29/11/2016

Uomo e animale: sono uguali perché provano dolore?

A volte discorrendo qualcuno dice: “L’uomo è un animale come gli altri”. Io di solito rispondo : “Animale sarai tu. Io mi pregio di essere molto al si sopra delle bestie (anche se è vero che c’è più di un uomo che si comporta da animale – e anche qualche donna. Ma questo è un altro discorso)”.

La questione però non si risolve in una battuta.

Va molto di moda abbassare l’uomo al rango dell’animale e elevare l’animale attribuendogli i diritti dell’uomo. E ci sono davvero grandi “pensatori”, come Peter Singer , che sostengono ci sia una pari dignità tra l’uomo e la bestia.

Sulla questione sono intervenuti due stimabili professionisti, un biologo, Enzo Pennetta, e un filosofo, Alessandro Benigni, che hanno detto la loro in proposito.

Offriamo ai nostri lettori ampi stralci dell’articolo di Benigni, che riprende quello di Pennetta, sul perché c’è differenza tra uomo e animale e sul perché lo “specismo” non può essere assimilato al razzismo. 

Esce oggi su Critica Scientifica  una nuova, acuta analisi di Enzo Pennetta, che si va ad aggiungere alla già cospicua mole di lavoro di demistificazione e destrutturazione della vulgata scientifica oggi dominante. Vulgata che, non guasta ripeterlo, è funzionale ad una strategia economico-politica, il cui scopo finale è quello di isolare l’uomo, depotenziarlo, piegarlo agli interessi dell’Impero [per alcune precisazioni sul linguaggio usato – monade – animale, impero, Overton, si può leggere la nota 1 all’articolo originale].

Il merito di Pennetta va senz’altro ben oltre la stretta analisi critica del versante scientifico del darwinismo e delle teorie biologiche ad esso collegate. La replica di Critica Scientifica coglie infatti il punto essenziale già a partire dal titolo: “Peter Singer: il gradualismo darwinista serve a renderci uguali agli animali”.

La tesi, funzionale ad un sistema di dominio (in cui s’iscrive anche l’utilizzo politico-sociale delle ipotesi darwiniste, vecchie e nuove), è perfettamente indovinata: tra uomo ed animali c’è un continuum. Apparteniamo alla stessa storia filogenetica, abbiamo un unico progenitore, veniamo tutti da lì, insomma: siamo qualitativamente della stessa pasta, qualcuno più organizzato, qualcun altro meno, ma sostanzialmente tra noi e il resto del mondo animale non ci sarebbero differenze.

Una volta inconsciamente o ingenuamente accettata una teoria di questo tipo, tutte le conseguenze possibili diventano via via necessarie. Tra le quali, anche quella che vuole ripiegare l’uomo alle sue (presunte) origini, farlo tornare da dove viene, ridurlo ad animale, attraverso un duplice movimento: da una parte mostrargli che tra la sua costituzione psicofisica e quella degli altri animali, partendo dai più evoluti, non ci sono differenze qualitative, ma solo quantitative, dall’altra elevando gradualmente nell’opinione comune la sensibilità per il cosiddetto problema dei “diritti” degli animali.

Bambina_gatto_uomo_animale_SingerCome sempre accade per gli studiosi di spessore, ed è questo il caso di Pennetta, lo sconfinamento nella filosofia è dunque quasi automatico. Dalla competenza disciplinare si passa alla conoscenza, ovvero alla comprensione del senso e del significato di ciò che la scienza dice. O ciò che, come nel caso di Singer, vorrebbero farle dire.

Per Peter Singer, sintetizza in modo lapidario Pennetta, “l’Uomo è uguale agli animali”. E’ questo il punto: e siamo così nel terreno della Filosofia. Aggiungo quindi qualche nota a margine al discorso di Pennetta.

L’argomentazione filosofica di Singer si basa su un assunto di fondo, stabilizzato mediante una serie di passaggi che richiamano da vicino la fallacia logica chiamata “petitio principii”. Se ben utilizzata (e Singer è senz’altro un maestro in questo), questa tecnica sofistica consente di anestetizzare la capacità critica del lettore, mediante una concatenazione di passaggi in cui la premessa maggiore viene abilmente nascosta, in modo da renderla meno evidente – nella sua sostanziale identità, con la conclusione che si vuole ottenere. La stessa definizione latina petitio principii (“petizione di principio” o “risposta con la premessa“) indica infatti un ragionamento nel quale la proposizione che deve essere provata è supposta implicitamente. L’affermazione da dimostrare, quindi, viene data per scontata durante il ragionamento che dovrebbe, al contrario, dimostrare che è vera.

Propongo qui un esempio di questa tecnica “in azione”, preso proprio da un testo di Singer. Si parla di uguaglianza, e la tesi del Filosofo australiano è questa: il “principio di uguaglianza” deve portarci a considerare razzismo e specismo come mali morali simili. Perché? Perché uomo ed animali sono uguali. E chi lo dice? Lo dice appunto il fatto che sono simili: provano dolore, hanno interesse a non essere torturati e così via. Come si può notare, una perfetta circolarità che però, come possiamo constatare dalla lettura del brano che segue, non dà scampo al lettore distratto.

