06/01/2020

Una ricerca associa la disforia di genere ad altre patologie

Uno studio condotto da ricercatori affiliati alla Harvard Medical School, alla Boston University School of Public Health e alla University of Michigan School of Public Health, pubblicato sull'American Journal of Preventive Medicine ha dimostrato che il 78 % degli studenti universitari che soffrono di problemi di genere presentano anche psicopatologie di altro tipo, tra cui depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo e tendenza al suicidio.

Addirittura i problemi legalità all’ identità di genere sarebbero, spesso, associati ad alte probabilità (4,3 volte maggiori) di soffrire di un disturbo mentale che può manifestarsi contemporaneamente o successivamente. Questi dati proverrebbero da un sondaggio annuale “Studio sulle Menti Sane” riferito al biennio 2015-2017 i cui risultati hanno mostrato che ad oltre la metà degli studenti con disturbi di genere è stata diagnosticata la depressione (58%) mentre il 53% ha riportato comportamenti autolesionisti. Al contrario, solo il 28% degli studenti a proprio agio con il proprio sesso biologico sarebbe risultato positivo alla depressione e solo il 20% avrebbe riportato comportamenti autolesionisti.

Nel 2018 poi, è stato fatto un ulteriore passo avanti nella ricerca: la dottoressa Lisa Littman della Brown University ha cominciato ad indagare sul perché il numero di ragazzi adolescenti che si identificano come transessuali presso il servizio di Sviluppo dell'Identità di Genere in Gran Bretagna fosse passato addirittura dal 41% al 69%  , in un lasso di tempo compreso tra il 2009  e il 2017. Il risultato della sua indagine ha dato vita ad un importante   studio, di risonanza internazionale, sul disturbo della disforia di genere negli adolescenti (Rapid-onset Gender dysphoria in adolescents and young adults: a study of parental report) nel quale, soffermandosi ad analizzare la «disforia di genere ad insorgenza rapida», parla a chiare lettere di «contagio sociale tra pari». In sostanza, la studiosa ha sostenuto, alla fine della sua ricerca, che l’influenza degli amici e del contesto sociale, in generale, peserebbe molto, sui disturbi legati all’identità di genere negli adolescenti.

Insomma, i ragazzi sarebbero portati ad identificarsi come transgender, trascinati dall’esempio degli amici che hanno già deciso di abbracciare questo genere di “identità” ma un grandissimo peso, secondo la Littman, lo avrebbe anche la sovraesposizione ai social e ad internet che aumenterebbe a dismisura questo spirito di emulazione.

Tirando le fila del discorso, viene da chiedersi alla luce di tutto ciò, come è possibile, date certe premesse scientifiche, che un vasto numero di adolescenti con disforia di genere, abbia oggi, in buona parte del mondo occidentale, un facile accesso alle terapie ormonali e chirurgiche per la riassegnazione del sesso? Quanti feriti sta producendo la nostra società preoccupata di obbedire ai diktat della lobby arcobaleno al potere, a qualunque costo? Ci auguriamo, anche grazie alle testimonianze di chi dall’incubo della disforia di genere è uscito, testimoniando quanto sia menzognera e quanto sia devastante l’atteggiamento di quei medici che assecondano sempre e comunque questa autoillusione, che ci sia presto in un’inversione di rotta e che la comunità scientifica internazionale prenda seriamente certi dati e certe esperienze di vita vissuta, senza aver più paura della scienza stessa.

 

di Manuela Antonacci

 

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