07/01/2021 di Luca Scalise

UK, il “best interest” colpisce un polacco in stato vegetativo

È in nome del presunto “migliore interesse” del paziente che furono eliminati innocenti come Charlie Gard ed Alfie Evans, proprio nel Regno Unito, o Vincent Lambert, in Francia. I loro cari avevano lottato affinché venisse rispettata la loro vita, ma questa non fu ritenuta “degna d’essere vissuta” da medici e giudici, che ne sentenziarono la rimozione dei sostegni vitali. Oggi questa tragica storia sembra ripetersi. A un cittadino polacco residente in Inghilterra, rimasto in stato vegetativo in seguito a un infarto che gli ha causato una lesione da ipossia al cervello lo scorso novembre, furono rimossi i sostegni vitali lo scorso 24 dicembre.

Questi gli furono, poi, ripristinati, come leggiamo su La Nuova Bussola Quotidiana, dopo un intervento del governo polacco. Il ministro degli Esteri polacco Zbignew Rau ha scritto al ministro degli Esteri britannico Dominic Raab, chiedendo che il paziente potesse tornare a ricevere alimentazione e idratazione e “la cooperazione della Gran Bretagna per il rimpatrio di RS in Polonia da parte del Soccorso aereo medico polacco”. Il governo polacco ha presentato, poi, ricorso alla CEDU (Corte europea dei diritti dell'uomo), sostenendo le ragioni della famiglia del paziente, che riteneva fosse stato violato il diritto alla vita di quest’ultimo, e chiedendo di disporne il rimpatrio.

«Secondo Christian Concern, che segue la vicenda, questo è un altro caso britannico di “Eutanasia dalla porta di servizio”, senza giustificazione considerando che la condizione medica di RS (sono le iniziali con cui è identificato il paziente) continua a migliorare. È in supporto vitale senza ventilazione artificiale, ma non è più in coma».

Il ripristino di tali supporti è stato concesso fino alle ore 16.00 inglesi del 7 gennaio, per dar modo alla CEDU di considerare «sia le richieste di appello della famiglia biologica che quelle del governo polacco». In questo scenario, tra l’altro, la famiglia biologica difende il diritto alla vita del paziente, dichiarando che quest’ultimo “non vorrebbe la fine della sua vita se potesse essere mantenuta”, mentre la moglie pare affermare l’esatto opposto, riconducendo le volontà del marito all’idea di “migliore interesse” che lo condurrebbe alla morte.

Che fare? Nel dubbio, si fa morire quell’uomo? Scopriremo che ne sarà del povero paziente, sperando che abbia la meglio la tutela della sua vita. Perché la morte (quand’anche richiesta) non è mai il migliore interesse di una persona, la cui sofferenza può sempre essere lenita da assistenza, vicinanza e cure necessarie.

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