Si noti, per inciso, come lo specismo viene eo ipso assimilato al razzismo, e messo sullo stesso piano. Questa è un’altra tecnica sofistica: si chiama “avvelenamento del pozzo“. Chi vorrà essere considerato “razzista“? Se razzismo e specismo vengono presentati come equivalenti, senza prima averne dimostrato l’equivalenza, il lettore sarà condizionato in partenza nella sua analisi, considerando già a priori lo specismo come qualcosa di negativo, da cui dissociarsi, in quanto equivalente, appunto al razzismo. Uno per gli animali, l’altro tra gli uomini, ma poco importa: siccome sono uguali – ed è questa la tesi che però andrebbe preventivamente dimostrata – la tesi è già psicologicamente blindata fin dall’inizio, ed il gioco è fatto.

Scrive Singer:cane_carezza_uomo_animale_Singer

L’argomento a favore dell’estensione del principio di eguaglianza oltre la nostra specie è semplice […]  La capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale, una condizione che deve essere soddisfatta prima che si possa parlare di interessi in modo significativo. […] Una pietra non ha interessi perché non può soffrire […] il limite della sensibilità […] è il solo confine difendibile per il tener conto degli interessi altrui. Tracciare questo confine mediante altre caratteristiche, quali l’intelligenza o la razionalità, sarebbe arbitrario. Perché non scegliere allora il colore della pelle? I razzisti violano il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della propria razza, ove si venga a creare un conflitto fra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza.  [tratto da P. Singer, Practical Ethics (1979); trad. it. di G. Ferranti, Etica pratica, Napoli, Liguori, 1989, pp. 57-58]”

Come si vede, nel miscuglio delle affermazioni dell’autore, è difficile trovare l’identità tra la tesi da dimostrare e le premesse. Eppure tutto si basa su una serie di sofismi e fallacie logiche che vogliono dare per dimostrato ciò che in realtà viene aprioristicamente preso per scontato.

Si parla di “principio di uguaglianza”, ma uguaglianza fra chi? Anche un bambino sa che sono gli enti uguali a dover essere trattati nello stesso modo. E l’uguaglianza tra uomini e animali, come viene fondata? Sulla “capacità di provare dolore”, risponde Singer. Peccato che , anche per questa via, ci stiamo muovendo in una doppia fallacia. Non basta prendere un elemento in comune, come se una parte ci dicesse che cos’è il tutto.

Vediamo almeno due delle tecniche sofistiche più evidenti:

1) Primo: “affermazione del conseguente”. E’ una fallacia argomentativa di tipo formale, in cui dall’affermazione di un effetto si evince l’esistenza di una causa. Esempio: “Se piove, allora la strada è bagnata. La strada è bagnata. Dunque piove”. Il ragionamento di Singer slitta su un errore formale molto simile: “se un essere vivente soffre, ha interessi che vanno rispettati, dunque a chiunque può soffrire va applicata un’etica, come per gli uomini”. Ma si dà il caso che potremmo rispettare un essere vivente al di là della sua capacità presunta o reale di soffrire, quindi la premessa esibita risulta insufficiente per arrivare a queste conclusioni. Singer sembra affermare che siccome “la capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale” (principio su cui si fonderebbe, sempre secondo Singer, l’etica) e “un topo, ha interesse a non essere tormentato, perché verrebbe a soffrire di ciò”, allora ne consegue che dev’esserci un “principio di uguaglianza” tra uomo e topo. Ma, daccapo: che uomo e animali siano uguali, resta tutto da provare. Infatti, che il topo e l’uomo abbiano interesse a non soffrire non significa affatto che siano per ciò stesso qualitativamente e complessivamente uguali. Ed arriviamo così alla seconda fallacia, strettamente legata alla prima.

2) Si chiama fallacia di “falsa analogia”. Funziona così: due termini vengono presentati come analoghi, simili o equivalenti in base alla considerazione di alcune proprietà. Formalmente: due elementi, A e B, sono presentati come simili per il fatto di avere in comune una proprietà P. Ma un’analogia non può avere estensione illimitata e, soprattutto, non può fondarsi sulla condivisione di una sola proprietà.

Uomo e topo sono uguali, in base alla mera capacità di provare dolore?

Basta la capacità di provare dolore, per essere umani?

Se fosse questo l’argomento fondante, come scrive lo stesso Singer (“Se un essere non è capace di provare dolore, o di avere esperienza di piacere o felicità, non c’è nulla da prendere in considerazione”), allora ne consegue che un essere umano reso incapace di provare dolore, può essere tranquillamente torturato, ed ucciso. Perché no?

E infatti, il Filosofo australiano è coerentemente favorevole non solo all’aborto, ma anche all’infanticidio [vedete per esempio qui. Insomma, ci chiediamo noi, basta una bella anestesia e così a tutti si può fare tutto a tutti: tanto – uomo o animale – non prova dolore... NdR.].

Alessandro Benigni


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