che ne deriva per soddisfare i propri capricci, incurante di rendere volutamente orfano di madre (o anche di padre) un bambino, di strapparlo dal ventre che lo ha accolto per nove mesi e della donna (povera) usata come incubatrice umana.

«La maternità – conclude la Roccella – è l’ultima relazione davvero inscindibile, “per sempre”, in un mondo di rapporti labili e precari, che si possono spezzare e interrompere in ogni momento. Cosa succede se trasformiamo il rapporto madre-figlio, e tutto il bagaglio di esperienza – persino di retorica – che lo ha accompagnato nei secoli, in qualcosa di radicalmente diverso, comprando l’ovocita da una donna, affittando l’utero da un’altra, e poi magari cancellando tutte e due le mamme, e consegnando il bimbo a un “padre sociale”? Sono domande che dobbiamo porre a noi stessi e alla politica, prima di votare il ddl Cirinnà, prima di stabilire per legge che per essere genitori basta un contratto».

 Redazione

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